L'isola di Procida, nel golfo di Napoli (Rolf Wilms/picture-alliance/dpa/AP Images)
  • Italia
  • venerdì 20 Dicembre 2019

Lo stato spende più al Nord o al Sud?

Dipende molto da come si conta la spesa pubblica, ma se si tiene conto di tutto-tutto gli abitanti del Sud ricevono meno degli altri

L'isola di Procida, nel golfo di Napoli (Rolf Wilms/picture-alliance/dpa/AP Images)

Il divario crescente tra Nord e Sud del paese è tornato ancora una volta di attualità, negli ultimi anni, grazie al dibattito sulla maggiore autonomia chiesta da alcune regioni del Nord Italia. Uno dei motivi che spesso motivano questa richiesta è l’idea che le regioni più ricche vedano una parte significativa delle risorse pubbliche – che contribuiscono in gran parte a creare – impiegate per finanziare una spesa pubblica inefficiente, improduttiva e clientelare nel resto del paese. Di recente però lo SVIMEZ, il centro di ricerca pubblico sullo sviluppo del Sud Italia, ha ricordato che quando si include nel conteggio ogni voce, il Nord riceve una percentuale della spesa pubblica molto superiore al Sud: circa 4 mila euro a persona in più.

È un dato che non è molto conosciuto dai non addetti ai lavori, anche perché di recente il dibattito sul divario Nord-Sud si è concentrato sulla questione del residuo fiscale, ossia quante tasse raccolte in una regione rimangono effettivamente sul territorio e quante invece vengono redistribuite nel resto del paese. Com’è facile immaginare, le regioni del Nord sono quelle con il residuo fiscale più alto: principalmente per il fatto che hanno un PIL maggiore e abitanti più ricchi, quindi pagano più tasse delle regioni meno sviluppate e con abitanti meno ricchi (e, spesso, più disoccupati e indigenti). Ridurre o addirittura eliminare il divario fiscale è l’obiettivo rivendicato da molti dei sostenitori dell’autonomia.

Accanto alla questione del residuo fiscale, cioè di quanto i territori pagano in tasse in proporzione a quanto ricevono, è importante osservare anche quanto ricevono in assoluto. In altre parole, al di là di chi paga di più (sappiamo che la risposta è il Nord), è interessante sapere anche chi riceve di più. A questo proposito, negli ultimi tempi sono circolati molto i dati della Ragioneria generale dello Stato sulla “spesa statale generalizzata” (furono pubblicati per esempio dall’ex ministra leghista per gli Affari regionali Erika Stefani). Secondo questi dati le regioni del Nord – Lombardia e Veneto in testa – sono quelle che ricevono meno risorse: ogni anno un lombardo riceve circa 2.700 euro di spesa statale regionalizzata, un veneto 2.900, mentre un abitante del Lazio ne riceve ben 5.700.

Come ha ricordato però lo SVIMEZ lo scorso aprile – e poi, di nuovo, in un’audizione parlamentare pochi giorni fa – i dati della Ragioneria generale dello Stato sono parziali. È la stessa Ragioneria, infatti, a spiegare che su circa 590 miliardi di euro l’anno di pagamenti effettuati dallo Stato, ne considera “regionalizzabili” – cioè ripartibili a livello regionale – circa 270. Da questo conto mancano alcune voci molto importanti, per esempio la spesa previdenziale e per assistenza sociale: quindi pensioni, politiche sociali e per la famiglia, che da sole costituiscono quasi il 70 per cento della spesa che la Ragioneria considera “non regionalizzabile”. Il conto della Ragioneria, infine, tiene conto solo dei pagamenti dello Stato centrale, quindi non considera le risorse proprie impegnate nella sanità dalle regioni, per esempio, né quelle spese dalle società controllate pubbliche che forniscono servizi molto importanti per la qualità della vita dei cittadini, per esempio i trasporti locali e la raccolta dei rifiuti.

Per avere un quadro più completo di quanta spesa pubblica effettivamente raggiunga ogni regione, i ricercatori dello SVIMEZ sostengono che sia meglio utilizzare dati diversi da quelli parziali della Ragioneria: quelli raccolti dal sistema Conti Pubblici Territoriali (CPT), che fa parte dell’Agenzia per la coesione territoriale. A differenza dei dati della Ragioneria, quelli del CPT includono tutti i flussi finanziari, compresi quelli previdenziali e quelli del cosiddetto “settore pubblico allargato” (che include per esempio società di diritto privato ma a controllo pubblico).

Tenendo conto anche di questi dati, la classifica di chi riceve più spesa pubblica cambia. Se per la Ragioneria, infatti, il Sud e i suoi abitanti ricevono circa 3.800 euro di spesa pubblica pro capite ogni anno, mentre al Centro-Nord la cifra scende al 3.375, guardando i dati del CPT sul totale della pubblica amministrazione (comprensivo anche di regioni, enti locali ed enti previdenziali) il Centro-Nord passa in vantaggio con una spesa pro capite di 13.400 euro contro i 10.900 del Sud. Se nel conto si include anche il settore pubblico allargato (quindi ENI, Ferrovie dello Stato, società municipalizzate, ecc.) il divario arriva a quasi 4 mila euro a persona, con una spesa pubblica pro capite al Centro-Nord pari a 17 mila euro e al Sud pari a 13.300.

Andando a vedere le singole regioni, emerge che la regione che riceve nel complesso la maggior quantità di spesa pubblica pro capite è la Valle d’Aosta, con 25 mila euro annuali. Tra le regioni non a statuto speciale riceve più spesa pubblica il Lazio, con 22 mila euro, seguita dalla Liguria, con 18 mila. La regione dove invece si spende meno è la Campania, con 12 mila euro: meno della metà della regione che riceve di più.