• Cultura
  • venerdì 20 dicembre 2019

I dieci dischi del decennio

Quelli che hanno fatto il botto, che hanno lasciato un segno, che hanno cambiato delle cose, in Italia o fuori

L’ultimo calderone di contenuti culturali del decennio su cui la redazione del Post si è confrontata è quello dei dischi – dopo film e libri – per quanto il formato “disco” abbia conosciuto nell’ultimo decennio dichiarazioni di morte, rinascita, rimorte, eccetera. Anche qui, non è stato un confronto di gusti o passioni, ma un’occasione per riflettere su cosa abbia più lasciato il segno nella cultura mondiale, sbilanciando lo sguardo da questo angolo italiano della cultura mondiale. Come avevamo scritto, “una mediazione tra ciò che è stato più importante, ciò che è stato più raccontato o discusso, ciò che è più rimasto, ciò che ha cambiato qualcosa, accantonando le preferenze personali e privilegiando una visione da lontano”. I dischi del decennio, insomma.

Kanye West, My beautiful dark twisted fantasy (2010)
Perché se in questo decennio l’hip hop è diventato il genere più ascoltato al mondo lo si deve in buona parte a Kanye West, e in particolare al suo disco più riuscito e compiuto. Perché c’è dentro una gran selezione della musica nera degli ultimi quarant’anni, mischiata a cose che sarebbero diventate il canone musicale americano negli anni a venire. Perché dieci anni fa Kanye West diceva sempre cose strambe, ma se le poteva permettere finché faceva dei dischi come questo.

Adele, 21 (2011)
Perché di mettere insieme una gran voce, canzoni facili e speciali insieme, e un successo inimitabile e trasversale non è stato capace nessuno quanto lei in questo disco. Metteteci pure l’understatement, in tempi di divismo spesso smargiasso o enfatico.

I cani, Il sorprendente album d’esordio de I cani (2011)
Perché il decennio dell’indie italiano è cominciato lì, perché c’erano già i synth scalcinati e la toponomastica romana che ci portiamo dietro ancora oggi nel bene e nel male, perché descrisse con uovogallinismo le fissazioni e i cliché di una generazione italiana prima ancora che diventassero fissazioni e cliché.

Daft Punk, Random access memories (2013)
Perché è stato il disco più allegro e divertente del decennio, perché a recuperare cose dagli anni Ottanta e Settanta e farne meraviglie loro ci lavoravano già prima che traboccassero ovunque, perché è un disco che si può ancora ascoltare come ormai facciamo poco, non solo di canzoni ma di invenzioni. E perché fece il botto.

Billie Eilish, When we fall asleep, where do we go? (2019)
Perché rara occorrenza di fenomeno musicale che diventa popolarissimo tra gli adolescenti di qua e di là dell’oceano Atlantico, quasi contemporaneamente; perché altrettanto rara occorrenza di fenomeno musicale di adolescenti compreso anche dagli adulti, e qualcosa vorrà dire. Perché non ci fa strano considerarlo un potenziale disco del decennio nonostante sia uscito da pochi mesi. Perché sembrava che non ci potessero più essere popstar sbracate e semplici, senza i fuochi artificiali, i ritocchi estetici e acustici, e le coreografie perfette: e invece.

Kendrick Lamar, To Pimp a Butterfly (2015)
Perché mentre quegli altri lo trasformavano nel nuovo pop, serviva qualcuno che ricordasse che l’hip hop esiste innanzitutto perché mette quelle parole su quella musica, e sa farlo anche senza ripetere modelli. Perché quella copertina fuori dalla Casa Bianca è stata ovunque per mesi e perché dentro quella Casa Bianca c’era Barack Obama che se lo ascoltava. Perché è forse il riassunto più efficace di come mai la black culture sia stata così rilevante in questo decennio.

Jovanotti, Ora (2011)
Perché lui è stata la cosa più grossa del decennio della musica italiana pur essendo uno che c’era già da un pezzo, perché ha saputo farsi amare trasversalmente da ogni generazione come non riesce a nessuno, perché in questo disco ha messo una sequenza di canzoni appiccicosissime e inventive come in nessun altro prima e dopo.

David Bowie, Blackstar (2016)
Perché nemmeno noi siamo così scientisti da azzardarci a ignorare la cabala di un disco del genere uscito due giorni prima della sua morte, perché in quei giorni di commozione intergenerazionale c’era un disco tutto nuovo di Bowie da ascoltare, perché il video di “Lazarus” lo si vedeva contemporaneamente nella bolla di Twitter e al TG1. Perché quasi tutti gli altri alla sua età fanno i dischi di cover. E perché anche a risentirlo a guance asciutte è un gran bel disco.

Calcutta, Mainstream (2015)
Perché mantenne la promessa del titolo trasformando quello che prima chiamavamo indie nella nuova musica pop italiana, perché tra i tanti cantautori trentenni con le tute in terinda e i cappellini logori visti in questi anni nessun altro ha saputo fare canzoni cantate da tutta l’Arena di Verona, perché per un po’ di tempo hanno urlato del Frosinone in Serie A anche a Pordenone.

Beyoncé, Beyoncé (2013)
Perché è lì che Beyoncé diventò la più grande industria della musica contemporanea, perché se prima ci avessero detto che la più importante popstar del mondo avrebbe pubblicato un disco a sorpresa senza promozione non ci avremmo creduto, perché segnò il suo passaggio a un femminismo black e largo di cui oggi è l’icona. E perché fu un visual album prima che lo fossero tutti gli album, e prima che iniziassimo ad ascoltare la musica su YouTube.

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