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  • giovedì 12 Dicembre 2019

I dieci libri del decennio

Di cui si è parlato tanto, che si sono venduti tanto, che hanno lasciato dei segni, che hanno fatto passare idee nuove, che ci ricorderemo: belli o brutti che fossero

La vivace riunione sui prodotti culturali del decennio che ha coinvolto la redazione del Post, una volta esaminati i film, è passata ai libri. Terreno assai differente, ovviamente: da una parte abbiamo impostato criteri simili, “raccontare il decennio che finisce nei prossimi giorni (il decennio di vita del Post, peraltro), e quindi ciò che lo ha occupato di più, in termini di importanza, dibattito, notizie, permanenza”, e con misurato distacco – ovvero non totale – da criteri di qualità e soprattutto di gusti personali. Dall’altra i libri sono un prodotto un po’ meno globalizzato dei film, in cui il repertorio italiano e la cultura locale hanno un peso maggiore. Questo comporta non tanto una scelta più ricca di titoli italiani ma una scelta di titoli più rilevanti, letti e discussi in Italia (gli anni sono quelli di pubblicazione da noi). E insomma, i libri che assoceremo a questo decennio.

Emmanuel Carrère, Limonov (Adelphi, 2012)
Perché la sua capacità creativa di narrazione si è rivelata – ai molti che non la conoscevano dai precedenti libri – unica e originale, perché il personaggio (reale) è diventato un grande personaggio letterario, perché è stato probabilmente il libro più ammirato nel mondo editoriale.

Elena Ferrante, L’amica geniale (e/o, 2011)
Perché che sia un libro del decennio lo dice tutto quanto intorno a noi, da anni.

André Agassi, Open (Einaudi, 2011)
Perché è una gran storia, che è riuscita a guadagnarsi un particolare successo italiano, raggiungendo molti lettori meno assidui e con percorsi e accelerazioni anomale per il mercato editoriale, e diventare un gran longseller.

Zerocalcare, Dimentica il mio nome (Bao, 2014)
Anche qui non c’è molto da motivare. Nessuno aveva mai ottenuto dei risultati così grossi – in termini di vendite, premi, riconoscimenti, cultura condivisa – nell’editoria italiana, con dei fumetti. Per non dire niente della capacità senza precedenti di narrazione, introspezione, autoironia e comunicazione con una generazione o due, e della creazione di un fenomeno, simboleggiato dalle ormai familiari sterminate file per “un disegno di zerocalcare”.

Francesca Cavallo ed Elena Favilli, Storie della buonanotte per bambine ribelli (Mondadori, 2017)
Perché se non ci fosse stata Elena Ferrante sarebbe il libro italiano di maggior successo all’estero del decennio, con edizioni e traduzioni in ogni angolo del mondo, e perché la sua popolarità è evidenziata dal repertorio di imitazioni affannose da parte di quasi ogni editore. E perché il libro è stato uno dei veicoli più vistosi di una rivendicazione femminista che è stato un gran pezzo del decennio.

Yuval Noah Harari, Sapiens (Bompiani, 2014)
Perché lui è diventato uno dei personaggi più rincorsi e richiesti del pianeta e nessuno sapeva chi fosse appena nel decennio precedente, e perché quando dei saggi provano a spiegare come funzionano gli uomini e il mondo e riescono a vendere tantissimo e a diventare mainstream è sempre una buona cosa.

Marie Kondo, Il magico potere del riordino (Vallardi, 2014)
Perché è stato un enorme successo di vendite, perché ha occupato la vita domestica e le conversazioni alla macchinetta del caffè di un sacco di persone e perché ha in un modo laterale e pratico fatto riflettere sull’attualissima questione sociale dell’accumulo di cose.

E. L. James, Cinquanta sfumature di grigio (Mondadori, 2012)
Perché ha occupato gli scaffali e le letture di mezzo mondo per un paio d’anni, che ci piaccia o no, perché ha mostrato dinamiche anomale nella costruzione di un bestseller internazionale, e perché, a trovargli qualcosa di buono, ha generato a volte conversazioni inedite sulle complicazioni delle relazioni sessuali migliori di come erano trattate nel libro.

Chimamanda Ngozi Adichie, Dovremmo essere tutti femministi (Einaudi, 2015)
Perché nella sua forma di conferenza TED è stato ascoltato quasi sei milioni di volte, ed è stato citato in tantissimi contesti – tra cui una canzone di Beyoncé, “***Flawless” (2013), e, nel 2016, una maglietta disegnata dalla prima stilista donna di Dior, Maria Grazia Chiuri – diventando un po’ il simbolo del femminismo divulgativo e popolare negli ultimi anni, fatto bene.

John Edward Williams, Stoner (Fazi, 2012)
Perché tra altri “casi letterari” del decennio (Kent Haruf, Karl Ove Knausgård, Sally Rooney) è stato quello che ha finora mostrato una maggiore permanenza e un percorso verso il successo più imprevisto di tutti, essendo stato scritto e pubblicato nel 1965. Quando uscì fu quasi ignorato: fu riscoperto nel 2012 e definito da critici autorevoli «il più grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare». Finì che poi se ne parlò moltissimo.