Una canzone dei Beirut

Patti Smith è in giro per l’Italia (spettacoli ancora a Spoleto e Ravenna la settimana prossima) e va raccontandolo su Instagram. (anche Rihanna, if you really want to know)
Sono passati 40 anni da quando la vidi a Firenze, in un concerto abbastanza storico (dopo è venuta a Condor, dopo ho persino presentato il suo libro, pensa tu). Non Rihanna.
Scusate, a proposito, vi voglio raccontare questa cosa: avevo questo, piccole cose sentimentali. Un paio di settimane fa mi ci è caduto l’occhio – cosa ho davanti, non riesco più a parlare – ed era così: ovvero così. La signora che pulisce casa ogni tanto ha forse interpretato troppo bene il suo ruolo, è l’unica spiegazione che ho saputo darmi.

Vagabond
Quando eravamo bambini io e mio fratello avevamo classificato alcuni tipi di canzoni con un andamento allegro e un po’ bandistico, chiamandole “trumpa trumpa”, che ora suona imbarazzantemente vicino a bunga bunga, ma non siate volgari, eravamo bambini (da bambini si è volgarissimi, anche questo è vero).
(Imbarazzantemente: Matteo Bordone esce matto quando costruisco avverbi cacofonici da aggettivi molto lunghi).
E insomma, Vagabond ha questo andamento un po’ sbronzo, da andarsene tutti fuori dal locale facendo un trenino, ma che nobile trenino. E poi quando si sospende dietro a quella specie di carillon, che pacchia (cos’è? un clavicembalo? uno xilofono?). È un pezzo del 2011 dei Beirut, una di quelle band che sono in sostanza uno, Zach Condon, con passioni cosmopolite (il suo disco del 2019 si chiama Gallipoli, per via di Gallipoli in Puglia) ma del New Mexico, come si sente da certe trombe. Lui si inventa sempre cose un po’ così circensi, e ne infila delle belle (faccio uno strappo alla regola della canzone, per passarvene altre due, vi fosse piaciuta molto Vagabonduna e due)

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