(Topical Press Agency/Getty Images)
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  • sabato 23 novembre 2019

Quando gli Stati Uniti provarono a liberarsi dei loro radicali

100 anni fa il governo provò a sbarazzarsi del movimento dei lavoratori con una serie di attacchi ed espulsioni di massa, con risultati disastrosi

(Topical Press Agency/Getty Images)

Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1919, migliaia di agenti di polizia in tutti gli Stati Uniti parteciparono a una serie di violente operazioni in cui furono picchiati e arrestati centinaia di stranieri e cittadini americani iscritti o solo simpatizzanti del movimento dei lavoratori. Nel corso di quelli che, nei tre mesi successivi, vennero soprannominati “Palmer raids”, dal nome del capo del dipartimento della Giustizia americano che li aveva organizzati, furono arrestate diecimila persone, quasi tutti stranieri, e altre centinaia furono deportate nei loro paesi di origine. Anche se alla fine Palmer venne sconfitto e la sua strategia abbandonata, i suoi raid segnarono un punto di svolta nella storia di un paese che sull’inclusione e l’apertura aveva costruito un pezzo importante della propria identità.

Come ha raccontato Adam Hochschild in un articolo pubblicato questa settimana sul New Yorker, era da tempo in realtà che gli Stati Uniti si erano incamminati sulla strada della chiusura e del nativismo. Il movimento proibizionista, che proprio in quegli anni era riuscito a imporre la sua visione a tutto il paese, aveva le sue basi proprio nel crescente sentimento di alienazione provato dagli americani che vivevano nelle aree rurali nei confronti delle città, sempre più ricche e centrali nella vita del paese, ma anche sempre più cosmopolite e internazionali. Politici, opinionisti e giornali cavalcavano questi sentimenti, alimentando sospetti e intolleranza. Fu quello che gli storici hanno definito il primo periodo “populista” nella storia degli Stati Uniti.

Questo tipo di ostilità non aveva sempre avuto una matrice strettamente politica. Era, soprattutto, una questione razziale e religiosa. Gli stranieri e i “non americani” contro cui si concentravano le polemiche erano cattolici italiani, polacchi, ortodossi russi ed ebrei. I neri, affrancati dalla schiavitù da poco più di una generazione, erano un bersaglio altrettanto frequente. Ma con il passere del tempo, le questioni economiche e politiche divennero sempre più centrali. Gli stranieri, infatti, erano in genere abitanti delle periferie dei grandi centri, quasi sempre erano operai dell’industria e molto spesso facevano parte di sindacati o di altre organizzazioni del movimento dei lavoratori. Il timore che gli stranieri volessero rovesciare, oltre ai costumi e alla religione, anche il sistema economico dei “veri americani”, si fece sempre più diffuso. Dopo la vittoria dei comunisti bolscevichi in Russia nel 1917, il timore di una insurrezione sociale scalò le gerarchie delle preoccupazioni dei giornali e dei politici conservatori.

Iniziò così la prima “Red Scare”, il periodo di paranoia per un’imminente rivoluzione socialista negli Stati Uniti (prima per distinguerla dalla seconda, e più famosa, iniziata dopo la Seconda guerra mondiale e associata storicamente al senatore Joseph McCarthy). Ne fu un portavoce anche Woodrow Wilson, l’ex rettore della prestigiosa università di Harvard, eletto presidente degli Stati Uniti con il Partito Democratico. «I discepoli di Lenin sono tra di noi», disse nel 1919, poco prima di essere paralizzato da un ictus: «Sono come veleno nelle vene del libero popolo americano». Pochi anni prima aveva descritto eloquentemente chi era stato a portare quel veleno: uomini delle «classi più basse» provenienti da Italia, Ungheria e Polonia, uomini «senza abilità, energia, iniziativa o intelligenza».

Ad alimentare la paranoia c’era il fatto che erano anni di fortissime tensioni sui luoghi di lavoro. I lavoratori, sostanzialmente, non avevano diritti e gli abusi, gli incidenti e le violenze nella fiorente industria del paese erano frequentissimi. Il movimento sindacale si stava dando forma, e gli scioperi spesso finivano in scontri tra i manifestanti e le milizie armate dei grandi gruppi industriali, a volte appoggiate dalla polizia e dall’esercito regolare. Quando iniziarono le prime difficoltà economiche dovute alla smobilitazione dell’industria bellica, gli scontri si fecero ancora più duri. Gli anarchici, molto spesso italiani, iniziarono una campagna di attentati contro i politici ritenuti responsabili della repressione. Nel solo 1919 ci furono più di una decina di attentati esplosivi e furono spedite quasi 40 lettere-bomba.

Con le elezioni presidenziali del 1920 che si avvicinavano, numerosi politici Repubblicani e Democratici scelsero i lavoratori stranieri affiliati alle organizzazioni del lavoro, accusati di voler sovvertire l’ordine sociale tradizionale americano, come capro espiatorio per le loro campagne presidenziali. Nel Partito Democratico ci pensò Alexander Mitchell Palmer, il capo del dipartimento della Giustizia. A occuparsi di mettere in pratica le sue parole fu il suo giovane braccio destro, Edgar J. Hoover, che negli anni successivi avrebbe scalato la gerarchia politica americana diventando il primo capo dell’FBI e il più grande nemico dei radicali americani per un’intera generazione.

Il piano di Palmer era relativamente semplice: per tutto l’anno che avrebbe preceduto le elezioni intendeva utilizzare i suoi poteri per fare una serie di massicce e spettacolari operazioni con cui colpire i luoghi di aggregazione del movimento dei lavoratori. I raid avrebbero dovuto essere altamente pubblicizzati e avrebbero dovuto concludersi con l’espulsione di migliaia di lavoratori stranieri e “finti americani”.

La prima operazione di questo tipo avvenne nella notte del 7 novembre, un giorno scelto non casualmente: era il secondo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Il bersaglio furono gli uffici dell’Unione dei Lavoratori Russi, una piccola organizzazione di ispirazione anarchica, composta da circa diecimila emigrati russi. Nel corso della notte, migliaia di poliziotti e agenti del dipartimento di Giustizia attaccarono le sedi dell’organizzazione in dodici città. Più di 1.182 persone furono arrestate e interrogate, ma un numero ancora maggiore fu picchiato, brevemente trattenuto e poi rilasciato. Il quotidiano New York World, che pure sosteneva Palmer e i suoi raid come gran parte della stampa, scrisse che dopo l’attacco una scuola serale per lavoratori appariva come se «una bomba fosse scoppiata al suo interno». Sedie, scrivanie e mobili giacevano ovunque in frantumi, pezzi di carta stracciata sparsi per l’edificio erano macchiati di sangue, mentre gran parte degli arrestati erano usciti dall’edificio con la testa ferita e fasciata.

Non tutte le persone coinvolte erano militanti o attivisti. La polizia attaccò sale da ballo, ristoranti vegetariani e raccolte fondi per funerali. E non furono coinvolti soltanto stranieri. L’attivista femminista di origine russa Emma Goldman si vide ritirare la cittadinanza americana grazie a un cavillo e finì espulsa insieme a centinaia di altri lavoratori. I Palmer raids, racconta Hochschild nel suo articolo, raggiunsero il culmine il 2 gennaio del 1920, con operazioni in più di 30 città. Questa volta a essere presi di mira furono i due partiti comunisti americani, che insieme non raggiungevano i 40 mila membri, il 90 per cento dei quali era costituito da immigrati.

Proprio quando le operazioni sembravano oramai procedere senza sosta, arrivò una reazione. Per una serie di coincidenze, il posto di segretario al Lavoro venne assunto da Louis F. Post, un attivista per i diritti dei lavoratori con una bizzarra somiglianza con il leader sovietico Leon Trotsky. In quanto responsabile del ministero del lavoro Post, un esperto amministratore che conosceva tutti gli intrichi della burocrazia statunitense, aveva la responsabilità sull’immigrazione e quindi anche sulle espulsioni. Dalla sua posizione di forza, iniziò a contrastare ad ogni passo la politica di Palmer e Hoover.

Post riuscì a bloccare gran parte delle espulsioni e fornì al Congresso le informazioni necessarie a preparare un lungo rapporto in cui venivano messi sotto accusa i metodi anti-costituzionali dei suoi rivali, con tanto di fotografie e testimonianze delle violenze. Palmer e Hoover risposero accusando Post di essere un bolscevico e alzando ancora di più i toni della polemica. Il movimento dei lavoratori, dissero, si preparava a un’insurrezione di massa per la festa del primo maggio del 1920.

Quando mancavano pochi giorni alla festa, gli Stati Uniti erano all’apice della tensione. Hochschild racconta che la polizia di New York venne messa in stato d’allerta 24 ore su 24, a Boston furono allestite mitragliatrici nei luoghi chiave mentre la polizia di Chicago eseguì 360 arresti preventivi nei confronti di attivisti e militanti del movimento. Quando le celebrazioni per il primo maggio si svolsero senza significativi incidenti in tutto il paese, la campagna di Palmer e Hoover subì un colpo da cui non si sarebbe più ripresa. Palmer perse le primarie del Partito Democratico, così come persero quelle del loro partito i tre Repubblicani che avevano sostenuto la sua campagna. Il vincitore delle elezioni alla fine fu Warren Harding, un Repubblicano moderato secondo cui «sul bolscevismo si è detto fin troppo» e che riteneva necessario un «ritorno alla normalità».

Nonostante nei Palmer raids fossero state arrestate un totale di circa diecimila persone, anche grazie agli sforzi di uomini come Post il numero degli espulsi fu inferiore a 600. Ma se i progressisti avevano vinto la battaglia contro le deportazioni, un altro scontro finì con l’essere perso. Nel 1924 venne approvato il Johnson-Reed Act, una legge che stabiliva un severo sistema di quote per gli ingressi negli Stati Uniti, pensato con lo scopo di mantenere la composizione etnica e nazionale che il paese aveva in quel momento. Dieci anni dopo, fu proprio il Johnson-Reed Act a rendere impossibile la fuga di migliaia di ebrei che dall’Europa cercavano negli Stati Uniti la salvezza dalle persecuzioni naziste.

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