La serie TV che cambiò l’India

"Ramayan" andò in onda tra il 1987 e il 1988, è tuttora tra le più popolari di sempre e ha contribuito alla rinascita del nazionalismo indù

Il 27 ottobre si celebrerà in India la festa del Diwali, una delle più importanti festività induiste del paese in cui la tradizione vuole che per le strade e nelle case si accendano luci per festeggiare la vittoria del bene sul male. Diwali infatti vuol dire “fila di luci” e si celebra per ricordare le luci accese dal popolo di Ayodhya al ritorno dall’esilio di Rama, settima reincarnazione del dio Vishnu, quando venne incoronato re.

La storia di Rama è raccontata in uno dei più celebri poemi epici indiani di sempre, il Ramayana, scritto tra il VI e il III secolo a.C. dal poeta Valmiki. Tutto il poema ruota intorno alla figura di Rama, che vive per 14 anni in esilio dalla sua città di cui sarebbe il sovrano legittimo, e a cui il demone Ravana rapisce la moglie Sita (che in realtà sarebbe Lakshmi, la divina consorte di Vishnu). Solo dopo aver sconfitto Ravana, Rama torna vittorioso a Ayodhyaa e reclama il trono che gli spetta di diritto.

Il Ramayana è diventato ancor più popolare tra gli indiani, anche tra chi non aveva mai letto il poema, soprattutto grazie a una serie televisiva andata in onda tra il 1987 e il 1988, che ancora oggi è una delle serie tv più viste di sempre in India. Si chiama Ramayan ed è composta da 78 episodi da 45 minuti l’uno. La scrisse e diresse Ramanand Sagar e, come ha raccontato di recente un articolo di BBC, ha avuto nel corso degli anni un ruolo centrale nella rinascita del nazionalismo indù.

La serie venne trasmessa per 18 mesi la domenica mattina sull’unico canale pubblico indiano, Doordarshan, ottenendo un successo di pubblico mai riscontrato prima: gli episodi più popolari raggiungevano anche i 100 milioni di telespettatori, un ottavo della popolazione all’epoca. La serie divenne talmente popolare che quando andavano in onda le puntate l’India si bloccava: le strade diventavano deserte, i negozi chiudevano e i mezzi di trasporto si fermavano per un’ora.

Guardare Ramayan, nella propria casa o in locali pubblici insieme a molte altre persone, era diventato quasi un rito religioso. Rahul Verma, giornalista britannico di origine indiane, ha raccontato su BBC che guardare Ramayan era per molti induisti come andare al tempio: si bruciavano incensi, ci si vestiva eleganti, si pregava davanti al televisore, e si veneravano gli attori della serie tv come se fossero stati statue divine. «Era proprio come andare al tempio. Le persone praticavano la puja (un tipo di venerazione induista), addobbavano i televisori con ghirlande di fiori e facevano sugli schermi i tika (i segni rossi rituali tipici dell’induismo)», ha raccontato Arun Govil, l’attore che interpretava Rama. «Le persone che incontravo volevano toccarmi, mi adulavano e ammiravano, piangevano di gioia. Ho un ritaglio di giornale di quando andai a Varanasi vestito con il costume di Rama: il titolo diceva: “Un milione di persone si raduna per vedere Rama”».

Arvind Rajagopal, professore presso la New York University, ha parlato del successo e dell’impatto sociale e politico di Ramayan nel libro Politics After Television: Hindu Nationalism and the Reshaping of the Public in India (2000), raccontando come prima di Ramayan sulla televisione indiana la religione non avesse mai avuto grande spazio, ma dal 1988 in poi le cose cambiarono e i partiti induisti ne approfittarono: «La risposta popolare fu di tipo devozionale, ma l’attività dei partiti politici fu necessaria per trasformarla in qualcosa di politico».

Secondo Rajagopal a sfruttare più di tutti il successo di Ramayan furono il partito conservatore e nazionalista Bharatiya Janata Party (BJP), che dal 2014 governa il paese con Narendra Modi, e il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), l’organizzazione induista di estrema destra in cui Modi aveva iniziato la sua carriera politica. Il BJP e Modi hanno infatti basato la propria politica proprio sul sostegno dell’elettorato indù e contro la minoranza musulmana, facendo spesso riferimento alla serie tv. Sia Modi che il presidente del BJP, Amit Shah, per esempio, hanno descritto la loro idea di India con il temine Ram Rajya, che nel poema e nella serie stava a indicare “Il regno di Rama”, un regno di pace, prosperità e giustizia che sorge quando Rama sconfigge Ravana e torna vittorioso ad Ayodhya. Il termine era stato utilizzato già dal Mahatma Gandhi, per spiegare la sua idea di India indipendente e in cui vigesse l’uguaglianza ma, a differenza di Modi, per Gandhi era un concetto slegato dall’induismo.

La serie tv fu anche alla base di una disputa sulla città di Ayodhya, nell’Uttar Pradesh, che gli induisti sostengono sia stata costruita sul suolo natale di Rama, su cui all’epoca sorgeva la moschea Babri Masjid. Proprio nel periodo in cui andò in onda la serie nacque allora un movimento chiamato “Ram Janmabhoomi” (“Il luogo di nascita di Rama”) che chiedeva la costruzione di un tempio in onore di Rama al posto della moschea, a cui negli anni seguenti aderirono molte persone di fede induista.

Le tensioni intorno alla moschea arrivarono al loro culmine alcuni anni dopo la fine della serie, il 6 dicembre del 1992, quando circa 150mila persone, alcune vestite come il protagonista della serie tv, marciarono su Ayodhya e demolirono la moschea. Ne nacquero scontri tra la comunità induista e quella musulmana che andarono avanti per mesi, e in cui si stima che morirono circa duemila persone. La disputa tra musulmani e induisti prosegue ancora a distanza di anni e la Corte Suprema indiana dovrà decidere nelle prossime settimane se sul luogo verrà costruita una moschea o un tempio, oppure entrambi.