Una canzone di Peter Himmelman

Non è una cosa di cui sono capaci in molti, ma ci sono delle canzoni che raccontano una storia più che cantarla

Le Canzoni è la newsletter quotidiana che ricevono gli abbonati del Post, scritta e confezionata da Luca Sofri (peraltro direttore del Post): e che parla, imprevedibilmente, di canzoni. Una per ogni sera.
La prima newsletter, inviata il 15 ottobre scorso, è online per tutti qui. Per ricevere le successive gli abbonati devono indicarlo nella propria pagina accountQui c’è scritto cosa ne pensa chi la riceve: online sul Post c’è ogni giorno la parte centrale della newsletter, quella – dicevamo – sulla canzone.

Per celebrare l’arrivo alla centesima canzone, e per mettere della bellezza nelle serate domestiche e difficili di tutti in questo periodo, questa e altre 19 canzoni sono accessibili a tutti (12 marzo 2020).

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Non è una cosa di cui sono capaci in molti, ma ci sono delle canzoni che raccontano una storia più con lo stile del racconto che con quello della canzone: una che mi emoziona e ogni volta che la ascolto resto appeso alla storia e al suo sviluppo dall’inizio alla fine, e col tempo mi sono figurato tutte le scene e le vedo come in un film, è questa che chiudeva un disco di Peter Himmelman del 1992. Di lui avevo scritto qualcosa qui, compresa una descrizione della storia:
tengo da quasi vent’anni tra le mie preferite una lunga canzone che racconta del suo viaggio in taxi con un tassista razzista e antisemita e della sua rabbia repressa mentre lo ascolta: e il suo successivo giuramento a se stesso e a suo padre – che ha ancora i numeri del campo di concentramento su un braccio – di non permettere mai più a nessuno di dire che “non è successo”.
Siccome è una storia, dura otto minuti: qui c’è il testo, se non volete farvi sfuggire nessuna parola. Lui a un certo punto si incazza e la musica gli va dietro: vi avviso ché non sobbalziate.

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