(Alexander Koerner/Getty Images)

Come diventare indistraibili

L'ingegnere che aveva teorizzato il modo in cui le app attirano costantemente la nostra attenzione ora ha scritto un saggio per aiutarci a liberarcene

(Alexander Koerner/Getty Images)

Nel 2014 l’esperto di ingegneria Nir Eyal scrisse un saggio, Hooked, che spiegava come sviluppare prodotti – in particolare app per smartphone – in grado di attirare e catturare l’attenzione degli utenti. Il saggio fu apprezzato ed Eyal ne sfruttò il successo per fare conferenze e lavorare come consulente per molte aziende, tra le quali LinkedIn, Instagram e il New York Times. Cinque anni dopo Eyal ha pubblicato un nuovo saggio, molto diverso dal precedente: si intitola Indistractable: How to Control Your Attention and Choose Your Life e dice che è venuto il momento di liberarci di buona parte della tecnologia che usiamo, per riprendere in mano la nostra vita e provare a diventare “indistraibili”. 

Prima di scrivere Hooked (tradotto in italiano nel 2015), Eyal – che ha 41 anni, è nato in Israele e cresciuto in Florida – aveva fondato un’azienda di pannelli solari, e poi un’azienda che vendeva pubblicità all’interno dei giochi di Facebook. La seconda ebbe molto più successo della prima e permise a Eyal di apprendere le tecniche usate per attirare l’attenzione degli utenti, quelle di cui parlò nel suo primo libro. «Volevo rendere più democratici quegli strumenti», ha detto al New York Times. 

Hooked raccontava che app come Facebook e Pinterest avevano successo per le piccole e imprevedibili gratificazioni che davano a chi le usava, e spiegava come “incoraggiare subdolamente certi atteggiamenti negli utenti” con il fine di riportarli sempre nell’app, sfruttando quello che divenne noto come il “Modello Hook”. Il New York Times spiega che il libro fu “osannato dai tecnocrati della Silicon Valley”, ma aggiunge anche che era il 2014: un anno in cui «fare un’app che sembrava una slot machine era una cosa giusta e persino eccitante».

Nel 2016 Eyal parlò all’Atlantic del libro e del suo successo, e difese così le tecniche da lui proposte: «Dire alle aziende di non usarle, equivale a dire “Smettila di rendere i tuoi prodotti divertenti da usare”, è inutile. A ogni nuova tecnologia, una generazione dice che “i giovani d’oggi usano troppo di questo e troppo di quest’altro”, e che questa cosa sta fondendo loro il cervello. Ma alla fine troviamo sempre il modo di adattarci».

Nel 2019 è arrivato Indistractable, che il New York Times descrive come «una guida per liberare le persone da una dipendenza che secondo Eyal non hanno mai avuto». Nel suo nuovo libro, infatti, Eyal spiega che il problema continua a non essere delle tecnologie ma di chi le usa. La tesi è che se usiamo per svariate ore gli smartphone (e più in generale gli schermi di ogni tipo, spesso connessi a internet) la responsabilità è solo nostra, ed è sbagliato parlare di dipendenza. «Non stiamo inalando Facebook», ha detto: «Non ci stiamo iniettando Instagram in vena. Sono cose che facciamo noi, ma ci piace raccontarci che sia la tecnologia che ce le sta facendo fare».

Eyal scrive che bisogna imparare a dedicare tempo alle “trazioni” (le azioni che ci muovono verso ciò che ci interessa davvero) e toglierne alle “distrazioni”, che ci fanno solo perdere tempo. Secondo lui, quindi, sarà sempre più importante cercare di essere indistraibili, e spiega che per provare a non farsi distrarre bisogna capire perché tendiamo a distrarci, più che pensare a cosa ci distrae. Un po’ come capire perché si mangia troppo è fondamentale per poter dimagrire, ancor prima di tentare qualsiasi dieta. «La verità» scrive Eyal, «è che usiamo troppi videogiochi, cellulari e social non solo per il piacere che ci danno, ma anche perché ci liberano da certi disagi psicologici». Secondo lui «la distrazione è un modo non sano di evitare brutti pensieri, come la noia, la solitudine, l’insicurezza, la stanchezza e l’incertezza».

Indistractable è un manuale che elenca passi, fasi e consigli per prendere coscienza di come e quanto usiamo la tecnologia, e per provare a usarla di meno e meglio. Il New York Times ne sintetizza alcuni: «Tieni il telefono in modalità silenziosa, scrivi email meno spesso e più in fretta, non passare il tempo su Slack, fa’ in modo che alle riunioni ci sia un solo computer acceso, mettiti in posizioni in cui qualcuno veda il tuo schermo, fai patti con te stesso e con gli altri per accorgerti di quando ti stai distraendo».

Il nuovo libro di Eyal è interessante perché si inserisce in un discorso molto più grande di diffidenza verso le nuove tecnologie, dopo che il suo precedente libro cavalcava benissimo l’entusiasmo nei confronti di quelle stesse tecnologie. Il New York Times scrive che in questo momento storico «ex dirigenti di Facebook e WhatsApp si sono trasformati in critici delle tecnologie» e da almeno un paio di anni si parla con maggior insistenza di tecniche e strumenti fatti per ridurre o inibire l’uso di certe app. B.J. Fogg, ricercatore all’università di Stanford, dove si occupa del Behavior Design Lab, qualche settimana fa aveva scritto su Twitter che «nel 2020 emergerà un movimento “post-digitale”» che parlerà dell’eccessivo uso del proprio smartphone in termini non molto diversi da quelli con cui oggi si parla dei fumatori.

Anche nel fronte di chi critica le tecnologie ci sono però schieramenti diversi. Qualcuno è d’accordo con Eyal e pensa che il problema sia nelle persone e non nelle tecnologie; qualcun altro pensa che la colpa sia delle tecnologie e sostiene che Eyal e altri stiano solo provando a vendere l’antidoto dopo che fino a poco tempo fa promuovevano il veleno.

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