Christopher Brown Jr. dei California Golden Bears durante una partita di football contro gli Arizona State Sun Devils. (Thearon W. Henderson/Getty Images)
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  • mercoledì 2 Ottobre 2019

Gli atleti dei college della California potranno fare soldi

Una nuova legge statale cambierà radicalmente il funzionamento degli sport universitari locali, e forse non solo

Christopher Brown Jr. dei California Golden Bears durante una partita di football contro gli Arizona State Sun Devils. (Thearon W. Henderson/Getty Images)

Lo stato della California ha approvato una legge che permette agli atleti dei college, cioè quelli che praticano sport per conto dell’università che frequentano, di guadagnare soldi con le sponsorizzazioni, una pratica finora vietata. Negli Stati Uniti gli sport studenteschi sono seguitissimi, soprattutto il football e il basket, ma le rigide regole impongono che gli atleti possano guadagnare soltanto i soldi della borsa di studio che permette loro di frequentare l’università. Con le nuove regole, che entreranno in vigore nel 2023, il mercato degli sport studenteschi californiani cambierà radicalmente, e potrebbero esserci conseguenze in tutto il paese.

La sigla normalmente associata agli sport dei college americani è la NCAA (National Collegiate Athletic Association), l’organizzazione che riunisce i campionati studenteschi più importanti e seguiti e che gestisce per esempio la “March Madness”, la fase finale del campionato di basket dei college americani, uno degli eventi più seguiti e amati dello sport americano. Ma ancora più del basket, lo sport studentesco più seguito negli Stati Uniti è il football: in certe zone è più tifato di quello professionista, pur non esistendo – un po’ inspiegabilmente – un vero titolo nazionale del football NCAA. Oltre al basket e al football, di gran lunga gli sport con il maggiore giro d’affari, esistono tornei dei college di baseball, pallavolo, atletica, lotta greco-romana e praticamente ogni altro sport.

Soltanto una piccola parte degli atleti delle squadre di college diventa poi professionista, e quindi gli anni dell’università sono gli unici in cui hanno la possibilità di monetizzare il loro talento, su cui si basano business che, per esempio nel caso del football, fruttano alle università più importanti fino a 100 milioni di dollari all’anno, principalmente per i diritti televisivi. Si stima che l’anno scorso il giro d’affari degli sport universitari sia stato di 14 miliardi di dollari. Da tempo perciò atleti ed ex atleti dei college chiedono di permettere la possibilità di guadagnare dalle sponsorizzazioni, per mettere fine a quella che molti considerano una forma di sfruttamento (e per equiparare la loro posizione a quella degli altri studenti, che possono guadagnare per esempio attraverso le sponsorizzazioni legate ai loro profili social o a YouTube). La NCAA però è sempre stata categoricamente contraria, così come le principali università americane, anche se nel tempo erano state fatte piccole modifiche per venire incontro alle richieste degli studenti, concedendo limitati stipendi e vitto gratuito ad alcuni atleti. I Democratici californiani hanno deciso di riformare il sistema, trovando poi il sostegno dei Repubblicani: la legge, dopo essere stata approvata dal Congresso all’unanimità, è stata firmata dal governatore Gavin Newsom.

Gli studenti atleti californiani potranno ora firmare contratti di sponsorizzazione, che siano con la Nike o per un ristorante locale, e potranno anche ingaggiare un manager, pratica finora proibita. «Ogni singolo studente delle università già oggi può mettere sul mercato il proprio nome e la propria immagine: si fanno un canale YouTube, e possono monetizzarlo. Gli unici che non possono sono gli atleti. Perché?» ha chiesto Newsom annunciando la legge.

La NCAA sta già lavorando per trovare un modo per fare ricorso contro la legge, a cui si è sempre opposta insieme a università come la California University, Stanford e la Southern California University. Mesi fa, la NCAA aveva annunciato di aver creato un comitato apposito per modificare le regole precedenti, sperando di prendere tempo e fermare l’iter legislativo, che è arrivato comunque a conclusione: i deputati californiani si sono infatti detti scettici sulla possibilità che la riforma interna della NCAA portasse a risultati soddisfacenti. Assieme a loro si sono schierati vari atleti ed ex atleti americani, come il giocatore dei Los Angeles Lakers LeBron James, che ha festeggiato l’approvazione della legge su Instagram dicendo alla NCAA: «la prossima mossa spetta a voi. Possiamo risolvere questa cosa insieme».

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I’m so incredibly proud to share this moment with all of you. @gavinnewsom came to The Shop to do something that will change the lives for countless athletes who deserve it! @uninterrupted hosted the formal signing for SB 206 which will allow college athletes to responsibly get paid for their name and likeness. And it’s only right that Ed O’Bannon, who really started this journey, was in the The Shop to see his hard work pay off. Thank you @gavinnewsom and @senatorskinner for your leadership. To every one of you who have been in this fight (and there are a lot of you)- take a bow and be proud!!!! NCAA, you got the next move. We can solve this for everyone! #morethananathlete #gamechanging

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Anche se la legge vale soltanto per la California, è un precedente che potrebbe creare una reazione a catena nel resto del paese: Newsom ha già anticipato che altri cinque stati, tra cui New York e la Florida, potrebbero approvare leggi simili a breve. Gli anni da qui al 2023 saranno decisivi per vedere come si comporterà la NCAA, se deciderà di fare una battaglia legale contro la legge o se deciderà di adattarsi. C’è addirittura chi teme che l’organizzazione possa bandire dai propri campionati le università californiane i cui atleti riceveranno sponsorizzazioni, anche se in molti pensano che sia un comportamento illegale visto che c’è una legge statale che lo permette. La NCAA ha già detto che la legge avvantaggia troppo le università californiane rispetto alle altre, dal punto di vista dell’attrattiva per gli atleti: ma perdere i college dello stato più popoloso degli Stati Uniti, con tutto il tifo annesso, è probabilmente una cosa che l’organizzazione non si può permettere.