(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Di Maio deve guardarsi le spalle

70 senatori del M5S su 107 hanno messo per iscritto per la prima volta la richiesta di cambiare la leadership del partito e adottare un sistema più collegiale

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Ieri nel Movimento 5 Stelle è successa una cosa senza precedenti: durante una riunione dei senatori del partito, il capo politico Luigi Di Maio non solo è stato apertamente contestato (e questa non è una novità) ma sono state raccolte firme per un’iniziativa autonoma da Di Maio e la protesta è divenuta pubblica, con i senatori che hanno accusato lo stesso Di Maio di fronte ai giornalisti.

Di Maio «dovrebbe lasciare tutti gli incarichi», ha detto per esempio il senatore Mario Giarrusso, per poi aggiungere che l’attuale gruppo dirigente del Movimento 5 Stelle deve spiegare che fine abbiano fatto i sei milioni di voti persi nell’ultimo anno. Nel documento approvato al termine della riunione, i senatori chiedono una modifica dello statuto dei gruppi parlamentari, con lo scopo di gestire in maniera più collegiale il Movimento.

In maniera abbastanza inusuale, Di Maio – che si trova a New York per l’assemblea delle Nazioni Unite – ha risposto alle critiche e, oltre a cercare di minimizzare l’incidente, ha promesso di soddisfare alcune delle richieste dei “ribelli”. «Ci sono persone che potrei definire amiche e con cui lavoro ogni giorno che mi hanno chiamato e mi hanno detto che è un grande malinteso: “non è contro di te ma per rafforzare il gruppo parlamentare”», ha detto Di Maio riferendosi al documento firmato ieri. Poi ha promesso che «nei prossimi mesi la mia idea di ristrutturare il Movimento con il Team del futuro e i Facilitatori regionali sarà portata avanti e avremo un’organizzazione che il Movimento prima non ha mai avuto».

La promessa di introdurre una struttura organizzativa nel Movimento è un tentativo di rispondere alle crescenti critiche che arrivano da tempo a Di Maio per come ha guidato il partito nell’ultimo anno. Di Maio, che ha 33 anni, è arrivato al culmine del suo potere e della sua influenza tra la fine del 2017, quando venne eletto ufficialmente capo politico del Movimento, e il marzo successivo, quando alle elezioni 2018 portò il partito a diventare il primo del paese, con quasi il 33 per cento dei consensi. Poi, tra la fine di maggio e giugno, Di Maio è riuscito nella complicata operazione di raggiungere un accordo di governo con la Lega e di farsi nominare vicepresidente del Consiglio e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Da allora sia lui che il Movimento hanno ottenuto quasi soltanto sconfitte, e Di Maio ha faticato a dividersi da questi incarichi e quello di capo del Movimento 5 Stelle.

Al governo Di Maio è stato rapidamente oscurato dall’altro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini. Alle elezioni locali ha condotto il Movimento di sconfitta in sconfitta, vedendo dimezzarsi quasi ovunque i voti ottenuti dal partito alle elezioni politiche appena pochi mesi prima. Lo scorso maggio, a un anno esatto dalla formazione del governo, Di Maio ha incassato la sconfitta peggiore di tutte: il sorpasso della Lega e del Partito Democratico alle elezioni europee e la perdita di sei milioni di voti rispetto a un anno prima. Dopo questa sconfitta Di Maio si è sottoposto a un voto di conferma della sua leadership su Rousseau, ottenendo l’80 per cento dei consensi degli iscritti.

Il voto su Rousseau però non ha messo fine né ai malumori né alle sue sconfitte personali. Anche la caduta del primo governo Conte e la nascita del nuovo governo con il PD sono stati per Di Maio un momento di delegittimazione politica. Fin dall’inizio della crisi, Di Maio si era mostrato aperto alla possibilità di ricucire lo strappo compiuto da Salvini e particolarmente ostile all’idea di cambiare alleanza e parlare col PD. Ma la sua posizione non solo si è rivelata minoritaria nei gruppi parlamentari (causando nel corso dell’estate una serie di riunioni molto movimentate e critiche), ma ha persino spinto il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, a intervenire personalmente e pesantemente nella vita del partito, come non faceva da tempo.

Ad agosto Grillo ha riunito i vertici del partito nella sua villa in Toscana e ha sconfessato la linea di Di Maio. Poi, con una serie di post sul suo blog, ha fatto capire che l’esperienza con la Lega era chiusa e che il Movimento avrebbe dovuto proseguire il suo cammino con il PD. In uno dei suo post Grillo è arrivato a prendersi esplicitamente gioco della strategia negoziale di Di Maio, che stava cercando di alzare il prezzo dell’accordo con il PD proponendo una serie di “punti” che avrebbero dovuto essere soddisfatti (prima dieci, poi venti).

Per rispondere a questa serie di insuccessi, Di Maio ha promesso di ristrutturare l’organizzazione del partito e creare una vera segreteria politica, una struttura in grado di gestire il Movimento in maniera più efficace e professionale. La riunione di ieri, però, ha mostrato che per molti senatori del M5S queste proposte non sono abbastanza. L’incontro, che avrebbe dovuto essere una normale riunione per la scelta dei candidati alla carica di capogruppo (il precedente capogruppo, Stefano Patuanelli, ha lasciato la carica dopo essere stato nominato ministro dello Sviluppo economico), si è trasformata in un momento di sfogo dei malumori dei senatori.

Alla fine, oltre a 11 candidature per la carica di capogruppo, la riunione ha prodotto anche un documento firmato da 70 senatori su 107, in cui si chiede la convocazione di un’assemblea degli eletti per discutere una modifica del regolamento del gruppo stesso. Il documento, firmato tra gli altri da storici dirigenti del Movimento come Barbara Lezzi, Nicola Morra e Alberto Airola, non specifica cosa si vuole cambiare: i firmatari appaiono divisi tra chi è esplicitamente ostile a Di Maio, come Giarrusso, e chi invece ha adottato un profilo più basso, come l’ex ministra Lezzi (che ha firmato il documento ma senza fare dichiarazioni incendiarie).

Emanuele Dessì, che lo ha presentato, ha spiegato che l’obiettivo è proporre una gestione più collegiale del Movimento, meno accentrata su Di Maio stesso, anche per via del suo ruolo da ministro degli Esteri. «Proprio perché passerà gran parte del tempo fuori dall’Italia non potrà continuare a gestire così il Movimento: serve una svolta. La nostra non è un’iniziativa contro, ma “per”».

Servirà attendere ancora diverse settimane per capire se questa richiesta di maggiore collegialità e autonomia sarà soddisfatta. Ma per quanto i “ribelli” possano avere successo, e non è detto che lo avranno, quel che sembra chiaro è che – nonostante proteste e malumori – al Movimento manca ancora una vera alternativa a Di Maio, vista anche la notissima ostilità verso il PD, oggi alleato del M5S, di Alessandro Di Battista. Questo, insieme alla fiducia che, nonostante tutto, Beppe Grillo sembra ancora avere in lui, rappresentano la migliore garanzia che, per quanto indebolito, Di Maio resterà ancora a lungo una figura centrale del Movimento.

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