“West Wing”, vent’anni dopo

Storia ed eredità di una delle serie tv più famose di sempre, ancora oggi la più citata e venerata nella politica americana

Il cast di “West Wing”. (NBC/Getty Images)
Il cast di “West Wing”. (NBC/Getty Images)

Il 22 settembre del 1999, vent’anni fa, andò in onda sul canale statunitense NBC il primo episodio di The West Wing, che nei sette anni successivi sarebbe diventata una delle serie televisive più amate e importanti della storia della televisione. La scrisse il famoso sceneggiatore Aaron Sorkin, e raccontava le vicende di una fittizia amministrazione del Partito Democratico alla Casa Bianca, con protagonisti una serie di uomini e donne (soprattutto uomini, in realtà) di straordinario talento, intelligenza e carisma.

Oggi West Wing è ancora citatissima, e si discute spesso della sua influenza concreta sulla politica americana e sul suo racconto nei media, nel bene e nel male: fu una serie in grado di rendere appassionanti vicende come l’approvazione di una legge di bilancio (senza le capriole di sceneggiatura a cui molti anni dopo sarebbe arrivata House of Cards), per intenderci, e ha un sacco di ammiratori specialmente tra gli addetti ai lavori. Ma c’è anche chi, negli ultimi anni, ha fatto notare aspetti per cui la serie è invecchiata male, principalmente perché basata su una visione della politica un po’ troppo idealistica e ingenua.

West Wing è una di quelle serie corali, cioè senza un solo protagonista. Il personaggio principale è il presidente Jed Bartlet, interpretato da Martin Sheen, ma il suo spazio non è molto superiore a quello delle persone che gli stanno intorno: come il suo capo dello staff Leo McGarry (John Spencer) con il suo vice Josh Lyman (Bradley Whitford), il suo capo della comunicazione Toby Ziegler (Richard Schiff) con il suo vice Sam Seaborn (Rob Lowe) e la portavoce della Casa Bianca CJ Cregg (Allison Janney). Sono il nucleo centrale di un’amministrazione Democratica che, all’inizio della serie, è nel secondo anno del suo primo mandato.

La trama segue le vicende dell’amministrazione nei successivi anni, tra elezioni presidenziali e di metà mandato, nomine di giudici della Corte Suprema, approvazioni di importanti riforme, attentati terroristici, sparatorie di massa, crisi diplomatiche eccetera eccetera. Tutti questi avvenimenti sono raccontati con toni molto enfatici e retorici – un aspetto che oggi fa storcere il naso a molti – e che rimasero però nella storia della televisione statunitense.

Alla fine degli anni Novanta, Sorkin non era ancora uno dei più importanti sceneggiatori di Hollywood: aveva una lunga e rispettata esperienza di autore di teatro ma l’unica cosa che aveva fatto in televisione era Sports Night, una serie su un notiziario sportivo che ebbe scarso successo e fu cancellata alla seconda stagione. Qualche anno prima però aveva scritto Il presidente – Una storia d’amore, un film diretto da Rob Reiner su un presidente statunitense interpretato da Michael Douglas, e nel quale Sheen faceva il capo dello staff. Sorkin ebbe l’idea di farne una serie tv, che inizialmente voleva incentrare sui consiglieri del presidente, lasciando quest’ultimo in secondo piano.

Dopo qualche negoziato – tutti temevano venisse fuori una cosa noiosissima – NBC accettò di produrla, trasmettendola ogni settimana il mercoledì sera.

Fu con West Wing che Sorkin diventò famoso come uno degli sceneggiatori più capaci e originali di Hollywood, costruendosi un mito grazie ai tratti inconfondibili della sua scrittura, che furono gli stessi che lo resero insopportabile a molti. Tuttora Sorkin è venerato per uno stile molto personale, che sviluppò proprio con i personaggi di West Wing: nella serie, i protagonisti sono continuamente impegnati in dialoghi brillantissimi e serratissimi, fatti di battute a raffica e densi di retorica.

West Wing è una serie ricchissima di opinioni, che perlopiù sono le opinioni di Sorkin sulla politica e su come dovrebbe funzionare (quindici anni dopo provò a fare lo stesso con il giornalismo in Newsroom, ma l’opinione condivisa è che non gli riuscì altrettanto bene).

West Wing divenne famosa quindi per i suoi dialoghi, spesso costruiti sullo stesso stratagemma che da lì in poi nella tv statunitense sarebbe stato chiamato walk and talk: due persone che camminano dicendosi con grande prontezza cose intelligentissime. Lo stratagemma serviva anche a dare l’idea di quanto fosse frenetica la vita alla Casa Bianca – diversi funzionari ed ex funzionari del governo statunitense hanno detto negli anni che è una delle cose che West Wing mostra in modo più realistico – e dare un po’ di dinamismo a una serie molto parlata, quasi teatrale, la cui storia si dipana quasi tutta al chiuso.

Questa è la scena di walk and talk più lunga di tutte, dal quarto episodio, in cui lo staff del presidente scopre di aver perso cinque voti alla Camera per approvare una fondamentale legge sul controllo delle armi.

La storia di West Wing è strettamente legata al suo contesto storico, gli anni a cavallo tra il Novanta e Duemila. Quindi innanzitutto quelli dell’amministrazione Clinton, in cui la crescita economica basata su politiche liberiste sembrava inarrestabile e la bolla delle dot-com non era ancora scoppiata.

La fiducia dei Democratici americani nel progresso non era ancora stata scalfita: erano gli anni della “fine della storia” di Francis Fukuyama, l’accademico che aveva teorizzato la fine delle guerre e il definitivo trionfo della democrazia liberale. Questa visione molto idealistica del mondo – che comunque cambiò tono dopo l’11 settembre del 2001, tra la seconda e la terza stagione – è uno degli aspetti più controversi della serie e certamente ben lontana dalla piega che prese negli anni successivi la politica statunitense, e che infatti produsse il contesto per serie ben più ciniche e disincantate ambientate alla Casa Bianca, come ScandalHouse of Cards.

Allo stesso tempo, quella di Clinton era stata un’amministrazione segnata da grandi scandali – quello di Monica Lewinsky e quello Whitewater – e perciò Sorkin creò sostanzialmente un universo parallelo rassicurante, con un’amministrazione fatta da uomini retti e privi di qualsiasi interesse personale. Come presidente immaginò un politico coltissimo e con una capacità oratoria formidabile, da un lato tradizionalista e legato a principi morali quasi conservatori, ma allo stesso tempo capace di prese di posizione di sinistra, come nel dialogo con una integralista cristiana, uno dei più celebri della serie. Anche lui, comunque, a un certo punto finirà coinvolto in uno scandalo e accusato di aver mentito al popolo americano, come era accaduto a Bill Clinton.

(la stessa scena in italiano è qui)

I protagonisti della serie erano più intelligenti, più onesti, più divertenti dei veri Democratici, e avevano spesso posizioni idealistiche impensabili nei veri Stati Uniti. Questo scarto tra West Wing e la politica americana diventò ancora più evidente quando, in corrispondenza della seconda stagione, vinse le elezioni presidenziali George W. Bush, e dopo ci furono l’11 settembre e le guerre che seguirono. Da lì in poi la serie, più che una rappresentazione edulcorata del governo che tutti i Democratici sognavano, diventò una specie di rifugio in anni di neoconservatori e fondamentalisti religiosi al potere.

Nonostante West Wing fosse una serie televisiva, e quindi un prodotto di intrattenimento, i suoi continui riferimenti alla realtà, da Osama bin Laden al conflitto israelo-palestinese agli shutdown governativi, crearono secondo qualcuno un po’ di ambiguità ed equivoci, rendendola agli occhi di molti una serie istruttiva su come funzionasse la politica americana. Nel 2010, per esempio, l’allora Alta rappresentante degli Affari esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton disse a Newsweek di aver imparato i meccanismi di Washington in quanto «avida spettatrice» della serie.

Dentro a West Wing ci sono cose che per certi versi anticiparono alcuni avvenimenti della politica americana, dalla nomina della prima giudice ispanica della Corte Suprema, che avvenne nella realtà nel 2009 con la nomina di Sonia Sotomayor, all’emersione di un candidato alla presidenza non bianco e molto carismatico, che nella serie avviene nella sesta stagione. Il personaggio di Matthew Santos era non a caso ispirato proprio a Barack Obama, allora promettente ma semisconosciuto senatore dell’Illinois.

Oggi, con la critica statunitense sempre più attenta ai temi della rappresentazione delle identità, in molti criticano West Wing per avere un cast quasi interamente bianco (anche se la prima scelta per il ruolo del presidente fu l’attore afroamericano Sydney Poitier) e in cui le donne hanno principalmente ruoli secondari, e spesso sono soltanto funzionali ai personaggi maschili.

In tutto ci furono sette stagioni di West Wing, che ebbe un grande successo di pubblico soprattutto nella seconda e terza stagione, e ottenne moltissimi premi tra cui tre Golden Globe e 26 Emmy, vincendo per quattro anni consecutivi il premio per la Miglior serie drammatica. Tutt’ora viene regolarmente inclusa nelle classifiche delle serie tv più belle e importanti di sempre. È però opinione comune che la serie cominciò un netto declino a partire dalla quarta stagione, condizionato principalmente da alcuni grossi imprevisti produttivi avvenuti a breve distanza. Proprio durante le riprese della quarta stagione, Rob Lowe – che interpretava Sam Seaborn, uno dei personaggi principali – lasciò la serie perché il suo personaggio aveva sempre meno spazio e per questioni di stipendio. La sua linea narrativa fu troncata improvvisamente e con poche spiegazioni.

Alla fine della stagione abbandonò la serie anche Sorkin, per motivi mai del tutto chiariti ma legati probabilmente a divergenze creative con la produzione. Più avanti ne capitarono altre: John Spencer, l’attore che interpretava Leo McGarry, morì di infarto durante le riprese della settima stagione.

West Wing fu trasmessa in Italia con il titolo di West Wing – Tutti gli uomini del presidente tra Rete 4, Fox e Steel: oggi non è disponibile su nessun servizio di streaming, e si può quindi vedere soltanto acquistando i DVD. Non ebbe mai molto successo, e tuttora è una di quelle serie famosissime negli Stati Uniti e quasi sconosciute in Italia. Negli Stati Uniti peraltro è interamente disponibile su Netflix, motivo per cui continua a essere vista ancora oggi. Il culto intorno alla serie è tale che qualche anno fa uno degli attori principali, Joshua Molina, iniziò un podcast in cui in ogni puntata commentava un episodio della serie, chiamato West Wing Weekly e concluso pochi giorni fa.

Di recente, per fare un esempio di come West Wing sia rimasta nella cultura popolare americana, Richard Schiff, l’attore che interpretava Toby Ziegler, ha scritto una email per conto della campagna elettorale del candidato Democratico alla presidenza Joe Biden, chiedendo fondi ai suoi sostenitori e spiegando che «sfortunatamente, Jed Bartlet è soltanto un personaggio televisivo. Ma fortunatamente, Joe Biden è vero, ed è candidato alla presidenza». Nel 2016 invece Allison Jenney, l’attrice che nella serie interpretava la portavoce della Casa Bianca, prese il posto di Josh Earnest, cioè il vero portavoce, durante una vera conferenza stampa, divertendo molto i giornalisti presenti, che indubitabilmente avevano tutti visto West Wing, come del resto la stragrande maggioranza di chi ha a che fare con la politica negli Stati Uniti.