(AP Photo/Leo Correa)
  • Scienza
  • domenica 8 settembre 2019

Esiste un punto di non ritorno per l’Amazzonia?

Gli scienziati sono divisi, ma c'è chi ipotizza un momento – molto vicino – oltre il quale la deforestazione diventerà indipendente dall'uomo

(AP Photo/Leo Correa)

Le migliaia di incendi che da diverse settimane sono in corso nella Foresta Amazzonica hanno portato l’attenzione di tutto il mondo sugli altissimi livelli di deforestazione in corso in Brasile e negli altri paesi sudamericani confinanti, che stanno mettendo a rischio una delle risorse ambientali più importanti del pianeta. Gli incendi sono una delle principali minacce per l’Amazzonia, ma non l’unica: a ridurne l’estensione a ritmi impressionanti sono anche la deforestazione causata dalle attività umane e le conseguenze del cambiamento climatico.

L’entità di questi tre fenomeni ha fatto sì che alcuni scienziati, da anni, avvertano della possibilità che la Foresta Amazzonica stia per superare un punto di non ritorno, oltre il quale inizierà un processo che la vedrà sostanzialmente autodistruggersi in un modo forse irreversibile, e che viene identificato dagli scienziati come “forest dieback”.

Quanto è plausibile?
La prima cosa da tenere presente è che su questo scenario, il peggiore immaginabile per l’Amazzonia, la comunità scientifica è piuttosto divisa. Alcuni scienziati ritengono sia possibile o addirittura probabile, altri credono sia improbabile o anche impossibile. Nessuno sa se si verificherà e, nel caso, quando: ma è una teoria su cui esistono studi e ricerche, i primi dei quali risalgono a molti anni fa. Superata una certa percentuale di deforestazione, dicono certi modelli, si innescheranno una serie di meccanismi a catena che trasformeranno fino a metà dell’Amazzonia in savana. Altri invece prevedono che comunque il processo sarà gestibile e reversibile.

Anche tra le previsioni che ammettono lo scenario di una serie di reazioni a catena che potrebbero innescarsi superato un certo livello di deforestazione, comunque, ci sono molte discordanze. In particolare, gli scienziati non sono d’accordo sull’esito finale di queste reazioni: non tutti pensano che, se dovessero verificarsi, la foresta scomparirà effettivamente. C’è chi ritiene per esempio che possa diventare una foresta stagionale, i cui alberi cioè perdono foglie nella stagione secca; qualcuno pensa che diventerà più rada in ampie porzioni. Rimane che tutti questi scenari sono comunque preoccupanti, se non catastrofici, come ha spiegato un recente articolo del New York Times.

Non sappiamo ancora, quindi, quante siano le possibilità che il “forest dieback” si verifichi: ma il fatto che la comunità scientifica sia divisa, e che ci siano studi che lo considerano uno scenario quantomeno plausibile, basta a rendere la questione molto seria. «Anche se è una possibilità remota, non possiamo permetterci di ignorarla. Sarebbe assolutamente disastroso per il ciclo del carbonio della Terra, per quello dell’acqua, per il clima e per la biodiversità, senza parlare delle persone che ci vivono» ha spiegato alla rivista del Massachusetts Institute of Technology Jonathan Foley, direttore del Project Drawdown, un gruppo di ricerca specializzato nella decarbonizzazione, cioè nell’utilizzo di fonti energetiche a minor contenuto di carbonio e quindi minor impatto ambientale.

Come può fare la foresta ad “autodistruggersi”
Semplificando molto un ciclo naturale di dimensioni enormi e assai complesso: le centinaia di miliardi di alberi della Foresta Amazzonica assorbono quotidianamente l’acqua dalle precipitazioni e dal suolo, rilasciandola successivamente nell’atmosfera sotto forma di vapore acqueo, che a sua volta si concentra nelle nuvole e ritorna sulla Terra come pioggia.

Questo gigantesco ciclo garantisce la sopravvivenza della foresta stessa, ma c’è chi crede che sia in pericolo con gli attuali ritmi della deforestazione, che secondo BBC comporta la perdita di una superficie di Foresta Amazzonica pari a un campo da calcio ogni minuto. Man mano che porzioni della foresta vengono eliminate, il ciclo che la tiene in vita inizia a incrinarsi: la quantità di vapore prodotto complessivamente diminuisce, e di conseguenza la pioggia che la bagna periodicamente. Il suolo diventa più secco, con il risultato che i successivi incendi bruceranno di più e in maggiore profondità. Superato un certo punto, la foresta non riesce più a produrre sufficiente pioggia per sopravvivere. A quel punto, secondo diversi scienziati, gli alberi cominceranno a morire da soli, e la foresta si degraderà senza bisogno di ulteriori stimoli.

Thomas Lovejoy, un importante scienziato ambientale, ha detto al New York Times che diversi colleghi che lavorano in Brasile sono arrivati indipendentemente alla stessa stima sulla percentuale di deforestazione dell’Amazzonia oltre la quale si potrebbe innescare questo processo: tra il 20 e il 25 per cento rispetto al 1970. Secondo le stime dello stesso governo brasiliano, ora siamo al 19,3 per cento. «È vicino, è molto vicino» ha detto Lovejoy.

Un gruppo di scienziati, guidati dalla geografa dell’Università di Boulder, in Colorado, ed esperta di incendi Jennifer Balch, provò negli anni scorsi a riprodurre il fenomeno dell’autoestinzione forestale in una piccola porzione di Foresta Amazzonica, a cui vennero appiccati regolari incendi nell’arco di dieci anni. Quello di Balch fu un esperimento raro e complesso, i cui risultati vennero pubblicati nel 2015 sulla rivista BioScience: stabilirono che dopo un po’ di cicli di incendi, anche se i danni delle fiamme erano limitati, gli alberi cominciavano a morire in caso di sufficiente riduzione delle piogge (riduzione ovviamente indipendente dai piccoli incendi dell’esperimento). «Riuscimmo a dimostrare che sì, l’Amazzonia ha un punto di non ritorno, e che può arrivare molto presto».

Nel 2014, un rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU concluse che il riscaldamento globale, da solo, non sarebbe bastato a distruggere ampie porzioni della foresta Amazzonica in questo secolo. Ma a minacciare la foresta sono una serie di concause: ci sono gli incendi, o attività umane come, per esempio, la costruzione di strade che frammentano l’Amazzonia e ne espongono maggiori superfici. E spesso il rapporto tra queste concause è circolare: il riscaldamento globale allunga le stagioni secche e rende il terreno più adatto alla crescita di erbacce infestanti, che in caso di incendio bruciano molto facilmente. I primi effetti di queste alterazioni degli equilibri che regolano il ciclo vitale dell’Amazzonia sono una riduzione delle piogge, che secondo alcuni studi sta già avvenendo.

La Foresta Amazzonica può diventare un acceleratore del riscaldamento globale?
Gli alberi conservano dentro di sé una certa parte di carbonio, che rimane nella parte “morta” della pianta che costituisce il legno interno. Quel carbonio è immagazzinato durante la fotosintesi, ed è lo scarto tra l’anidride carbonica assorbita dalle piante durante la fotosintesi e quella che viene poi diffusa nell’atmosfera nella respirazione (che è di meno). In totale si stima che l’Amazzonia conservi circa 100 miliardi di tonnellate di carbonio: il totale di carbonio emesso sotto forma di anidride carbonica da tutte le centrali elettriche a carbone nel 2017, per fare un confronto, è stato di 15 miliardi di tonnellate. Sul totale del carbonio immagazzinato globalmente sulle piante terrestri, il 17% è in Amazzonia.

Negli anni Novanta, un gruppo di scienziati della University of Exeter, in Inghilterra, provò a confermare una teoria apparentemente balzana: esiste la possibilità che la Foresta Amazzonica, che oggi è uno dei principali argini al riscaldamento globale per via dell’assorbimento dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera, possa diventare invece un acceleratore del cambiamento climatico? Si può, in sostanza, arrivare a un punto in cui gli alberi morti sono così tanti che la foresta rilasci nell’atmosfera più carbonio di quanto ne assorba? Gli scienziati identificarono il 2050 come l’anno in cui questo fenomeno potrebbe verificarsi. I risultati dello studio furono molto contestati nella comunità scientifica, ma recentemente quell’ipotesi sta venendo riconsiderata, alla luce delle nuove ricerche sul tema.

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