La comunità cinese in Italia, raccontata

È il soggetto di un nuovo podcast giornalistico di Storytel, realizzato da Stefano Vergine

(Ansa/Daniel Dal Zennaro)

Da due giorni è disponibile su Spotify la prima puntata di Cinesi d’Italia, un podcast realizzato dal giornalista Stefano Vergine sulla comunità cinese italiana. Storytel è una piattaforma online che offre un servizio di abbonamento simile a quello di Netflix, ma per audiolibri e serie audio originali: da qualche tempo sta sperimentando con le inchieste giornalistiche in formato podcast (per esempio l’ultima stagione di Da Costa a Costa, il podcast del vicedirettore del Post Francesco Costa).

Cinesi d’Italia è un’inchiesta in sette puntate realizzata da Stefano Vergine, a lungo collaboratore dell’Espresso e di recente noto soprattutto per aver pubblicato il saggio Il libro nero della Lega insieme al collega Giovanni Tizian. Vergine ha raccontato al Post di avere realizzato Cinesi d’Italia fra «Milano, Roma e Prato, principalmente, e ho voluto raccontare queste città perché sono le sedi delle principali comunità cinesi in Italia». Secondo le statistiche ufficiali vivono in Italia circa 300mila cinesi: è la terza comunità di stranieri più ampia dopo quella degli albanesi e dei marocchini.

Nella serie vengono affrontati i principali temi legati alla presenza cinese in Italia, anche i più spinosi: nella seconda puntata, spiega Vergine, si parla del «fenomeno dell’immigrazione cinese in Italia in chiave storica, come è iniziata l’immigrazione, perché è iniziata, da dove è iniziata; poi c’è una puntata sulla mafia cinese, basata sulle carte di un’inchiesta giudiziaria, la principale che è stata fatta finora in Italia sulla mafia cinese. Poi ancora una puntata su Prato, il tessile, il pronto moda, e tutto quel settore industriale di Prato che è la città che in proporzione ha più cinesi di tutti, in Italia».

Una delle cose che si nota subito ascoltando il podcast di Vergine è la completezza dei dati raccolti e presentati all’ascoltatore, senza però che risultino invasivi. Per Vergine, che dice di aver lavorato a Cinesi d’Italia esattamente come a una inchiesta giornalistica tradizionale, lo strumento del podcast si presta molto «per raccontare storie: soprattutto quando sono storie che non sono piene di numeri, che non sono per esempio inchieste finanziarie-economiche».

Oltre ai dati, ci sono infatti un sacco di storie. La prima puntata ruota per esempio intorno a Jacopo Lin, un italiano di 27 anni nato in Toscana e cresciuto a Roma, i cui genitori sono arrivati dalla Cina nei primi anni Novanta. Lin lavora come carabiniere a Milano, condizione che Vergine definisce abbastanza «unica»: «con lui parliamo superficialmente di tutti gli aspetti che vengono approfonditi nel resto delle puntate: per esempio perché tutti i cinesi d’Europa e non solo d’Italia arrivano da una zona specifica della Cina, che è grande quanto la Brianza».

Anche il debunking di luoghi comuni intorno alla comunità cinese è una parte importante del podcast: già nella prima puntata, ad esempio, Lin spiega a Vergine che i funerali degli immigranti cinesi in Italia sono pochissimi – cosa che ha fatto circolare diversi stereotipi maligni sul loro conto – semplicemente perché la stragrande maggioranza di loro torna in Cina una volta che ha raggiunto la pensione, per poter passare gli ultimi anni di vita in patria.

Le prossime puntate di Cinesi d’Italia usciranno con cadenza settimanale: se volete seguirla, potete scegliere di abbonarvi a Storytel cliccando qui.

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