Il miele è sempre più caro

Dal 2013 i prezzi sono aumentati del 25 per cento: è sempre più richiesto e difficile da produrre

(Justin Sullivan/Getty Images)

Il Wall Street Journal racconta che il miele costa sempre di più e il suo prezzo ha raggiunto un picco che non si vedeva da anni. Le ragioni principali sono il declino della popolazione delle api, in particolare a causa della sindrome dello spopolamento degli alveari, un fenomeno non del tutto spiegato per cui le api abbandonano l’alveare e muoiono, e della richiesta sempre maggiore di dolcificanti naturali da parte della grande industria.

Negli Stati Uniti infatti il miele spesso usato al posto dello zucchero di canna e dello sciroppo di mais negli alimenti e nelle bevande: come mostrano i dati di Euromonitor, una società che fa ricerche di mercato, dal 2013 i prezzi del miele sono aumentati del 25 per cento in tutto il mondo, mentre quelli dello zucchero sono diminuiti del 30 per cento. Contemporaneamente è cresciuto il consumo personale: stando a un rapporto della University of California, nel 2017 gli americani hanno consumato 270 milioni di chili di miele, una media di 0,9 chili a testa, il 65 per cento in più rispetto al 2009. Per finire, il miele è anche impiegato in shampoo, balsami, creme e altri prodotti per il corpo.

La rivista Bee Culture ha condotta una ricerca su 150 rivenditori statunitensi, scoprendo che i prezzi sono aumentati di due terzi negli ultimi dieci anni; secondo l’associazione degli apicoltori statunitensi, quest’anno il miele al dettaglio costa circa 7 euro per mezzo chilo (più o meno 14 euro al chilo), il 9 per cento in più rispetto al 2018. Per fare un confronto, sul sito dell’Esselunga un barattolo di miele Ambrosoli da 600 grammi costa 7,48 euro, 12,47 euro al chilo. Parliamo di prezzi di miele comune e industriale, che salgono se confrontati a quello artigianale e di qualità maggiore, come la varietà Manuka prodotta in Nuova Zelanda e in Australia, di cui hanno parlato star e personaggi famosi come il tennista Novak Djokovic: è disinfettante, antinfiammatorio e utile contro le ulcere perché contiene il metilgliossale, un componente antibatterico. Un vasetto da 0,400 grammi costa 26,49 dollari contro i 6 di media di un miele biologico. L’aumento di richiesta va di pari passo con una diminuzione della produzione che ha portato gli Stati Uniti a importare circa 3/4 del miele, venduto e consumato.

Nel frattempo gli apicoltori di tutto il mondo stanno cercando di aumentare la produzione, che negli ultimi cinque anni è stata piuttosto stabile. In Italia, spiega Coldiretti, nel 2018 sono state prodotte 22 mila tonnellate di miele ed esportate 5.200, soprattutto in Germania; le tonnellate importate sono state 27.800, il 18 per cento in più dell’anno precedente, di cui circa 11,3 dall’Ungheria e 2,5 dalla Cina. Non si conoscono dati diretti sul consumo, ma tenendo conto di produzione, esportazione e importazione si tratta di circa 44.600 tonnellate di miele, sia per uso personale e che impiegato nella grande industria. Per quel che riguarda il consumo, Coldiretti spiega che negli ultimi anni è in lieve ma costante crescita, anche se nel 2018 c’è stata una piccola contrazione; la produzione invece è aumentata dalle 14.500 tonnellate del 2017 alle 22 mila tonnellate del 2018, grazie a un’ottima annata del miele d’acacia ma anche a causa di un 2017 molto difficile a livello climatico, che aveva danneggiato la produzione. Per dare un’idea dei costi, nel 2018 una partita di 30 quintali di miele di acacia costava 8,8 euro al chilo, una di 10 quintali di millefiori, meno pregiata, costava in Lombardia 6,5 euro al chilo. Secondo Coldiretti, comunque, in Italia ci sono delle oscillazioni di prezzo nella norma, che dipendono da miele a miele – esistono circa 50 diverse varietà, ognuna legata al fiore che produce un diverso nettare – e dall’abbondanza dei raccolti.

Stando ai primi mesi del 2019, anche questo sarà un anno con poca resa, soprattutto del miele d’acacia: le piogge e le temperature basse di maggio hanno rovinato la fioritura, il freddo ha fatto sì che le api non uscissero dall’alveare e i fiori della Robinia non producessero nettare. Anche Martina, apicoltrice da tre anni nella zona compresa tra il Lago maggiore e il Lago d’Orta e sulle montagne verso Domodossola, conferma al Post un’annata molto difficile: «Le mie api erano molto forti, le avevo curate bene durante l’inverno e avevano mangiato tanto, quindi avevo molte aspettative. La fioritura dell’acacia però è andata molto male e non ho raccolto quasi niente perché ha fatto freddo e piovuto tanto. In questa zona l’acacia è diventata la fioritura più variabile; in passato, fino a 20 anni fa non era così: ora invece nel nord-ovest è diventata la più difficile da fare». Con il castagno va meglio, perché ha una fioritura più stabile, mentre quest’anno Martina proverà a fare anche la fioritura del rododendro, che è montana e tra le più pregiate.

«Fare l’apicoltore è sempre più difficile, e le ragioni sono tante: ci sono i cambiamenti climatici che mettono a rischio la fioritura e quindi la disponibilità di nettare; ci sono le malattie delle api che richiedono molti trattamenti e prendono molto tempo all’apicoltore; in alcune zone, come la Pianura Padana, c’è il problema dei pesticidi; c’è sempre più scarsità di cibo per le api a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento intensivo che ha ridotto la biodiversità: un tempo in questa zona le api potevano contare su molti tipi di fiori, terminata la fioritura bisogna nutrirle con preparati appositi». Martina racconta che vende il suo miele alle cooperative, ad alcuni gruppi di acquisto a Milano e al dettaglio, dove per dettaglio si intende ad amici, amici di amici e persone raggiunte con il passaparola; il costo è tra i 10-12 euro al chilo. È però sempre più difficile, il miele industriale e quello importato – a prezzi molto più bassi – danneggia la competizione con il miele lavorato artigianalmente. Per esempio M. ha raccontato che lei e altri piccoli produttori della zona si sono visti rifiutare dalle corporative il miele prodotto quest’anno perché avevano in magazzino ancora quello dell’anno precedente, che era stato piuttosto abbondante.

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