Foxconn arriva in città

Trump aveva promesso di riportare la grande manifattura negli Stati Uniti: in uno dei posti dove ha provato a farlo, però, sembra che ci abbiano rimesso tutti

di Fabio Zaccaria

«Diciotto mesi fa questo non era altro che un campo di terra, e ora è uno dei luoghi più avanzati che potete vedere al mondo. È incredibile», disse Donald Trump lo scorso 28 giugno alla posa della prima pietra di quella che sarebbe dovuta diventare la prima fabbrica di televisori a cristalli liquidi mai aperta negli Stati Uniti: un impianto grande quattro volte Central Park, con posti di lavoro per 13mila persone, che avrebbe dovuto trasformare una piccola città del Wisconsin nel centro di una nuova “Silicon Valley”. Tutto grazie agli investimenti della taiwanese Foxconn, il più grande produttore di dispositivi elettronici al mondo.

Quella davanti a cui si trovava Trump lo scorso giugno, in realtà, non era ancora molto di più di un’immensa spianata di terra, sulla quale quasi un anno dopo sorgono solo un paio di capannoni in cui lavorano 200 dipendenti. È tutto quello che per ora si è concretizzato di un enorme piano che nel frattempo è diventato meno enorme, e di cui si comincia a parlare con crescente scetticismo: perché, tra le altre cose, intanto ha portato la piccola cittadina di Mount Pleasant, nella contea di Racine, ad abbattere decine di case e indebitarsi per 750 milioni di dollari.

Tutto era cominciato nell’aprile del 2017, quando Coleman Peiffer, direttore del dipartimento dello Sviluppo economico del Wisconsin, aveva ricevuto una telefonata da Jared Kushner, genero e alto consigliere di Trump, tra le altre cose responsabile alla Casa Bianca dell’Ufficio per lo sviluppo. Kushner gli sottoponeva la proposta di Foxconn: un investimento da 10 miliardi di dollari per costruire una fabbrica di televisori LCD nello stato. Sembra che l’idea di costruire una nuova grande fabbrica a Mount Pleasant fosse venuta allo stesso Trump, che aveva sorvolato la città in elicottero qualche mese prima di ritorno da un comizio elettorale.

Il progetto proposto da Foxconn era enorme. Prevedeva la costruzione di un impianto produttivo di 12 chilometri quadrati (le dimensioni dell’Ilva di Taranto): una struttura di “decima generazione” in cui si sarebbero prodotti televisori a cristalli liquidi a grande schermo, partendo da pannelli di 9 metri quadrati l’uno, come al mondo si fa soltanto in un altro posto, in Giappone. La struttura avrebbe dato lavoro a 13 mila persone fra assemblatori, magazzinieri, ingegneri e amministrativi, con stipendi garantiti di 24 dollari l’ora – molto di più del salario minimo – anche per i contratti di basso livello.

Inoltre il gigantesco impianto sarebbe stato solo il primo passo: l’obiettivo del progetto – diceva Foxconn – era trasformare una delle zone economicamente più depresse del Wisconsin nella nuova Silicon Valley, ribattezzata per l’occasione “Wisconn Valley Science and Technology Park”. Attorno alla fabbrica di schermi LCD, infatti, sarebbero sorti laboratori di ricerca e sviluppo in materia di comunicazione, informatica e nanotecnologie applicate alla medicina. A rendere credibile l’offerta era la dimensione stessa del proponente: Foxconn è un gruppo aziendale che, con un fatturato di 170 miliardi di dollari l’anno, rientra fra i 50 più grossi gruppi al mondo. L’azienda realizza parte dei componenti e assembla alcuni dei più popolari prodotti ad alta tecnologia, fra cui gli iPhone e i televisori Sharp, e ha impianti in Cina, Giappone, India e Brasile.

Il luogo scelto per l’insediamento, Mount Pleasant nella contea di Racine, era stato fino agli anni Settanta e Ottanta una delle cittadine più ricche del Wisconsin, con una lunga storia industriale. Fu un ingegnere di Racine a inventare il tritarifiuti, per esempio; altri due ingegneri di Racine, nel 1910, inventarono il primo motore che funzionava a corrente continua e alternata e che rivoluzionò il settore degli elettrodomestici. Sempre nella contea di Racine si trova il quartier generale della Johnson, in un edificio progettato fra il 1936 e il 1939 da Frank Lloyd Wright e considerato uno fra i primi e più importanti esempi di architettura destinata al settore terziario. Con il declino dell’industria manifatturiera negli anni Ottanta – e ancora più gravemente negli anni Novanta – l’area ha perso poi gran parte della sua ricchezza. Oggi Racine è uno dei posti più poveri del Wisconsin.

Una delle fattorie demolite per il progetto Foxconn.

Il piano di rinascita proposto da Foxconn aveva però un prezzo altissimo: come spesso succede per le aziende che decidono di investire così tanto in un luogo, prevedeva una serie di concessioni economiche e burocratiche da parte delle autorità locali. Stato e governo federale avrebbero dovuto contabilizzare tre miliardi di dollari di sovvenzioni pubbliche e avrebbero dovuto garantire tempi strettissimi per l’approvazione dei progetti; anche la città di Racine avrebbe dovuto fare la sua parte, cercando di rimuovere tutti gli ostacoli all’approvazione e alla realizzazione del progetto.

Le dimensioni del progetto, chi ci fosse dietro e le richieste fatte alle istituzioni diventarono note però soltanto dopo che il piano per la nuova Silicon Valley era stato approvato: per mesi a tutte le parti in causa fu chiesta massima segretezza su ogni cosa. Il sindaco di Mount Pleasant, Dave Degroo, fu invitato in Giappone per visitare una fabbrica simile a quella che avrebbe dovuto sorgere a Mount Pleasant, ma del viaggio non poté riferire niente ai suoi concittadini a causa di un accordo di segretezza che gli era stato fatto firmare da Foxconn. Con la stessa segretezza Degroo, convinto sostenitore del progetto, lo fece approvare dalle istituzioni di Mount Pleasant, in mezzo a molte proteste.

Quando il progetto fu finalmente approvato a tutti i livelli, gli impegni per lo stato del Wisconsin erano diventati l’allargamento dell’Intestatale 94, da eseguire sfruttando 160 milioni di euro di fondi federali, la concessione di un’esenzione fiscale di 150 milioni di dollari e un sussidio di 2,9 miliardi di dollari a credito d’imposta. La contea di Racine si sarebbe invece impegnata a realizzare tutte le reti infrastrutturali. Anche per Mount Pleasant gli oneri erano altissimi: con un bilancio medio annuo di circa 20 milioni di dollari, la cittadina aveva richiesto finanziamenti per 750 milioni di dollari per acquisire tutti i terreni necessari all’insediamento dell’impianto e aveva iniziato a espropriare e abbattere le 75 abitazioni private che ne intralciavano la costruzione. Era il più grande pacchetto di sovvenzioni pubbliche mai approvato negli Stati Uniti per una società straniera. A Mount Pleasant, chi era d’accordo si era visto pagare le proprie proprietà a prezzi di mercato e si era potuto trasferire; chi si era rifiutato, o anche solo aveva tergiversato, aveva subito espropri con procedure d’urgenza comunicate nel corso delle assemblee pubbliche che si tenevano al ritmo di una ogni due settimane, in un clima di crescente rabbia e incredulità.

Nonostante cominciasse ad avere molti oppositori, soprattutto a Mount Pleasant, l’operazione sembrava però ancora destinata a diventare uno dei simboli della rinascita del Midwest: la grande regione interna degli Stati Uniti che una volta trainava l’economia del paese, grazie all’industria pesante e al settore manifatturiero, e dove ora si trovano alcuni dei luoghi più poveri del paese. Alle ultime elezioni gli elettori del Midwest sono stati decisivi nel dare la vittoria a Donald Trump, che per mesi aveva promesso di riportare le grandi industrie proprio in posti come il Wisconsin.

Lo stesso Trump si era speso molto per il progetto di Foxconn a Mount Pleasant. «Per fare un investimento così incredibile», aveva detto nel luglio del 2017, «il manager Gou [Terry Gou, il fondatore di Foxconn] dimostra di aver grande fiducia nel futuro dell’economia americana. Non c’è un posto migliore al mondo per costruire e fare impresa. Abbiamo tasse basse e stiamo tagliando norme e vincoli: approvazioni e rifiuti saranno rapidi. E in più abbiamo aria pulita, acqua pulita: faremo tutto quello che è necessario fare, e lo faremo in fretta».

Masayoshi Son, tra i finanziatori del progetto, Donald Trump e Terry Gou

Tutto era sembrato partire nel migliore dei modi: i cantieri per la costruzione del nuovo impianto erano ancora in pieno svolgimento quando Foxconn, per accelerare i tempi, aveva preso in affitto poco lontano un edificio di 14mila metri quadrati, subito chiamato “Centro sperimentale di formazione”. Qui aveva messo al lavoro una squadra di propri tecnici per iniziare i primi test produttivi con poche decine di dipendenti locali. Da lì a pochi mesi, rodata la catena di produzione e ultimata la costruzione del nuovo stabilimento, sarebbero dovute iniziare le assunzioni di massa. Da quel momento in poi, però, tutto è andato storto.

A gennaio 2018 Foxconn aveva annunciato che per la fine dell’anno i dipendenti a tempo pieno sarebbero stati solo 178, contro i duemila previsti dalle convenzioni. Negli stessi giorni Louis Woo, assistente speciale di Terry Gou, aveva detto che Foxconn stava riconsiderando i suoi piani a causa dei costi di produzione troppo alti negli Stati Uniti. La questione era sembrata rientrare dopo una telefonata fra Trump e Gou, che dopo aver parlato col presidente era tornato sui propri passi e aveva confermato tutto il progetto a Mount Pleasant. Trascorsi alcuni mesi, però, non si erano fatti concreti passi avanti per la costruzione del nuovo stabilimento.

A maggio 2018 Bloomberg aveva pubblicato un articolo sull’intenzione di Foxconn di ridimensionare gli investimenti, rinunciando a costruire il promesso impianto di decima generazione per puntare su tecnologie meno avanzate, passando dalla costruzione di televisori a grande schermo a quella di smartphone e dispositivi per il settore automobilistico. In agosto, in un’intervista data al Racine Journal Time, Woo aveva aggiunto che per il nuovo stabilimento sarebbero serviti molti meno operai di quanto inizialmente previsto dall’accordo (accordo in nome del quale i cittadini, la città, lo stato e il governo stavano già facendo grossi sacrifici).

Secondo Bloomberg e il Wall Street Journal, i ritardi accumulati fin qui non sarebbero dovuti a incidenti di percorso ma sarebbero parte di una strategia aziendale consolidata: promettere moltissimo per ottenere il massimo degli incentivi e delle agevolazioni possibili e poi, ad accordi siglati, ridimensionare e tagliare gli investimenti. In Brasile, per esempio, nel 2011 fu annunciata l’apertura di un impianto Foxconn che avrebbe dato lavoro a 100mila operai. Oggi in quell’impianto, scrive IstoéDinhero, importante settimanale d’informazione di San Paolo, lavorano circa 50 persone a turno, su tre turni. Qualcosa di simile era successo anche in Pennsylvania, scrive The Verge, dove un impianto che avrebbe dato lavoro a 500 operai non è mai sorto.

Oggi dell’impianto di circa 12 chilometri quadrati che avrebbe dovuto sorgere nei pressi del lago Michigan sono state posate solo parte delle fondamenta, e degli oltre duemila dipendenti la cui assunzione era prevista per la fine del 2019, solo 200 persone sono al lavoro: molte delle quali con contratti di stage pagati circa 14 dollari l’ora, poco più della metà di quanto promesso.

Donald Trump e Terry Gou

Un rapporto del Wisconsin Legislative Fiscal Bureau, l’agenzia chiamata a verificare i bilanci dello Stato (una sorta di Collegio dei revisori dei conti), sostiene inoltre che anche qualora il progetto venisse portato a termine come promesso, lo stato e la contea non guadagneranno niente in termini fiscali almeno fino al 2042, a causa degli enormi sussidi previsti e degli investimenti da sostenere. E questo senza considerare l’aumento delle spese per i servizi primari da garantire in caso di aumento della popolazione (prevedibile, in caso la fabbrica cominci a lavorare a pieno regime) e partendo dal presupposto che tutti i dipendenti dei nuovi impianti siano residenti in Wisconsin (e non magari nel vicino Illinois).

La situazione, al momento, è in stallo. La costruzione degli stabilimenti non sta procedendo come avrebbe dovuto, e sempre meno persone credono che si arriverà mai al completamento del progetto iniziale promesso da Trump e Gou. A marzo The Verge aveva visitato le decine di edifici che Foxconn aveva comprato in tutto il Wisconsin per collocare i centri di ricerca e sviluppo previsti dal progetto iniziale, e aveva scoperto che tutti gli edifici tranne uno erano vuoti. Anche quello in cui lavoravano effettivamente delle persone, a Milwaukee, era comunque molto piccolo; una parte dello spazio comprato da Foxconn era stato affittato a una società di servizi finanziari. Un mese dopo la pubblicazione dell’articolo sugli edifici vuoti, e dopo una smentita di Foxconn, The Verge è tornata a controllare se fosse cambiato qualcosa: ma gli edifici erano ancora tutti vuoti.

Il nuovo governatore del Wisconsin, il Democratico Tony Evers che ha preso il posto del Repubblicano Scott Walker, si è detto molto scettico sul fatto che si arriverà all’assunzione di 13.000 persone; nonostante le rassicurazioni di Foxconn ha detto di voler mantenere un “sano scetticismo” su tutta la questione.

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