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  • giovedì 9 maggio 2019

Gli Stati Uniti non sanno come gestire tutti i richiedenti asilo

Il problema non sono tanto i numeri quanto che i migranti usano gli ingressi legali: c'è un picco senza precedenti di regolari richieste di protezione, e il sistema sta collassando

Le borse di alcuni migranti in attesa di ottenere un visto umanitario temporaneo a Ciudad Hidalgo, in Messico. (Mario Tama/Getty Images)

La crisi umanitaria che riguarda i migranti che entrano negli Stati Uniti attraversando il confine col Messico sta raggiungendo livelli di nuova emergenza, con le strutture destinate alla detenzione temporanea completamente sovraffollate, lentezze nelle pratiche burocratiche con cui dovrebbero essere esaminate le richieste di asilo e grandi disagi e sofferenze per gli stessi migranti. C’entra principalmente un nuovo picco degli ingressi: solo ad aprile sono state arrestate 58mila persone per aver attraversato illegalmente il confine, e da ottobre a oggi sono entrati illegalmente negli Stati Uniti  248mila tra genitori e i figli che li seguivano, più di quelli dei dodici mesi precedenti.

Gli esperti non sono ancora d’accordo sulle ragioni dietro a questo picco recente: c’entra probabilmente lo sviluppo di vie di trasporto efficienti che permettono ai migranti di attraversare il Centro America in pochi giorni in autobus, e anche una recente complicità del governo messicano nel permettere il transito verso il confine statunitense.

Tra Texas, Arizona e California sono state destinate alla detenzione temporanea dei migranti chiese, centri commerciali in disuso e tendopoli, tutte sistemazioni pensate per essere temporanee e in cui però le persone rimangono spesso per mesi, in attesa che la propria richiesta di asilo venga processata. A El Paso, in Texas, in uno dei posti più caldi degli Stati Uniti, i migranti sono detenuti in una grossa tenda sotto un ponte.

Un centro temporaneo di detenzione per migranti a El Paso, in Texas. (AP Photo/Cedar Attanasio, File)

Quella che è andata in crisi non è una vera rete di accoglienza, quanto piuttosto il sistema di strutture detentive nelle quali sono tenuti i migranti nel periodo che va dal loro ingresso negli Stati Uniti, con richiesta di asilo, fino al momento in cui viene processata. Possono volerci mesi o anche anni, perché la burocrazia americana ha circa 860.000 casi arretrati. In media, ci vogliono 700 giorni per ciascuna pratica. Le agenzie federali e le organizzazioni umanitarie che si occupano di gestire e assistere i migranti nel frattempo sono in grave crisi, perché il tipo di ondata migratoria è diversa da quelle precedenti.

Non sono infatti i numeri di per sé a essere senza precedenti: nel 2006, per esempio, gli agenti di frontiera arrestarono oltre 1 milione di migranti irregolari, mentre negli ultimi sette mesi gli arresti sono stati 460mila. A essere inedita è la quantità di migranti che entrano dagli ingressi legali, come auspicato dal presidente Trump, presentando richiesta di asilo: e che quindi per legge non possono essere espulsi senza che la loro richiesta sia esaminata. Nel 2006, infatti, i migranti provenivano soprattutto dal Messico, in cerca di lavoro, mentre adesso la maggior parte arrivano dai paesi del Centro America – principalmente Honduras, El Salvador e Guatemala – scappando da fame, violenza, povertà e governi corrotti. Il confine statunitense non è preparato per gestire così tante richieste, che però per legge devono essere processate.

Una madre e sua figlia in un centro per migranti a Tijuana. (Mario Tama/Getty Images)

Il presidente Donald Trump ne ha provate diverse: l’anno scorso aveva adottato la pratica di dividere le famiglie separando i bambini dai genitori, per scoraggiare le partenze, poi sospesa dopo una vasta indignazione internazionale. Ha provato anche a far approvare al Congresso delle modifiche al sistema, per esempio per rendere più rigidi i criteri per chiedere l’asilo: ma sono anni che non vengono approvate riforme significative dell’immigrazione, e da quando la Camera è passata ai Democratici è praticamente impossibile che Trump possa ottenere qualcosa in questo senso. A febbraio Trump era dovuto ricorrere ai fondi di emergenza – solitamente usati per calamità naturali – per ottenere fino a 8 miliardi di dollari per costruire il muro, dopo la prolungata opposizione dei Democratici al Congresso.

Martedì una corte d’appello ha stabilito che l’amministrazione Trump può tornare a trasferire alcuni dei migranti che stanno aspettando l’esito della propria richiesta di asilo in Messico, finché la loro pratica non sia sbrigata. Ma è una misura che influisce poco sul sovraffollamento generale nelle città americane al confine col Messico. Attualmente, l’asilo viene concesso a circa il 20 per cento di quelli che lo richiedono. Nella prima fase dell’esame della domanda, un funzionario fa una valutazione preliminare per stabilire se quella dei richiedenti sia una «paura legittima» per la propria incolumità: in media, superano questa fase il 75 per cento dei richiedenti. Trump da tempo vorrebbe abbattere questa percentuale.

Per i migranti che si ritrovano nelle mani delle autorità statunitensi, il periodo immediatamente successivo alla richiesta di asilo è fatto di trasferimenti frequenti, e di lunghi periodi passati in strutture progettate per ospitare i migranti per alcune ore, e non per diversi giorni. A marzo Kevin McAleenan, l’ex capo dell’agenzia che si occupa delle dogane e dei confini, e attuale segretario a interim per la Sicurezza interna, aveva detto che il sistema non poteva sopportare questi numeri, era arrivato a un “punto di rottura” ed era vicino al collasso.

Una carovana di migranti in attesa di attraversare il confine tra Guatemala e Messico. (Mario Tama/Getty Images)

Con il sovraffollamento delle strutture nei punti di ingresso più frequentati come quello a Tijuana, al confine con la California, sempre più migranti attraversano il confine nelle remote aree desertiche del New Mexico e del Texas, dove poi cercano la polizia di frontiera per segnalare la propria presenza e iniziare le pratiche per chiedere asilo. I trafficanti di esseri umani spesso li convincono che dopo essersi costituiti saranno presto liberati, e potranno rimanere per anni negli Stati Uniti mentre le loro richieste vengono processate. Questo è vero in molti casi per le famiglie, visto che diverse sentenze proibiscono di detenere i bambini per più di 20 giorni: spesso, quindi, vengono scarcerate senza che abbiano i soldi o le istruzioni per sapere dove andare e cosa fare per sopravvivere.

Negli ultimi mesi, tre bambini guatemaltechi sono morti mentre erano sotto la custodia del governo americano. Secondo gli esperti e gli stessi funzionari delle agenzie di frontiera, l’attuale sovraffollamento causerà probabilmente altre morti. L’assistenza medica è stata implementata, ma le condizioni igieniche rimangono scarse e le malattie presenti nei centri di detenzione moltissime.

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