• Moda
  • martedì 7 maggio 2019

Le foto del Met Gala

A tema "camp" (cioè?): Katy Perry vestita da lampadario, Jared Leto con due teste, Lady Gaga con quatto abiti diversi e tutti gli altri alla festa più eccentrica della moda

Katy Perry al Met Gala, New York, 6 maggio (Dimitrios Kambouris/Getty Images)

Il Met Gala nel mondo della moda è l’equivalente dei premi Oscar per il cinema, ma con più sfarzo e appariscenza. È la più dispendiosa e scenografica delle serate di beneficenza e ogni primo lunedì di maggio (come ieri) inaugura la mostra annuale del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York. Gli ospiti sono invitati a vestirsi prendendo spunto dall’argomento della mostra, che quest’anno era il camp, un concetto difficile da definire ma che si potrebbe cominciare a riassumere – semplificando molto – nell’estetica dell’esagerazione e dell’artificio. È spesso associato al kitsch, ma al punto da essere così brutto da diventare bello. Per avere un’idea di come questo concetto è stato interpretato: Katy Perry si è vestita da lampadario, Lady Gaga ha fatto una specie di esibizione cambiando quattro abiti diversi (tutti dello stilista Brandon Maxwell), si sono viste piume, strascichi infiniti e abbinamenti gender-fluid. Jared Leto aveva due teste e l’attore Billy Porter ha fatto il suo ingresso con un costume dorato su una lettiga trasportata da sei uomini. Ma nessuna descrizione vale quanto le foto che seguono.

La mostra – si intitola “Camp: Notes on Fashion” e sarà aperta al pubblico dal 9 maggio all’8 settembre – si basa sul saggio di Susan Sontag, Notes on ‘Camp (1964): nel libro Sontag cerca di definirlo tramite 58 punti che vanno da “un modo di vedere il mondo come un fenomeno estetico” a ”l’amore per l’esagerato”. E ancora: “camp è una donna che cammina in un abito fatto di tre milioni di piume”; “un modo di guardare al mondo che aiuta a detronizzare la serietà”. Negli Stati Uniti è stato spesso associato allo stile di drag queen e omosessuali e tra gli abiti scelti per la serata c’erano molti richiami all’estetica queer e al gender-fluid.

Vogue spiega che il curatore della mostra, Andrew Bolton, ha usato per l’allestimento concetti riferiti al camp inteso come “artificio, eccesso, stravaganza, ironia, démodé, innocenza, e surplus”. La mostra sarà divisa in due parti: la prima dedicata all’origine del camp, la seconda alle sue rappresentazioni nella moda. Scrive il New York Times che ci saranno circa 175 pezzi tra cui abiti maschili e femminili, sculture, dipinti e disegni, collezioni del passato come quella di Chanel per l’inverno 1987 ispirata a Versailles (disegnata da Karl Lagerfeld) e creazioni più recenti, come abiti di Demna Gvasalia o Virgin Abloh, Charles Frederick Worth, Balenciaga o Miuccia Prada.

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