(Touchstone Television/ABC Studios)

Forse è meglio un medico senza camice

I camici indossati negli ambulatori e negli ospedali sono lavati poco di frequente e ospitano virus e colonie di batteri, aumentando il rischio di contagi

(Touchstone Television/ABC Studios)

Molte persone dicono di riporre più fiducia in un medico che li accoglie indossando un camice bianco, quando se lo trovano davanti per una visita in ospedale o in ambulatorio. Il camice comunica una maggiore idea di professionalità e attenzione all’igiene da parte di chi lo indossa, ma secondo diverse ricerche condotte negli ultimi anni i camici possono essere il principale veicolo di contaminazioni da virus e batteri, perché non sono lavati molto spesso ed entrano in contatto con molti pazienti e i loro microbi.

Perché i medici indossano camici bianchi
Benché i camici bianchi siano ormai universalmente associati ai medici, e più in generale alla medicina, il loro impiego negli ospedali e nelle cliniche è relativamente recente e risale a poco più di un secolo fa. Fino alla fine dell’Ottocento, i medici si vestivano per lo più di nero, colore ritenuto adeguato per gli incontri formali e quindi a maggior ragione per quelli con i pazienti.

All’epoca gli appartenenti al clero si vestivano di nero, per rimarcare la natura solenne del loro impiego e una certa distanza dai fedeli, che ne riconoscevano l’autorità anche per come erano vestiti. Il nero era inoltre associato al lutto e, nonostante la loro buona volontà, i medici prima del Novecento non avevano conoscenze a sufficienza per curare efficacemente i loro pazienti: spesso le loro visite coincidevano con gli ultimi giorni di vita per i pazienti.

Un gruppo di medici nel 1846 presso il Massachusetts General Hospital, Stati Uniti (Hulton Archive/Getty Images)

I dipinti ottocenteschi e quelli dei secoli precedenti mostrano quasi sempre medici vestiti di nero, con abiti lunghi simili all’abito talare dei preti o con giacche che ricordano quelle dei completi maschili dei giorni nostri. L’abito nero era pratico: se si sporcava nascondeva bene le macchie e poteva essere utilizzato per più giorni. Fino alla fine dell’Ottocento non esisteva il concetto di sterilizzazione: i medici si lavavano di rado le mani, davano indicazioni ai chirurghi su come operare e senza che fossero lavati gli strumenti o igienizzate le sale operatorie (il lavoro del chirurgo era in un certo senso simile a quello del macellaio, era spesso considerato una mera applicazione pratica, quindi con una importanza inferiore rispetto a quello del medico).

Fu il medico britannico Joseph Lister uno dei primi a comprendere l’importanza della pulizia e dell’igiene nelle sale operatorie, e a proporre le prime procedure per evitare che i microrganismi proliferassero negli ospedali causando ulteriori danni, spesso letali, ai pazienti.

Venuto a conoscenza degli studi del chimico francese Louis Pasteur, che aveva scoperto come la fermentazione di alcune sostanze portasse alla proliferazione dei batteri e come questa potesse essere bloccata tramite la bollitura, Lister iniziò a sperimentare l’impiego del fenolo (acido fenico) sulle ferite dei pazienti, notando come ciò consentisse di mantenerle pulite ed evitare che si sviluppasse la cancrena (che comportava quasi sempre l’amputazione dell’arto coinvolto, se non la morte del paziente).

La “Clinica Agnew” del pittore statunitense Thomas Eakins è una delle prime rappresentazioni di medici vestiti di bianco, il dipinto è del 1889

Le raccomandazioni di Lister e di diversi altri studiosi impiegarono anni prima di diffondersi ed essere impiegate negli ambienti ospedalieri, ma avrebbero portato a una vera rivoluzione che avrebbe consentito di salvare milioni di pazienti. La maggiore consapevolezza dell’importanza della pulizia e dell’igiene portò anche a un cambiamento negli abiti da lavoro di medici e infermieri. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, mentre la medicina stava diventando una vera e propria disciplina scientifica, si passò progressivamente dal nero ai camici bianchi. Il loro candore non solo dava l’idea di purezza e pulizia, ma rendeva necessari lavaggi più frequenti e più evidenti le macchie, di qualsiasi natura clinica fossero.

Camici, batteri e virus
Oggi i camici bianchi sono impiegati in buona parte degli ambulatori e degli ospedali in giro per il mondo, e sono anche un buon sistema per consentire ai pazienti di riconoscere i medici dal resto del personale ospedaliero. Eppure, nonostante comunichino un’idea di pulizia, oltre che di professionalità, possono essere a volte tra le cause di contagio con la trasmissione di virus e batteri tra pazienti.

Una revisione condotta alcuni anni fa sui principali studi dedicati all’igiene degli abiti indossati dal personale medico, per esempio, ha evidenziato come i camici siano spesso contaminati da colonie di batteri, a volte molto pericolose e resistenti a buona parte dei farmaci. Il 16 per cento dei camici analizzati per un test ha evidenziato, per esempio, la presenza di Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA), un ceppo di batteri che si è evoluto diventando resistente a buona parte degli antibiotici. Lo stesso esame ha evidenziato la presenza di batteri Gram-negativi nel 42 per cento dei camici analizzati. Entrambi i tipi di batteri possono causare seri problemi di salute, comprese infezioni e sepsi.

Scarsa pulizia
Alcune di queste contaminazioni sono inevitabili e portano in poche ore alla formazione di colonie sui tessuti dei camici, cosa che accadrebbe anche sugli abiti del medico nel caso in cui non indossasse il camice. Altri, invece, impiegano più tempo e la loro presenza potrebbe essere evitata con una regolare sostituzione e pulizia dei camici. Ma una serie di studi condotti sia negli Stati Uniti sia nel Regno Unito ha mostrato come la pulizia dei camici sia spesso trascurata. La maggior parte dei medici non li lava più di una volta a settimana, mentre il 17 per cento usa lo stesso camice per più di un mese prima di lavarlo.

Il problema è che molti medici vedono il camice come uno strumento per proteggere i vestiti che indossano, più che come una soluzione per ridurre il rischio di contaminazioni per il paziente. Indossando i loro abiti sotto al camice, ritengono che questo si sporchi poco (difficilmente entra in contatto col sudore di chi lo indossa, per esempio) e che quindi non sia necessario lavarlo con grande frequenza.

L’impiego di particolari tessuti, trattati per essere antimicrobici, potrebbe contribuire a ridurre il problema, almeno secondo uno studio. Il trattamento rende la vita più difficile ai batteri, anche se alcuni ceppi riescono ugualmente ad attecchire e a riprodursi molto velocemente in poche ore, anche durante un singolo turno del medico.

Maniche lunghe e corte
Una ricerca condotta lo scorso anno ha messo a confronto i camici con le maniche lunghe con quelli con le maniche corte, per vedere se ci fossero differenze nella frequenza delle contaminazioni dei pazienti. Come era già stato dimostrato da altri studi, le maniche corte si sono rivelate utili per ridurre le contaminazioni.

Secondo i ricercatori, le maniche corte rendono più semplice la pulizia delle mani e dei polsi, rendendola più frequente. Le maniche lunghe, al contrario, hanno più probabilità di entrare in contatto con i pazienti, favorendo il passaggio di batteri e virus da uno all’altro. Anche per questo motivo molte associazioni di medici consigliano di utilizzare camici con le maniche corte o che arrivino a metà avambraccio.

Sale operatorie
È comunque importante fare una distinzione: il problema riguarda i camici che i medici utilizzano nei loro studi, negli ambulatori e talvolta in corsia, non quelli che sono utilizzati nelle sale operatorie. In quel contesto, dove la sterilizzazione degli strumenti di sala è essenziale, i chirurghi lavorano utilizzando camici sterilizzati riutilizzabili o usa e getta. Utilizzano inoltre guanti e seguono procedure piuttosto articolate per lavarsi le mani e gli avambracci. L’obiettivo è ridurre al minimo il rischio di contaminazioni, anche se talvolta ci sono trascuratezze o si rendono necessari interventi estremi per risolvere problemi imprevisti e garantire la sopravvivenza del paziente.

Lavare le mani
Le ricerche sulla pulizia dei camici e la loro utilità sono periodicamente pubblicate sulle riviste scientifiche e di settore, portando a nuovi confronti tra i medici su costi e benefici di quella che è da un secolo la loro principale divisa. I camici non sono di per sé un male e, come abbiamo visto, con alcuni accorgimenti si possono evitare brutte sorprese: lavarli spesso, utilizzare le versioni con mezze maniche, o maniche corte, e preferire i modelli realizzati con tessuti antimicrobici. Per quanto riguarda noi pazienti, se notiamo che prima di visitarci il medico non si è lavato le mani, possiamo gentilmente farglielo notare, pensando con gratitudine a Sir Lister.

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