È cambiata Palermo?

«Bisogna sinceramente rispondere di sì», scrive Roberto Alajmo nella nuova edizione della sua popolare guida alla città, e c'entra il "Sinnacollànno", nel bene e nel male

L’editore Laterza ha ripubblicato in una nuova versione aggiornata Palermo è una cipolla, la guida alla città scritta nel 2005 da Roberto Alajmo che è stata negli anni passati uno dei libri più completi ed efficaci nel raccontare Palermo al visitatore profano, grazie alla capacità di leggere le sue diffidenze e pregiudizi (spesso fondati) e alla conoscenza della città da parte di Alajmo, uno di quegli scrittori che sono “rimasti” a Palermo, di cui lui stesso parla in un passaggio del libro. Palermo è una cipolla remix esce nella nuova edizione sempre all’interno della popolare collana Contromano, destinata al racconto di città e luoghi d’Italia da parte di scrittori che li conoscono, e ha – oltre a una serie di aggiornamenti – una nuova premessa dell’autore, che affronta il tema di cosa sia cambiato a Palermo nei quattordici anni passati dalla prima edizione.

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Qualunque cosa possa accadere ai siciliani, essi la commenteranno con una battuta di spirito.
Marco Tullio Cicerone

Ogni libro dovrebbe avere almeno l’aspirazione di essere eterno. Almeno, l’aspirazione: ossia sapendo che non potrà mai arrivarci, a essere eterno. Nemmeno avvicinarsi, a essere eterno. Tuttavia provarci è doveroso, e ci sono libri che affrontando questa fatica di Sisifo riescono a resistere anni, decenni, persino secoli. Molto modestamente, la prima versione di questo libro ha resistito quasi una quindicina d’anni, e non è manco male. In questo lasso di tempo parecchie sono state le ristampe, e ogni volta si poneva la questione di apportare qualche modifica al testo originario. E finora sempre la risposta era stata orgogliosamente no. Considerato il genere, l’eternità era del tutto fuori portata, ma una discreta resistenza al tempo veniva garantita da qualche accorgimento adoperato al momento della stesura. Per esempio: nessun riferimento a negozi, ristoranti, locali che per natura rivelano prima o poi la loro caducità.

Ma il tempo passa, e la Città cambia, e i libri invecchiano. Anche questo libro. Alcune pagine, interi capitoli della prima versione valgono oggi solo come documentazione storica, per ricordarci come eravamo. Persino alcune marmoree convinzioni degli abitanti della Città nel frattempo sono cambiate. Tanto per fare un esempio: forse fra i commercianti è finalmente passata l’idea che un’isola pedonale non è l’apocalisse che avevano sempre creduto. Pare niente, ma si tratta di una mutazione genetica, se si considera la convinzione fondante della categoria, che cioè gli abitanti della Città non vogliono comprare niente senza arrivare con la macchina fin dentro al negozio. Così era e così invece non è più.

Per cui alla ricorrente domanda «è cambiata la Città?» oggi bisogna onestamente rispondere di sì. Del resto sarebbe strano se così non fosse, visto che nell’arco dell’ultimo ventennio è cambiato il mondo. E siccome la parola cambiamento non è sinonimo puro e semplice di miglioramento, vale la pena di specificare: sì, in moltissime cose la Città è cambiata nella direzione del meglio. Senza cedere al trionfalismo, opposto correlato del disfattismo, oggi siamo messi almeno un po’ meglio di come eravamo messi prima.

Certo, c’è da fare i conti con l’eterna propensione all’annacamento. A ogni due passi avanti corrisponde sempre un passo indietro, uno a destra e uno a sinistra, per cui il movimento solo in parte coincide col reale spostamento. Ma annacarsi è nella nostra natura. La storia stessa, e la storia siciliana in particolare, non è mai stata una superstrada a senso unico, semmai una trazzera tortuosa, dove spesso s’incontrano macchine che provengono dalla direzione opposta: allora bisogna fare marcia indietro, e si rischia in continuazione di finire in una scarpata. In certi momenti provi addirittura la sensazione di aver sbagliato strada, ma poi no: giusto, la direzione è quella.

Stiamo parlando di una città dal carattere tutt’altro che stabile. Il suo fascino consiste proprio nella sua natura irrequieta e irrisolta. Inutile chiederle di somigliare ad altre la cui bellezza è consolidata, composta e appagante. Difatti nessuno si chiede se Venezia è cambiata, perché il problema non si pone. Ci torni dopo vent’anni e più o meno è sempre quella, immobile perché già idealmente perfetta. La Città non sarà mai così. Potrà migliorare ancora, e ampi margini ci sono senz’altro, ma una certezza esiste fin d’ora: perfetta non sarà mai. Nell’orditura delle sue trame ci sarà sempre un errore, nell’intonazione più calda si potrà riscontrare sempre almeno una sporcatura. Di questo non dobbiamo compiacerci (il rischio paradossalmente esiste) ma nemmeno deprimerci oltre misura. Dobbiamo acquisire consapevolezza di essere come certi formaggi che si sottraggono alle norme igieniche dettate dall’Unione Europea, e il cui sapore deriva proprio dall’ingrediente innominabile, da utilizzare solo in minima quantità. Un ingrediente chiamato gràscia, che significa sporcizia nella variante untume. Inimitabile e indispensabile, se non si vuole snaturare la natura stessa del formaggio, trasformando in galbanino il sapore di ogni autentica tumazza.

Alla luce dei cambiamenti intercorsi, una riscrittura di questo libro è diventata improcrastinabile, se non altro per dovere di onestà nei confronti del destinatario originario di queste pagine, l’Anonimo Viaggiatore che s’immaginava impastoiato fra le idee preconcette e bloccato nella sua camera d’albergo nel timore di doverle verificare una per una. Questo libro nasce dall’esigenza di fornirgli conforto. È un obbligo morale molto sentito, nella Città, quello di accompagnare gli amici forestieri in visita. Lo avvertiamo come un dovere, per motivi che in parte sfuggono alla nostra stessa percezione. Il sentimento d’orgoglio difensivo, che gli abitanti della Città coltivano sempre, per vie misteriose confina col senso di colpa. Sappiamo di avere a che fare con una città che sa essere allo stesso tempo dottor Jekyll e mister Hyde. Capace di trasformare ogni bacio in un morso, e sempre adoperando lo stesso paio di labbra. È fragile e crudele, questa città. Fa presto a restare ferita e ripiegare sui propri difetti. In certi momenti sta per annegare, corri a salvarla, e lei ti trascina a fondo con sé. Slancio e repulsione sono istinti comuni e a doppio taglio, per chiunque abbia a che fare con questa terra.

Caro viaggiatore riluttante, non pensare di riuscire a sottrarti: anche tu sei un luogo comune, in quanto ultimo di una stirpe illustre iniziata forse con Wolfgang Goethe, che visitò la Sicilia vari anni dopo l’uscita della prima edizione della Encyclopédie, pietra fondante dell’Illuminismo, dove a proposito del capoluogo siciliano si leggeva la seguente definizione: «Antica città distrutta da un terremoto». Per dire come i pregiudizi possano pesare anche oltre le migliori intenzioni.

In quanto prototipo del viaggiatore in partibus infidelium, Goethe si lasciò sorprendere da molte delle cose che sono destinate a sorprendere anche te. Avrai notato per esempio che la Città tende a essere abbastanza sporca. A seconda dei periodi, anche molto sporca. Parecchio citato è l’episodio dello scrittore tedesco che chiedeva conto a un abitante della Città dello strato d’immondizia che lastricava le vie, constatando quanto fosse considerato normale gettare la spazzatura direttamente in strada. L’indigeno rispose che lo strato d’immondizia serviva come ammortizzatore per le carrozze dell’aristocrazia, affinché i nobili lombi non patissero le asperità del manto stradale. Goethe non colse l’umorismo, si scandalizzò trovandosi di fronte a una tipica maniera siciliana di sdrammatizzare. Sorridere di sé è una delle virtù che in Sicilia vengono coltivate fino a virarle in vizio, trasformandole in un sistema che immunizza dall’indignazione. Un grande siciliano, Enzo Sellerio, allo stesso modo si difendeva da un giornalista che gli chiedeva come si potesse vivere in una città che straripava d’immondizia. E Sellerio gli rispose:

– Io non vivo in questa Città, vivo a casa mia.

Avremo modo di riparlarne. Ma intanto, caro viaggiatore, comincia a riconoscere questa grana di sarcasmo, adoperato spesso per esorcizzare i cliché, anche quando ad alimentare i cliché siamo noi stessi. Fra l’altro non è chiaro, leggendo il suo diario di viaggio, se la Città a Goethe sia piaciuta o meno, se gli siano piaciuti i suoi abitanti. Non che ci aspettassimo apprezzamenti incondizionati, sapendo che questa è terra di amori conflittuali. Il sospetto è che la Città non gli sia sembrata abbastanza greca. Non abbastanza aderente, perlomeno, all’idea di Grecia che Goethe era venuto a cercare a queste latitudini. Ma per forza: noi abitanti di questo angolo di Sicilia non siamo tanto greci. Siamo punici, siamo arabi, siamo normanni. Siamo un frullato etnico e culturale in cui la grecità è un ingrediente secondario. O forse della grecità non abbiamo assorbito la componente apollinea, quella che lui sembrava apprezzare maggiormente. Apollinei, di sicuro, non siamo: dionisiaci, forse. Ma ciò che di dionisiaco Goethe incontrava lungo il suo cammino lo liquidava come spurio. Ogni dato reale che contrastasse con la sua teoria della classicità veniva rimosso. La corda pazza di noi siciliani non gli piaceva, ma è molto evidente che ne subiva la fascinazione. Altrimenti perché andare in cerca della casa natale di Giuseppe Balsamo, sedicente conte di Cagliostro? La personalità di Cagliostro, grande impostore, era diametralmente opposta a quella di Goethe, almeno quanto era invece aderente alle propensioni della Città.

Dicono che si possa prendere in giro tutti per un po’ di tempo o alcuni per tutto il tempo. La scommessa disperata di ogni impostore è riuscire a smentire questa massima, riuscendo a ingannare tutti per tutto il tempo. I Cagliostri di ogni epoca giocano, vincono, perdono, fin quando nessuno è più disposto a far loro credito, e allora devono per forza smettere di giocare. Al tempo della visita di Goethe alla sua casa natale, nel quartiere dell’Albergheria, Cagliostro aveva già concluso la sua carriera di sedicente mago in fondo al carcere di San Leo, dove aspettava la morte. Ma Giuseppe Balsamo era solo il prototipo di un modello di cui questa terra continua ancora oggi ad avere un grande fabbisogno, al punto che, oltre a produrre Cagliostri in quantità, ne importa in continuazione. Personaggi in grado di planare sulla vita mantenendosi molto al di sopra dei propri mezzi finanziari, culturali e intellettuali: l’impresario teatrale che per anni succhia soldi a istituzioni ed enti pubblici, il ras dei corsi di formazione, il cuoco multistellato con uso d’antimafia, il critico d’arte screditato che solo qui trova ancora risorse e curatele.

La visita alla madre di Cagliostro venne riportata da Goethe sul diario con dovizia di particolari, sintomo di una perversa fascinazione. Allo stesso modo: perché sobbarcarsi una trasferta fino a Bagheria per visitare Villa Palagonia e il suo parco pullulante di mostri di pietra? Goethe sapeva tutto del suo eccentrico ideatore, Ferdinando Francesco Gravina, e poteva immaginare la potenza dionisiaca che traspirava da quelle statue. Ma volle andarci, e alla fine bollò la Villa come frutto nemmeno di follia, ma di scempiaggine. Chissà cosa direbbe lo scrittore tedesco scoprendo che oggi Villa Palagonia e i suoi mostri sono stati subissati dalla maggiore follia dell’abusivismo edilizio. Probabilmente sarebbe difficile far comprendere alla sua logica teutonica il concetto stesso di abusivismo edilizio. Se la corda dionisiaca di questa Città gli era sfuggita a suo tempo, inutile sperare che riuscirebbe ad apprezzarla oggi, quando è stata tirata fin quasi a strapparla del tutto.

Tornando agli anni più recenti, fra i cambiamenti radicali c’è stato il ritorno del sindaco Leoluca Orlando che, dopo una decina d’anni di interregno, ha portato a un estremo tentativo di rilancio della Città. Di Orlando bisogna parlare già in sede di premessa perché la sua figura aiuta a capire molte cose della Città, di cui è sindaco naturale, sindaco inevitabile, sindaco quasi ininterrotto. Col tempo, Orlando si è trasformato in una creatura mitologica, metà uomo e metà sindaco. Sinnacollànno lo chiamano sia quelli che lo amano sia quelli che lo detestano. Sinnacollànno: termine composito, formato da due parole che vengono ormai considerate sinonimi, al punto di sovrapporsi: Sindaco e Orlando. Comunque la si pensi su di lui, sarà ricordato dalla storia come il sindaco per antonomasia, e non solo per la lunghezza reiterata delle sue sindacature, le cui origini affondano negli anni Ottanta. È stato sindaco di sinistra in una città di destra. Sindaco dei cialtroni e sindaco delle élite. Ugualmente disponibile alla degustazione di ostriche e sarde salate, padre e padrone, democratico e dispotico, capace di grandi slanci di generosità e improvvisi passaggi di spietato cinismo. La sua forza è sempre stata quella di parlare con dimestichezza la lingua dell’aristocrazia e quella dei diseredati, quella della cultura e quella del popolo. Sindaco trasversale sia per consensi sia per dissensi, risulta ugualmente amato e odiato dall’opinione pubblica, che sulla sua figura non è mai riuscita a trovare una sintesi critica oggettiva. Di lui, ogni osservatore sembra cogliere solo una quota parziale della personalità, e sulla base di questa immagina di potersi schierare. A lungo è stato il Don Giovanni della politica regionale, capace di sedurre chiunque, compresi soggetti molto distanti dai suoi ideali. La radicalizzazione di qualsiasi opinione non è una tendenza soltanto locale, solo che qui le cose succedono sempre con una particolare virulenza. Facendo la tara ai pregiudizi bisogna dare atto a Orlando di aver saputo cavalcare l’onda di questa Città meglio di chiunque altro, diventandone addirittura l’incarnazione, nei pregi e nei difetti. Il carattere mercuriale, bipolare e inafferrabile di Orlando è ricalcato sul carattere mercuriale, bipolare e inafferrabile della Città. Proprio per questo sarebbe un magnifico personaggio romanzesco. Ma, a parte la sua complessa identità, l’essenza mercuriale rappresenta anche la difficoltà per chi voglia fermarne i tratti in un’opera letteraria. La letteratura ha tempi di posa molto lunghi. E lui, sostenuto da un metabolismo invidiabile, non riesce a stare mai fermo. Forse il tanto vagheggiato Romanzo della Città (ne parleremo) sarà un romanzo che vedrà Orlando protagonista e mattatore, nel bene e nel male.

Anche quando la Città è stata designata capitale italiana della cultura, gli abitanti si sono spaccati secondo la faglia che separa l’orlandismo dall’antiorlandismo, toccando nervi scoperti che li inducono a litigare in maniera cieca e indiscriminata. Ecco un carattere che in questi anni si è accentuato a vista d’occhio: gli abitanti della Città sono diventati molto litigiosi. Su qualsiasi argomento noi litighiamo, ma specialmente sull’immagine che la Città mostra all’esterno. È una vocazione causidico-pirandelliana che porta in continuazione a spaccarsi e spaccare il capello in quattro. Le due fazioni cittadine contrapposte sono orgogliosi versus sarcastici, questa seconda fazione indicata localmente con un’espressione a sua volta sarcastica: nemici della contentezza. La prima fazione ha accolto con soddisfazione la designazione. La seconda fazione ha espresso il suo sarcasmo mettendo in dubbio che la Città fosse all’altezza del ruolo (frase chiave: altro che capitale della cultura, capitale della munnizza).

In realtà la designazione era più che meritata, se non altro per la sedimentazione di culture diverse che la Città rappresenta da secoli a questa parte, a prescindere da chi la amministra pro tempore. La sua essenza controversa e imbastardita non è una controindicazione, anzi: le canaglie hanno sempre posseduto tanto fascino in più. I turisti, che in tempi recenti si sono moltiplicati, percepiscono la Città come un rischio calcolato, capace di creare emozione senza costituire vero pericolo. E tendono a rimanere estasiati per i vividi chiaroscuri che riscontrano camminando per le strade. Nelle conversazioni con gli ospiti che vengono dal continente gli abitanti della Città, invece, hanno spesso il compito di ridimensionare gli entusiasmi per spiegare che la Città sa essere molto seduttiva, anche oltre la sua innegabile bellezza, ma qualche problema comunque rimane (eufemismo). E però accompagnare in giro un forestiero significa vedere le cose attraverso i suoi occhi, lasciandosi sbigottire da dettagli che avevamo davanti e non vedevamo più. Giudicando sulla base degli occhi altrui, è innegabile che almeno negli ultimi anni si sia riscontrato un fermento culturale in forma magari gassosa, e proprio l’anno da capitale della cultura era l’occasione per far sedimentare questi fermenti gassosi. La bottiglia di champagne è stata finalmente stappata, ma tutte le bollicine andranno perdute nel giro di poco, se non si usa qualche accortezza. Lo stesso vale per Manifesta, rassegna d’arte che ha avuto almeno il merito di aver acceso i riflettori su una bellezza che il resto del mondo aveva trascurato per troppo tempo. Qualcuno ha detto, giustamente, che la Città ha dato a Manifesta più di quanto Manifesta abbia dato alla Città. Le installazioni d’arte, in effetti, scomparivano al paragone dei contenitori che le accoglievano. E se le installazioni passano, i contenitori restano.

La strada certo è lunga, non sarà diritta né in discesa, ma di sicuro è stata intrapresa. Magari domani i suoi abitanti si troveranno a vivere in una città che avrà ancora una zavorra di munnizza (la perfezione non abita da queste parti), ma sarà almeno un po’ migliore di com’era. Purché si sappia, sia messo agli atti, che stiamo parlando di una città che nessuno riuscirà a piegare del tutto alle logiche del buon senso. La Città è indomabile, Orlando è l’amministratore che se non altro è riuscito a rimanere in sella più di chiunque altro.

Qualcosa potrebbe migliorare ulteriormente se i suoi abitanti mitigassero la tendenza a guardare la complessità del mondo esclusivamente attraverso le lenti polarizzate dell’orlandismo e dell’antiorlandismo. Oggi come oggi è difficile andare oltre la superficialità delle cose, azzardare qualsiasi ragionamento, sapendo che nel frattempo il cervello del tuo interlocutore sta lavorando in quella maniera lì: questo lo dice perché è orlandiano. Oppure: questo lo dice perché è antiorlandiano. Una semplificazione a cui almeno dagli anni Novanta in poi è stato impossibile sfuggire. Certo, l’elezione diretta dei sindaci ha portato ovunque un’attesa miracolistica attorno all’operato degli amministratori, ma è anche vero che il carisma di Orlando non favorisce un approccio razionale, fondato com’è essenzialmente sul dilemma morale O Con Me O Contro Di Me.

Risalendo il corso della storia, Orlando ha saputo giocare a suo tempo una partita disperata: trasformare la culla di Cosa Nostra nella Capitale della Legalità. Quello che a prima vista poteva sembrare amore di paradosso, si è rivelato alla lunga una strategia di marketing semplice ed efficace, che è consistita nel gettare il cuore oltre l’ostacolo e andare personalmente a recuperarlo: nel giro di qualche anno la Città non è certo diventata un modello di legalità, ma almeno non viene più percepita come un posto dove si rischia la vita ad ogni angolo di strada. Allo stesso modo, a forza di evocare per la Città un ruolo di capitale culturale, capitale culturale a un certo punto è diventata veramente, e da tutto questo discende un ritrovato orgoglio dell’appartenenza che sarebbe sbagliato sottovalutare. Il discorso si complica – invece, purtroppo – in campo economico. Qui gettare il cuore oltre l’ostacolo, dare per scontate le cose nella speranza che le cose si avverino sul serio, non funziona altrettanto facilmente, se non altro perché a puntare quattrini per creare occupazione dovrebbero essere privati investitori, gente che si muove con molta più cautela degli artisti.

Ma qualcosa sta succedendo, anche in questo campo, e a fare da traino è ancora la cultura. Un grande mecenate forestiero, Massimo Valsecchi, dopo aver girato mezzo mondo, ha comprato un edificio settecentesco davanti al mare, Palazzo Butera, e lo ha restaurato a spese proprie per trasformarlo in polo culturale, trasferendo qui la sua collezione d’arte. Un regalo insperato, in un meridione dove trovare uno sponsor privato per la cultura è impresa molto più impossibile che improbabile. Sintomo di una capacità di attrarre idee e capitali che in passato si tenevano alla larga.

In generale bisognerebbe riuscire a sottrarsi alle esagerazioni che riguardano il sindaco, la Città e l’intera Isola, sempre ricondotti agli opposti estremismi di ottimismo e pessimismo. Abbandonarsi allo sconforto è una tentazione frequente, di fronte a certe disfunzioni della Città. Alla lunga questo finisce per rafforzare il già ipertrofico cinismo dei suoi abitanti. Molti si sentono autorizzati a dire: Vedi? Te l’avevo detto che non cambiava niente. Se degrado urbano e sociale fanno parte del panorama quotidiano, ci sarà sempre qualcuno capace di sostenere che con i ruderi morali bisogna imparare a convivere. Tipica tendenza alla rassegnazione per una parte della popolazione che si compiace della propria arretratezza, del proprio provincialismo metropolitano, della propria miopia, dell’eterno preferire l’uovo di oggi alla gallina di domani. Ma esiste anche una parte di società civile la cui coscienza non è ancora del tutto anestetizzata. Proprio quando tutto sembra annacquato e perduto, ecco che dal nulla, miracolosamente, la speranza rinasce. E a farla rinascere sono i folli, i visionari di una città che nella propria bibliografia può vantare un organico Repertorio dei pazzi. La speranza è incarnata dai pochi che non si adeguano allo stato delle cose, che non si lasciano trascinare dalla corrente, che si rifiutano di portare coscienze e cervelli all’ammasso. Spesso sono talenti che nascono fuori dai circuiti convenzionali, giovani che riescono a fare breccia nel deleterio scetticismo cittadino.

Spaccarsi, dividersi su qualsiasi argomento è, probabilmente, oggi più che mai, il carattere identitario più forte, per gli abitanti della Città. Magari gli spazi di sopravvivenza sono troppo risicati, le risorse scarseggiano e le persone si vivono troppo addosso. Sta di fatto che rimane dolorosamente vero quel che Sciascia diceva dei siciliani: purtroppo solo i peggiori sanno fare cosca. I migliori invece attraversano la vita in navigazione solitaria, nutrendosi anzi spesso di risentimento nei confronti dei potenziali alleati. Salvo eccezioni felici, la libera concorrenza tralascia sempre il fair play, nemmeno prova a trasformarsi in sana competizione, rinuncia a innescare qualsiasi circolo virtuoso e si trasforma presto in ostilità generalizzata. La sconfitta del proprio concorrente è sempre più dolce del proprio personale successo. Sorprende che nel ricchissimo dialetto siciliano manchi l’equivalente della parola Schadenfreude, che in tedesco, con ottima sintesi, indica il piacere per la disgrazia altrui. Non semplice invidia, non malaugurio, ma proprio la soddisfazione provata di fronte ai rovesci che colpiscono qualcun altro, foss’anche un amico – a maggior ragione, forse, un amico –, e senza che alla disgrazia altrui corrisponda un vantaggio per chi prova questo sentimento. Sebbene priva di un termine dialettale equivalente, la Schadenfreude è un problema scaramanticamente molto sentito, a queste latitudini. Un suo contravveleno è la scritta che si trova qualche volta sul retro dei camion o dei furgoni da lavoro: «La tua invidia è la mia forza».

Ecco una storiella esemplare per capire meglio questo sentimento di ignobile soddisfazione. Si racconta che Dio, per mettere pace fra due pastori siciliani che da anni erano in lite per questioni di pascolo, andò da uno dei due e gli disse:
– Ti darò qualsiasi cosa tu mi chieda, ma sappi che, per liberarti dall’invidia, di quel che darò a te al tuo vicino ne darò il doppio.
Il pastore fu spiazzato dall’offerta, quasi irritato. Qualsiasi bene gli venisse in mente, si struggeva al pensiero che il suo avversario ne avrebbe avuto il doppio di lui. Il pastore si macerò a lungo prima di risolversi e rispondere a Dio:
– Va bene. Cavami un occhio.

Se nella Città un privato cittadino si mette a spazzare la strada fuori dal proprio portone, risulta subito sospetto. I vicini penseranno:
– (Chi glielo fa fare?)
Ecco il pregiudizio malpensante: se qualcuno si dà da fare ci deve essere per forza qualcosa sotto. Per forza dev’esserci un tornaconto personale. E se non lui, di sicuro è qualcun altro a guadagnarci. Chi te lo fa fare? è un’espressione fortemente tossica, in grado di avvelenare nel profondo la convivenza civile. È un danno sociale – antropologico, addirittura – provocato nel corso del tempo dalle pubbliche amministrazioni che a forza di distribuire consulenze prezzolate per nulla hanno trasmesso ai cromosomi della popolazione locale la convinzione che nulla si faccia mai per nulla.

Certe volte i termini dialettali possiedono una complessità che la lingua italiana non prevede. Per dire: di primo acchito si sarebbe portati a tradurre semplicemente la parola lagnusìa con pigrizia. Ma sarebbe semplicistico. La lagnusìa non è pura pigrizia. È pigrizia impastata con lamentela. Fa male dover ammettere che un altro carattere identitario molto spiccato degli abitanti della Città è l’indolenza, già di per sé ignobile attitudine; ma nel caso della lagnusìa si tratta di un impasto inestricabile dove l’altro ingrediente è la tendenza al mugugno. Anzi, già nell’etimo è la lagna a prevalere. Parliamo di mugugno, non protesta. La protesta rappresenterebbe già una forma di ribellione, che invece risulta pressoché inesistente, nelle cronache e nella storia. Ecco l’essenza del vittimismo aggressivo: non fare nulla, e lamentarsi. Lamentarsi, e non fare nulla.

Per ogni giovane volenteroso che si batte per una causa, bisogna immaginare un tavolino al bar con quattro maschi adulti che senza nemmeno usare mezzi toni stanno seduti a fare esercizio di lagnusìa, perché anche il lavorio degli altri risulta fastidioso:
– Ma chi glielo fa fare?
– A me che me ne viene?
– Chissà chi ci mangia.
I quattro maschi al tavolino del bar appartengono a una categoria particolarmente perniciosa: gli ’sperti. ’Sperto è l’esperto, ma nel senso malizioso di furbastro. La maschera di Giufà, che si rispecchia in Sicilia da tutta la cultura araba, incarna alla perfezione un tipo regionale per eccellenza: lo stupido furbo. Colui che credendo di fare i propri interessi si procura in realtà un danno. Da non confondersi con l’opposto correlato del furbo stupido, colui che strumentalizzando la massa degli stupidi furbi riesce ad aggirare i propri limiti e procurarsi un vantaggio personale. Esempio: stupidi furbi sono normalmente gli elettori, furbo stupido è quasi sempre chi viene eletto. Da cui si ricava la definizione classica della furbizia: l’intelligenza dei cretini.

Sapremo in futuro se a prevalere saranno i giovani visionari o i vecchi ’sperti, se l’innegabile propensione alla speranza di questi anni saprà consolidarsi fino a diventare sistematica, per la Città. Vedremo se questa incipiente tendenza alla valorizzazione della nostra migliore identità culturale sarà servita a garantire una reale crescita, e se questa crescita risulterà duratura. Bisognerebbe, nelle more, regolarsi come si fa nelle scienze forestali, quando per consolidare un terreno franoso si piantano alberi per fare in modo che alla prima pioggia non venga giù tutto. E stavolta evitando di piantare pini, gli alberi che sotto la loro chioma non fanno crescere nulla e sono i più facili a essere sradicati dal vento.

Perché prima o poi Orlando smetterà di essere l’eterno Sinnacollànno, l’irripetibile Sinnacollànno, il pino sotto il quale tutta la popolazione ha trovato un comodo riparo, e allora la Città dovrà bere o affogare: scegliersi un altro Santo Patrono – se ci riesce, e sperando che sia benigno – oppure andare al di là degli orlandismi e degli antiorlandismi e decidere di diventare grande, finalmente.

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