15 idee contro le diseguaglianze

Elaborate dopo uno studio di due anni: per esempio far partecipare i lavoratori alla gestione delle imprese e distribuire una "eredità di cittadinanza" a tutti i diciottenni

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(AP Photo/Mark Lennihan)

Da qualche tempo, complice anche l’ascesa dei movimenti e partiti cosiddetti “populisti”, le diseguaglianze sono tornate al centro del dibattito pubblico. Pochi giorni fa, per esempio, l’Office for national statistics, l’equivalente britannico dell’ISTAT, ha pubblicato dei nuovi dati secondo cui gli uomini che vivono nelle aree più povere del Regno Unito muoiono in media dieci anni prima di quelli che vivono nelle aree più ricche. Secondo gli stessi dati, negli ultimi anni le donne che vivono nelle zone benestanti hanno visto la loro aspettativa di vita crescere di 84 giorni; quelle che vivono nelle aree più povere l’hanno vista invece calare di 98. Anche se in Italia la correlazione tra reddito e aspettativa di vita non è altrettanto studiata, una ricerca del 2017 ha mostrato che tra il quartiere più ricco di Torino, Superga, e quello più povero, Vallette, l’aspettativa di vita scende in media di 4 anni.

Che viviate in un quartiere povero o in uno più ricco, le diseguaglianze in termini di reddito, ricchezza, accesso alla sanità e ai servizi sono un argomento di grande attualità. Economisti come Thomas Piketty ne hanno parlato in libri che sono diventati best seller a livello mondiale, politici come Bernie Sanders negli Stati Uniti e Jeremy Corbyn nel Regno Unito hanno riportato il tema nell’agenda politica, mentre persino il Fondo Monetario Internazionale ha iniziato a parlarne come un problema da affrontare seriamente.

Anche in Italia si è iniziato a parlare di diseguaglianze, ma è mancato spesso un dibattito su come affrontarle concretamente. A questa mancanza ha cercato di rimediare il Forum Disuguaglianze Diversità, un’organizzazione formata da decine di ricercatori e organizzazioni che la settimana scorsa ha pubblicato “15 Proposte per la giustizia sociale“, un rapporto di 160 pagine, frutto di quasi due anni di lavoro. I due responsabili editoriali del progetto sono Patrizia Longo, economista consulente dell’OCSE e della Banca Mondiale, e Fabrizio Barca, economista ed ex ministro nel governo Monti, che hanno coordinato oltre cento ricercatori che hanno partecipato a decine di incontri insieme ad attivisti, organizzazioni ed esperti di diseguaglianze sociali e dei modi migliori per affrontarle.

Le proposte, che trovate sintetizzate qui, sono ispirate al lavoro dell’economista Anthony Atkinson, considerato uno dei più grandi studiosi di diseguaglianze del dopoguerra, e vanno dall’introduzione di una “eredità di cittadinanza” di 15 mila euro, destinata a tutti i nati in Italia che compiono 18 anni, all’introduzione di una nuova imposta di successione che tocchi meno persone dell’attuale ma con aliquote più alte. Il rapporto propone di ripensare il rapporto dei cittadini con i propri dati personali e di imporre limiti e regole agli algoritmi utilizzati dalle grandi società, e suggerisce di cambiare i sistemi di indirizzo delle imprese, introducendo negli organi di amministrazione rappresentanti dei lavoratori, dei consumatori e del territorio.

Ma l’Italia è un paese diseguale?
Quando si parla di diseguaglianze si ricorda spesso che a livello mondiale gli ultimi 30 anni hanno visto una diminuzione delle diseguaglianze, non un loro aumento. È successo soprattutto grazie all’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di cinesi, indiani e di abitanti di altri paesi in via di sviluppo. Secondo gli autori del rapporto, questa osservazione non deve far dimenticare che le diseguaglianze continuano a rimanere enormi (ci sono più di 30 anni di aspettativa di vita di differenza tra un italiano e un abitante del Ghana) e che circa un quarto della ricchezza complessiva creata in questi anni è andata a beneficio dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale.

Se si restringe lo sguardo ai soli paesi più ricchi, inoltre, si scopre che le diseguaglianze sono cresciute. In Italia, come in tutta Europa e nel resto dell’Occidente, l’ultimo trentennio ha visto bloccarsi la riduzione delle diseguaglianze iniziata alla fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia e altri paesi hanno poi vissuto un’inversione di tendenza, con il ritorno ai valori di diseguaglianza dei redditi degli anni Settanta. In Italia, inoltre, è particolarmente pronunciata la diseguaglianza di genere tra uomini e donne: secondo Eurostat è al 43,7 per cento per l’Italia, contro il 39,7 per cento della media europea.

Il rapporto prende in considerazione diverse misure di diseguaglianza economica, come il Coefficiente di Gini o la misurazione dei redditi e della ricchezza detenuto dalla parte di popolazione più ricca (solitamente l’1 o il 10 per cento più ricco). È quest’ultimo dato quello che, in quasi tutto il mondo sviluppato, mostra l’incremento maggiore. Se nel 1995 il 10 per cento più ricco degli italiani (circa 5 milioni di adulti) possedeva la metà della ricchezza del paese, nel 2016 la sua quota aveva superato il 60 per cento. I 5 mila individui più ricchi, i milionari, hanno fatto ancora meglio, decuplicando in un decennio la loro quota di ricchezza fino a portarla al 7 per cento del 2016.

L’aumento della ricchezza dei più ricchi è speculare all’aumento delle persone in povertà o a rischio di povertà, un dato che negli ultimi anni è cresciuto in tutta Europa e che in Italia è stato particolarmente pronunciato. Le persone a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2017 erano circa il 29 per cento della popolazione italiana, mentre il 12 per cento viveva in condizioni di grave deprivazione materiale e il 14 in condizioni di povertà relativa, una cifra raddoppiata rispetto agli anni Ottanta. A essere colpiti da questa situazione sono in maniera molto più che proporzionale i giovani, le famiglie composte da stranieri e quelle che vivono al Sud. Nel 2016, quando la ripresa economica ha prodotto un leggero incremento del reddito disponibile per gli italiani (una media del 2 per cento nella popolazione totale), il 40 per cento con il reddito più basso ha visto invece il suo reddito continuare a calare di un altro punto percentuale.

Il rapporto, infine, mostra anche le profonde diseguaglianze nell’accesso ai servizi scolastici ed ospedalieri, con tassi di abbandono scolastico, di risultati ai test INVALSI e di mortalità neonatale, che variano considerevolmente da regione a regione, segnando sempre risultati peggiori per quelle del Sud.

L’Italia è due paesi diversi

Le 15 proposte
Dopo quasi 50 pagine di analisi, dati e tabelle sull’attuale situazione delle diseguaglianze, il rapporto passa ad elencare le “15 proposte” per affrontarle. Sono divise in tre parti tematiche: la prima dedicata alla tecnologia, alla ricerca e all’innovazione, la seconda al lavoro e la terza all’equità generazionale.

La prima parte raggruppa il maggior numero di proposte, dieci in tutto, accomunate da una visione dei futuri cambiamenti tecnologici che tenga conto delle necessità della giustizia sociale. Le proposte vanno da nuovi accordi internazionali per rendere più facile lo scambio di conoscenze scientifiche e l’accessibilità ai farmaci, alle modifiche agli investimenti e agli incentivi ecologici in modo da tutelare in particolare le fasce deboli, all’assegnazione alle università e alla ricerca privata di fondi che incentivino studi legati alla giustizia sociale e a come promuoverla.

Un’altra proposta è dedicata all’utilizzo dei dati personali e degli algoritmi da parte delle grandi società. Secondo i ricercatori, questi nuovi strumenti e i loro meccanismi automatizzati per classificare le persone rischiano di accrescere e perpetuare le diseguaglianze (per esempio gli algoritmi utilizzati dalle banche per decidere il merito del credito e stabilire chi è un “buon pagatore” a cui concedere un prestito). Il problema, secondo gli autori del rapporto, è da un lato la crescente diffusione di questi strumenti, che sostituiscono le decisioni umane, dall’altro la loro stessa natura. Gli algoritmi, per esempio, sono considerati più oggettivi di un’equivalente scelta umana: una discriminazione su base etnica o di genere se effettuata da un algoritmo appare meno grave, o è addirittura invisibile, rispetto a una fatta da una persona in carne ed ossa.

La soluzione che gli autori propongono in questo campo non è semplice e passa per un difficile ritorno al controllo degli individui sui loro dati e sulle scelte fatte automaticamente dalle macchine. Nei servizi pubblici, per esempio, i ricercatori sostengono che l’ultima parola dovrebbe essere sempre lasciata a un essere umano in carne ed ossa, mentre i privati andrebbero obbligati a inserire nei loro algoritmi sistemi che escludano variabili collegate con gruppi tradizionalmente sfavoriti (per esempio, gli algoritmi sempre più utilizzati per valutare proposte di lavoro non dovrebbero penalizzare le donne perché, in media, sfruttano più giorni di congedo parentale).

La seconda parte del rapporto comprende invece le proposte per migliorare la giustizia sociale sul lavoro. L’obiettivo è ridare potere negoziale ai lavoratori in forme e modi, scrivono gli autori del rapporto, «adatti ai tempi in cui viviamo». Gli autori propongono l’introduzione di un salario minimo non inferiore ai 10 euro e l’estensione a tutti i lavoratori delle tutele e garanzie minime dei contratti nazionali. La proposta più innovativa, però, è la “democratizzazione” del governo delle imprese. Non solo i rappresentanti dei lavoratori dovrebbero entrare negli organi di indirizzo delle aziende (come avviene già in Germania, per esempio), ma dovrebbero avere la possibilità di esprimersi anche tutti coloro che sono toccati dall’attività dell’impresa, quindi anche i consumatori e i rappresentanti del territorio (i cosiddetti “stakeholder”).

La terza e ultima parte è dedicata alle proposte sull’equità tra diverse generazioni, ed è quella che contiene le idee più innovative e controverse. Comincia con il descrivere l’attuale divario generazionale, cioè l’aumento che si è verificato nella ricchezza dei più anziani e la crescente povertà dei più giovani (il capitolo si chiama in maniera eloquente “Una generazione lasciata indietro”). Secondo il rapporto la prima azione da intraprendere è una riforma dell’imposta di successione, eliminata dal secondo governo Berlusconi e solo parzialmente ripristinata dai successivi governi di centrosinistra (tuttora una delle più basse tra quelle applicate dai paesi più ricchi). La proposta è mettere una soglia di esenzione pari a mezzo milione di euro, e poi una serie di aliquote marginali dal 5 fino al 50 per cento (per coloro che lasciano in eredità più di 5 milioni di euro). Secondo le stime del rapporto, dai 108 mila eredi tassati nel 2016 si passerebbe ad appena 10 mila. Il gettito dell’imposta però aumenterebbe da 1,4 a 5,2 miliardi l’anno.

La seconda iniziativa proposta nella terza parte è una sorta di “eredità di cittadinanza”, o “eredità universale”, come la chiamano gli autori: un trasferimento di 15 mila euro netti che ogni nato in Italia dovrebbe ricevere al compimento del 18esimo anno di età. La cifra, 15 mila euro, è pari a circa il 10 per cento della ricchezza media di ogni italiano. L’idea è che questo trasferimento sia universale, completamente senza vincoli, e che sia accessibile automaticamente, per pagare qualsiasi spesa. A proposito dell’universalità della misura, gli autori del rapporto scrivono:

Lo scopo della misura è infatti di accrescere la libertà “sostanziale” dei giovani nel momento del passaggio all’età adulta: la libertà di avere un’istruzione non vincolata al luogo di vita dei genitori; di tentare con altri un progetto imprenditoriale; di “conoscere il mondo”, imparando lingue e culture nell’unico modo possibile; e ancora ogni altra cosa che corrisponda alle aspirazioni di un ragazzo o di una ragazza in quel momento della vita.

Cosa si dice del rapporto?
Oltre all’Avvenire e all’Espresso, partner dell’iniziativa, le “15 proposte” sono state commentate sul Fatto Quotidiano, dove il giornalista ed ex deputato Salvatore Cannavò le ha definite “15 idee di sinistra per il PD”. Paolo Pagliaro, nella trasmissione televisiva Otto e mezzo, gli ha dedicato un servizio intitolato “Qualche idea per la sinistra”. Il deputato di +Europa Alessandro Fusacchia ha dato un’intervista a Linkiesta per dire che «firmerebbe subito» le proposte del rapporto. Giacomo Gabbuti, dottorando all’Università di Oxford, studioso di storia delle diseguaglianze e autore di una delle prime approfondite analisi tecniche del documento, ha scritto sulla rivista di sinistra Jacobin:

Rispetto a iniziative più o meno simili del passato, colpisce la qualità e la serietà del lavoro, ma anche la fruibilità dei testi, e l’efficacia comunicativa. Nel merito, una larga alleanza di organizzazioni tutt’altro che estremiste, di accademici, ed ex “tecnici”, ha elaborato proposte serie, per certi versi più radicali di quelle di tanta politica (e di tanta sinistra che, troppo spesso, proposte vere, radicali, sembra non averle più).

Del rapporto hanno scritto anche il mensile cattolico Vita, il ManifestoRepubblica, La Stampa, Business Insider e molte altre testate e blog (trovate tutti gli interventi qui). Per il momento i commenti sono in gran parte positivi e le “15 proposte” vengono indicate da quasi tutti come una base possibile e un nuovo punto di partenza per un programma di una forza politica di sinistra.

L’obiettivo dichiarato degli autori del rapporto era incidere nel dibattito pubblico e nei programmi e nell’azione politica dei partiti. Quasi tutte le forze dell’area del centrosinistra hanno avuto qualcuno dei loro esponenti presenti in sala durante la presentazione del rapporto. Tra gli altri erano presenti la deputata Chiara Gribaudo del PD, Viola Carofalo di Potere al Popolo e l’europarlamentare indipendente Elly Schlein. C’erano anche Walter Rizzetto, deputato di Fratelli d’Italia, Anna Laura Orrico, del Movimento 5 Stelle, e Massimiliano Capitanio, della Lega.

Quello che ancora manca è un segnale dai principali leader di partito, e in particolare della nuova segreteria del PD. Sarà il loro interessamento a determinare il futuro politico del rapporto. Per ora, è una delle più complete e originali proposte di lotta alle diseguaglianze che siano viste in Italia, oltre che una preziosa miniera di numeri e dati per comprendere quello che è accaduto nel nostro paese negli ultimi trent’anni.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.