Antonello Venditti ha 70 anni

E qui ci sono le sue tredici migliori canzoni secondo il direttore del Post, per non cantare soltanto "Roma capoccia" tutto il giorno

(ANSA/ETTORE FERRARI)

Oggi Antonello Venditti compie 70 anni. Prima di assistere a un suo rocambolesco concerto, nel suo libro Playlist, la musica è cambiata Luca Sofri, peraltro direttore del Post, aveva scelto queste sue tredici canzoni, e ne aveva scritto così:

Molti, molti, anni fa, Antonello Venditti scrisse belle canzoni, tante. Lilly, con una sola caduta premonitrice, è uno dei dischi più belli di questi trent’anni. E a un certo punto lui si meritò il botto: con le forze residue di quel periodo infilò tre dischi ancora affollati di belle cose, ma più deturpati, come certe tenebrose dive sfregiate dei vecchi film gialli americani, e bellezza e sfregi assieme gli valsero grandi vendite e grandi celebrità. La cosa gli piacque, e volle tenersela stretta. Ci riuscì, cercando di non toccare niente: qualche bellezza rimase, ma una bellezza con qualche ritocco, un po’ impolverata, e nascosta sotto uno strato di trucco pesante, un po’ greve. Per ogni melodia dolce e commovente, c’era una canzone in cui nessuna spericolatezza poetica, nessuna rima avventata, nessuna povertà inventiva era risparmiata: fino ad arrivare a “sono Antonello e questo è mio fratello”. Ma lo aveva scritto, a un certo punto: “e per la prima volta, non cercare le parole difficili, poetiche, che stuzzicano il cuore”.

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Roma capoccia
(Theorius Campus, 1972)
Poesia vera. In romanesco. Potrà sembrare una contraddizione, a quelli che giustamente non hanno mai sopportato il fenomeno della poesia vernacolare, ma così è. Una canzone che ha generato una mezza dozzina di espressioni di culto, da “der monno ’nfame” a “e so’ piu’ vivo e so’ più bbono” a “li passeracci so’ usignoli”. E lui aveva 14 anni: molto tempo dopo sarebbe approdato a “mi chiamo Laura e sono laureata”.

Le cose della vita
(Le cose della vita, 1973)
“Lo so è un po’ difficile, parlare con voialtri”. Canzone un po’ conventicolare e pigra, se ci pensate, che parla a chi crede in lui e per gli altri non ha niente da aggiungere: “per te che non mi stimi, e non ti tocca quel che dico, io non ho da dirti molte cose in più di quel che ho detto”. Ma bellissima.

Letuemanisudime

(Le cose della vita, 1973)
Secondo Venditti è «la canzone d’amore per eccellenza. Molto criptica, ermetica, una fabbrica occupata sulle nuvole, un fucile che rimpiange Waterloo… Quella per me è una grande canzone d’amore che nega l’amore, nel senso che se non c’è l’amore nel mondo, come si fa?».

Lilly

(Lilly, 1975)
Fu prima in hit-parade, quando le hit-parade ancora contavano, e le presentava Lelio Luttazzi. A un certo punto qualcuno sostenne che parlasse di Lilli Carati, che guai di droga ne aveva avuti. Ma non era vero.
«Su “Lilly” c’è sempre molta reticenza perché è legata ad una persona che non si chiama Lilly ed è una canzone che di solito faccio solo a Milano perché lì l’ho fatta, lì l’ho sentita e lì l’ho vissuta. Mi è capitato poche altre volte di cantarla. Però, ad esempio, mi è capitato a Rebibbia in un reparto femminile, un po’ di anni fa. Perché ho sentito vicina quella realtà. Ci sono delle canzoni che sono intoccabili, una di queste è “Lilly”, che va fatta solamente nei casi in cui la coscienza, il ricordo non ti fa male, quando serve a qualcosa» (da un’intervista di Carlo Moretti).

Compagno di scuola
(Lilly, 1975)
Grandissima canzone di tempi passati, di giovinezza, di come erano le cose, quando erano belle e anche quando non lo erano. La scuola del Sessantotto, dove ci si chiedeva se Dante fosse un servo di partito, e dove al bar Nietzsche e Marx si davano la mano e parlavano insieme dell’ultima festa, e dove ci si innamorava di quella del primo banco, la più carina, la più cretina (“cretino tu”). E il fumo delle barricate: “ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”. Bravo.

Lo stambecco ferito

(Lilly, 1975)
Dieci minuti, una storia, una suite. Il passaggio di pianoforte è all’altezza di Keith Jarrett. Bracconieri, soldi in Svizzera, allegorie, e stambecchi.
«Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel ’92, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice, di far caciara, ho cantato “Lo stambecco ferito”. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire».

L’amore non ha padroni
(Lilly, 1975)
Ancora un grande pianoforte, e quelle vocali aperte e urlate tipiche di Venditti. Anni dopo il cane – divenuto “il nostro cane” – sarebbe ricomparso, non riconoscendo più il padrone, in “Dimmelo tu cos’è”.

Modena

(Buona domenica, 1979)
“Con le nostre famose facce idiote,
eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci
ancora di noi”
“Modena” è bellissima. Non so di
cosa parli, davvero, o fingo di non saperlo. Alcune cose sono ovvie, e commoventi («Quella canzone se
gnava la mia personale rottura, nel
1980, con il Pci. La scrissi sull’on
da della delusione di leggere in te-
sta alla brochure della Festa nazionale dell’Unità la scritta “Coca Co
la presenta”» (da un’intervista di
Carlo Moretti). Altre cose restano misteriose, e commoventi. Cioè, so
di cosa parla, a me. E poi c’è quell’invenzione del sassofono di Gato Barbieri, che sta a “Modena” come quello di Danilo Tomasetta sta a
“Ho visto anche degli zingari felici”. “Buona domenica”, l’ellepì,
uscì nel 1979: ventisette anni fa. “Ma cos’è questa nuova paura che ho?
Ma cos’è questa voglia di uscire e andare via?” Da ventisette anni, non posso passare dall’uscita di Modena senza pensare che la nostra vita è CocaCola, fredda nella gola.

 

Le ragazze di Monaco

(Sotto la pioggia, 1982)
Quando uno infarcisce versi interi di termini mono o bisillabici, è chiaro che sta cercando solo di riempire gli spazi: “io-non-so-piùdire-cosa-sarà”. Ed è un peccato, perché questi spazi meritano molto di meglio, tipo: “Sì, ma le ragazze di Roma abbronzate ad ottobre volano leggere sui loro amori dimenticati, i cuori persi per la strada.
E se le vedi piangere, le vedi piangere, è solo per un’ora: poi se ne vanno via ridendo come rondini a primavera”.

Qui

(Cuore, 1984)
La canzone “Giulia”, la canzone su Valle Giulia, una certa ripetività di termini comincia ad affiorare. Per non parlare dell’abuso di nomi propri di persona, per cui la discografia di Venditti pare un calendario: Paola, Sara, Giulia, Cinzia, Lilly, Rosa, Eleonora, Cristina, Marta, e poi Francesco, Piero, Enrico, Peppino eccetera. Il “qui” strillato in una nota più alta nell’ultimo ritornello – per così dire – vale la canzone.

Settembre

(Venditti e segreti, 1986)
Come “Qui”, si regge musicalmente sul tappeto elettronico continuo, e le uniche variazioni sono nel tono della voce. Il testo è già del periodo parlo-un-po’-a-vanvera (“ferma il tuo attimo”, o “restiamo insieme fino a quando gli occhi tuoi ancora chiusi incontreranno gli occhi miei”: ma che palpebre aveva, lei?). Ma il verso “stai con me”, è come il nero: lo puoi portare con tutto.

Ricordati di me

(In questo mondo di ladri, 1988)
Poi ogni tanto si inventa ancora delle immagini perfette, immediate e definitive:
“Ricordati di me questa sera che non hai da fare,
e tutta la città è allagata da questo temporale”
«Ricordati di me piace a tutti gli innamorati respinti e un po’ tordi, per capirci quelli che insistono a bussare anche se non ce n’è o, peggio, se son cornuti» (Paola Maraone e Paolo Madeddu, Da una lacrima sul viso, Kowalski editore).

 

Ogni volta

(Prendilo tu questo frutto amaro, 1995) «È la più compiuta delle mie canzoni, la meno sfumata e sì, in effetti, è anche un addio. Per la prima volta mi congedavo da un amore che ora mi appariva finito, consumato. Non c’era più nulla da dire che non avessi già detto».