AP Photo/Eric Draper

Gli Oscar di vent’anni fa

Il miglior film fu "Shakespeare in Love" e il nome di Harvey Weinstein fu fatto più volte, ma per l'Italia fu soprattutto la serata di Roberto Benigni e "La vita è bella"

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Il 21 marzo 1999 ci fu la 71ª edizione degli Oscar. Il premio per il miglior film andò a Shakespeare in Love, smentendo tutti quelli che per mesi avevano puntato su Salvate il soldato Ryan, diretto da Steven Spielberg. Il nome di Harvey Weinstein fu pronunciato svariate volte e in Italia ne parlammo molto perché fu la serata di Roberto Benigni e di La vita è bella. 

Nel marzo 1999 i giornali italiani parlavano di Kosovo e Abdullah Ocalan e al governo c’era Massimo D’Alema. Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca erano appena entrate nella NATO, in Venezuela era diventato presidente Hugo Chávez e negli Stati Uniti Bill Clinton era da poco riuscito a evitare l’impeachment per la storia di Monica Lewinsky. Il Festival di Sanremo l’avevano presentato Fabio Fazio, Laetitia Casta e Renato Dulbecco: l’aveva vinto Anna Oxa con “Senza pietà” e la nuova proposta dell’anno era stato Alex Britti. In America la canzone più ascoltata era “Believe” di Cher. Se la ricordano quasi tutti.

Il 21 marzo, a poche ore dagli Oscar, Marco Pantani aveva provato a vincere la Milano-Sanremo e in testa al campionato di Serie A c’era la Lazio di Sven-Göran Eriksson (ma avrebbe poi vinto il Milan di Alberto Zaccheroni). Il Corriere della Sera parlava in prima pagina di nuovi telefoni che avrebbero mostrato dopo il primo squillo il numero di chi chiamava. Negli Stati Uniti il film più visto di quel giorno fu Piovuta dal cielo.

Le nomination degli Oscar del 1999 furono annunciate a febbraio, da Robert Rehme e Kevin Spacey. Shakespeare in Love – che raccontava di un William Shakespeare che perdeva e poi ritrovava l’ispirazione – ne ottenne 13, Salvate il soldato Ryan si fermò a dieci e La vita è bella arrivò a sette. Il film di guerra di Spielberg era però quello che era andato meglio ai botteghini, dove aveva incassato più 200 milioni di dollari.

Per condurre la cerimonia – la prima trasmessa di domenica anziché di lunedì – fu scelta Whoopi Goldberg, che aveva già presentato gli Oscar nel 1994 e nel 1996. La sfida di quell’anno era far meglio del 1998, quando grazie a Titanic la cerimonia degli Oscar fu molto più seguita del solito.

Goldberg iniziò la serata vestita da Elisabetta I Tudor, perché quell’anno erano candidati due film che la riguardavano: Shakespeare in Love, in cui la regina era interpretata da Judi Dench ed Elizabeth, in cui era interpretata da Cate Blanchett. Fece anche una battuta sul fatto che molti attori e attrici nominati quella sera fossero stranieri: «Quest’anno ci sono alcuni tra i migliori attori al mondo, e uno o due sono statunitensi».

Nel corso della serata Shakespeare in Love vinse sette Oscar e Salvate il soldato Ryan cinque. Spielberg vinse il suo secondo Oscar per la regia (dopo quello per Schindler’s List), Judi Dench e James Coburn furono premiati come migliori attori non protagonisti, la ventisettenne Gwyneth Paltrow come miglior protagonista grazie a Shakespeare in Love. Il miglior attore fu Benigni, ma il momento che tutti si ricordano, quello con Sofia Loren che dice “Robbbeeertooo” è per l’Oscar al miglior film straniero.

Quando Benigni fu premiato come Miglior attore, disse: «È un grave errore, perché ho usato prima tutto il mio inglese».

A proposito di Benigni: fu la seconda persona a vincere l’Oscar recitando in un film di cui era regista, dopo Laurence Olivier. Fu la quarta persona nominata nella stessa edizione degli Oscar come attore, regista e sceneggiatore di un film. Fu la terza persona a vincere un Oscar per un ruolo in cui non recitava in inglese, cosa che era riuscita a fare Sofia Loren con La ciociara, nel 1961. La vita è bella vinse anche l’Oscar per la miglior colonna sonora drammatica e diede a Vergaio, il quartiere di prato menzionato da Benigni, una fama che mai aveva avuto prima. Una giornalista del New York Times seguì ad esempio l’evento dalla «Casa del Popolo» di Vergaio.

L’Oscar per il miglior film fu consegnato da Harrison Ford e molti furono sorpresi. Salvate il soldato Ryan era considerato un film migliore, più profondo e con un tema drammatico, ed era anche quello che era piaciuto più al pubblico. In più era diretto da uno dei migliori registi e interpretato da uno dei miglior attori in circolazione, Tom Hanks. Invece vinse Shakespeare in Love, diretto da John Madden, in cui Joseph Fiennes è un giovane, figo e innamoratissimo William Shakespeare. In molti dissero che gran parte del merito per la vittoria andava al produttore Harvey Weinstein, che aveva investito milioni di dollari in campagne pubblicitarie mirate ai membri dell’Academy.

L’Oscar per il miglior cortometraggio documentario andò a un film danese su un uomo che sulla strada per andare a votare si imbatte in diverse persone palesemente razziste.

Il miglior cortometraggio d’animazione parlava di un’anziana coniglia e di una fastidiosa falena, ed era una metafora sulla morte.

Il momento più discusso della serata fu l’assegnazione di un Oscar alla carriera al regista Elia Kazan, poi morto nel 2003. La cosa non piacque ad alcuni, perché negli anni Cinquanta Kazan era stato tra i personaggi di Hollywood che, davanti al Congresso degli Stati Uniti, avevano fatto i nomi dei loro colleghi sospettati di simpatie comuniste (e che per questo erano poi stati banditi per anni dal cinema). Kazan ricevette il premio da Robert De Niro e Martin Scorsese: qualcuno si alzò in piedi e applaudì convinto, qualcuno non si alzò in piedi ma applaudì, qualcuno – per esempio Ed Harris – non fece nessuna delle due cose. Furono anche previsti momenti per ricordare Frank Sinatra, morto nel 1998, e Stanley Kubrick, morto poche settimane prima della cerimonia.

La cerimonia fu seguita da 46 milioni di spettatori: tanti, ma non tanti quanti l’anno prima. In molti si lamentarono della durata, oltre quattro ore, e delle battute di Goldberg, ritenute di volta in volta “volgari” o poco divertenti.

Il giorno dopo la cerimonia un giornalista chiese a Michael Davies, responsabile della cerimonia, che cosa si augurasse per alzare l’audience l’anno successivo. Lui disse: «Tante nomination per il sequel di Star Wars». Il film a cui faceva riferimento era Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (in realtà un prequel): uscì a maggio, deluse molti fan e ottenne tre nomination, ma nemmeno un premio, agli Oscar del 2000.

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