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  • mercoledì 6 febbraio 2019

C’è un altro generale indagato per i presunti depistaggi sul caso Cucchi, scrive il Corriere

Il generale di brigata Alessandro Casarsa, fino a un mese fa capo dei corazzieri in servizio al Quirinale, è indagato per falso in atto pubblico in relazione all’omicidio di Stefano Cucchi – un 31enne romano morto nel 2009 pochi giorni dopo essere stato arrestato per spaccio di droga – e i successivi depistaggi delle indagini. Lo scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera. Casarsa, che nel 2009 era comandante del “Gruppo Roma” dei carabinieri, è stato interrogato e si è dichiarato innocente. Ci sono altri pubblici ufficiali inquisiti per le manipolazioni delle relazioni di servizio su quanto accadde a Cucchi la sera del 15 ottobre 2009, soprattutto da quando a ottobre un carabiniere ha ammesso il pestaggio. Cucchi morì dopo una settimana nel reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Scrive Bianconi:

La vicenda di cui è stato chiamato a rispondere Casarsa riguarda le annotazioni sulle condizioni di salute di Stefano Cucchi redatte dai carabinieri Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano, ai quali dopo la morte del detenuto era stato chiesto di riferire quello che avevano visto e sentito la notte dell’arresto. Il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione dei carabinieri di Roma-Tor Sapienza già inquisito per questo episodio, ha raccontato che le relazioni furono in seguito modificate dopo l’intervento del maggiore Luciano Soligo, che guidava la Compagnia e le riteneva «troppo particolareggiate», con «valutazioni medico-legali che non competevano ai carabinieri».

Secondo Colombo il maggiore (che da indagato si è avvalso del diritto di non rispondere alle domande dei pm su indicazione del proprio difensore) parlava al telefono con un superiore chiamandolo «signor colonnello», e fece trasmettere per posta elettronica le annotazioni all’allora capo dell’ufficio comando del Gruppo Roma, il tenente colonnello Francesco Cavallo, il quale le rimandò indietro modificate, con l’indicazione «meglio così». Dai documenti erano spariti i riferimenti a «forti dolori al capo e giramenti di testa», nonché a difficoltà a camminare, tremori e dolori al costato lamentati da Cucchi. Di Sano accettò di firmare la relazione modificata, Colicchio no.

Ascoltato dai pubblici ministeri, anche lui come indagato, Cavallo avrebbe spiegato di non ricordare le modifiche ma che in ogni caso tutto ciò che fu fatto all’epoca era concordato con il comando del Gruppo Roma, il quale peraltro aveva rapporti diretti con i comandanti di Compagnia, senza dover passare necessariamente da lui. E dato che il caso stava suscitando grande clamore, se ne era occupato pure il suo diretto superiore, il colonnello Casarsa.

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

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