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  • sabato 2 febbraio 2019

Il “furto del secolo” di Vjeran Tomic

L'uomo che nel 2010 rubò cinque quadri di grande valore dal Museo d’Arte moderna di Parigi – mai ritrovati – ha raccontato come fece

AP Photo/Jacques Brinon

Nel 2010 un uomo di nome Vjeran Tomic fece a Parigi uno di quei furti di cui poi si parla come di “furto del secolo”. In una notte rubò cinque quadri, compresi un Picasso e un Modigliani, dal valore di 100 milioni di euro, riuscendo a non lasciare tracce. Nel 2011 la polizia riuscì ad arrestarlo solo grazie a una soffiata. Ora, dopo che nel 2017 è stato condannato a otto anni di prigione, Tomic ha raccontato quel furto, la sua carriera di ladro e la sua vita in decine di lettere inviate dal carcere al giornalista Jake Halpern, che ne ha scritto un articolo per il New Yorker.

Ci sono così tanti “furti del secolo” che è difficile sceglierne uno. Quello di Tomic probabilmente non lo è, ma è comunque uno dei più grandi furti d’arte degli ultimi decenni. Grazie al processo e alle lettere, è anche uno dei furti su cui si conoscono più dettagli. Tranne uno, fondamentale: i quadri non sono ancora stati ritrovati, e l’ultimo ad averli avuti tra le mani dice di averli distrutti.

Tomic è nato nel 1968 a Parigi, da genitori bosniaci, ma ci restò per poco. Quando era piccolo la madre si ammalò e siccome il padre meccanico non riusciva a curarlo lo mandò a vivere dai nonni: a Mostar, nell’attuale Bosnia ed Erzegovina. Tomic ha scritto che già a sei anni si accorse di avere «una certa predisposizione all’infrangere le regole» e quella che definisce «una pericolosa intelligenza». Il primo furto lo fece a dieci anni, quando si arrampicò dalla facciata di un palazzo, entrò in una biblioteca e rubò due libri stampati alcune centinaia di anni fa (che poi il fratello di un amico riportò alla biblioteca): «Fu intuitivo, nessuno mi insegnò niente».

A 11 anni tornò a Parigi e iniziò a frequentare un gruppo di ragazzi che passavano molto tempo al Père Lachaise, il più grande e famoso cimitero di Parigi. Ci stavano come se fosse un parco, entrando illegalmente di notte per fare parkour tra le tombe e le cappelle private, cioè saltando e facendo acrobazie. Tomic si appassionò all’arte, soprattutto al pittore Pierre-Auguste Renoir, dopo una casuale visita al Musée de l’Orangerie. Ha scritto ad Halpern che lo affascinò la possibilità di poter avere opere d’arte «a portata di mano».

Tomic parlò a casa di quella sua passione per l’arte, ma il padre non la prese bene. Anziché studiare arte, Tomic iniziò quindi a occupare case disabitate insieme agli amici e, sfruttando le sue doti nel parkour, fare furti negli appartamenti. In poco tempo divenne un ottimo ladro: studiava con cura gli appartamenti e le abitudini dei proprietari e ha scritto ad Halpern che spesso entrava nelle case più di una volta: prima per capire cosa rubare, senza portare via niente e rimettendo tutto a posto; poi, l’ultima volta, per rubare le cose davvero di valore. Ha scritto che arrivò a fare rapine che «con la refurtiva recuperata in due ore gli permettevano di fare sei mesi di vacanza in Costa Azzurra».

Nelle sue lettere ad Halpern, Tomic ha scritto di aver derubato, tra i tanti, anche il cantante Henri Salvador, alcuni membri della famiglia reale egiziana e il designer Philippe Stark. Intervistato da Halpern, Stark ha detto: «Non ho mai saputo niente del ladro, ma l’ho sempre rispettato per il suo stile. Era un ladro gentiluomo, alla Arsenio Lupin».

Lupin è uno dei due soprannomi con cui negli ultimi anni si è parlato di Tomic. L’altro è Spider-Man, per la sua abilità nell’arrampicata. È stato scritto che si allenava diverse ore al giorno e lui stesso ha raccontato di aver usato ventose, corde, balestre e arpioni per arrivare in certi appartamenti, da cui poi è capitato che fuggisse attraverso i tetti di Parigi.

L’idea del ladro appassionato d’arte, astuto e gentiluomo, fa parte però di una narrazione che non corrisponde del tutto al vero. Tomic è stato condannato per più di dieci diversi crimini e accusato di spaccio, possesso illegale di arma da fuoco e minacce di vario tipo nei confronti di alcune persone incontrate in alcuni appartamenti. Un uomo che dice di essere suo amico l’ha descritto dicendo che è «violento e anche un po’ selvaggio».

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C’è anche almeno un caso che dimostra che non sempre Tomic è stato particolarmente astuto. Lui stesso ha scritto ad Halpern che diversi anni fa fu arrestato perché, sulla strada per un furto, si accorse di essere in riserva e di dover fare benzina. Accorgendosi di aver lasciato il portafoglio a casa entrò quindi in una panetteria e usò la pistola giocattolo che aveva con sé per farsi dare 200 franchi. Usò quei soldi per fare benzina e con il serbatoio pieno andò a compiere il furto. Solo che qualcuno aveva preso la targa dell’auto e lo aveva detto alla polizia, che riuscì a trovarlo, arrestarlo e fargli passare un anno in carcere.

È vero però che Tomic è un grande appassionato e buon intenditore di varie forme d’arte. Una sua amica ha detto che «gli piacciono l’estetica, la musica classica, la natura, gli animali e i piaceri epicurei: il vino e il formaggio». Ha anche spiegato che in genere si veste con «pantaloni G-Star, scarpe New Balance, cappelli di cashmere e biancheria intima di Lacoste». Ma la forma d’arte preferita di Tomic è la pittura e i suoi pittori preferiti sono – oltre a Renoir («per la dolcezza dei suoi ritratti di bambini») – anche Henri Matisse «per i suoi colori allegri e danzanti» e Gustav Klimt «per la sua sensualità».

Nei suoi furti in alcuni dei più ricchi appartamenti di Parigi, capitava che vedesse alle pareti quadri di grandi valore; raramente li prendeva, perché era difficile portarli via e perché è difficile rivendere un quadro, ma ha raccontato che spesso si fermava a guardarli. «Mi piace toccare oggetti antichi e sentire il loro passato».

La storia di come Tomic rubò i cinque quadri per cui ora è in carcere iniziò per caso. In un giorno di inizio primavera del 2010, Tomic stava passeggiando lungo la Senna quando vide il Museo d’Arte moderna di Parigi, che esiste dal 1961, in un edificio Art Deco vicino alla Tour Eiffel, ed è visitato ogni anno da 800mila persone. Tomic si accorse che le finestre, facilmente raggiungibili dalla strada, erano simili a quelle di un appartamento in cui già era entrato anni prima. Capì che bastava svitare facilmente certe viti per smontare da fuori le finestre. Poco dopo entrò nel museo da visitatore, per fare i necessari sopralluoghi, scoprendo che molti degli allarmi sembravano spenti. Ha scritto che, date le premesse, si stupì del fatto che nessuno avesse mai fatto un furto in quel museo. Restava però il problema di vendere i quadri che avrebbe potuto rubare.

Il problema fu risolto grazie a una conversazione con l’imprenditore e appassionato d’arte sessantenne Jean Michel Corvez, che aveva conosciuto nel 2004 e al quale aveva già venduto alcuni oggetti rubati nel corso della sua carriera. «Eravamo in buoni rapporti», ha scritto Tomic, «ma non eravamo amici. Ci fidavamo uno dell’altro e non era un tipo cattivo». Corvez fece sapere a Tomic che gli sarebbe piaciuto avere un quadro di Fernand Léger. Uno dei quadri di Léger era esposto al Museo d’Arte moderna di Parigi.

Tomic a quel punto sapeva di poter entrare facilmente in un importante museo di Parigi e di avere qualcuno a cui vendere il quadro che avrebbe rubato. Decise quindi di fare il furto.

Per sei notti, nel maggio 2010, andò con un apposito spray a rimuovere un po’ di vernice dalle finestre, così da poter vedere dove era ogni vite. In seguito riuscì a togliere le viti e a sostituirle con delle finte viti in argilla, senza che nessuna guardia lo vedesse. Intorno alle tre di notte del 20 maggio tornò sul posto indossando una felpa con cappuccio, e usando due semplici ventose tolse la finestra su cui aveva lavorato nelle notti precedenti. Entrò nel museo, evitò un paio di sensori di movimento e poi, dopo essersi accertato che non ci fosse nessuna guardia e non fosse partito nessun allarme, si trovò solo in mezzo ai quadri. Un ladro soprannominato Spider-Man e noto per le sue arrampicate era entrato in un importante museo di Parigi solo con tanta pazienza, un cacciavite e due ventose.

Trovò il quadro di Léger e visto che non era partito nessun allarme ebbe anche il tempo di toglierlo dalla sua cornice, per renderlo più facile da trasportare. Ha raccontato che, preso il Léger, si mise a guardare gli altri quadri. Vide e prese un dipinto fauvista di Matisse e un ritratto fatto da Modigliani alla sua musa Lunia Czechowska (che secondo Tomic «sembrava fosse viva, pronta per ballare un tango»). Poi prese anche un quadro di Picasso e uno di Braque. In una delle sue lettere ha scritto che avrebbe potuto prendere anche altri quadri ma che si accontentò. Ha spiegato che fu a un passo dal prendere Donna dagli occhi azzurri, un altro quadro di Modigliani, ma che non se la sentì.

Quando stavo per tirarlo giù dal muro, fu come se il quadro mi disse: “se lo fai, rimpiangerai questo momento per il resto della tua vita”. Quando lo toccai, per tirarlo fuori dalla cornice, fui preso da una paura grande quanto un iceberg, una paura che mi fece scappare.

Quella notte Tomic rubò:

  • Natura morta con candeliere di Fernand Léger
  • Il piccione a pois di Pablo Picasso
  • Albero di ulivo vicino all’Estaque di Georges Braque
  • La pastorale di Henri Matisse
  • Donna con ventaglio di Amedeo Modigliani

Per portare i cinque quadri nella sua Renault, parcheggiata a qualche minuto dal museo, Tomic fece due viaggi. Prima di andarsene, dopo il secondo viaggio, ripensò alla Donna dagli occhi azzurri di Modigliani, decidendo per l’ultima volta di non prenderla.

Wikimedia

La mattina dopo Fabrice Hergott, direttore del museo, disse che «i sistemi di sicurezza non erano stati ben messi a punto» e la polizia iniziò le indagini. Visto che i cinque quadri erano tra i migliori della collezione, si pensò subito al furto di un intenditore. I giornali di tutto il mondo nel frattempo iniziarono a parlare del nuovo “furto del secolo”. In effetti, per valore dei quadri rubati, il furto era il più grande dal 1990, quando due ladri travestiti da poliziotti entrarono nella Stewart Gardner Museum di Boston e portarono via 13 opere mai più ritrovate.

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Intanto, quella stessa mattina, Tomic incontrò Corvez al livello -4 di un parcheggio sotterraneo. Tomic era nella sua Renault e ha raccontato che passò la maggior parte del tempo a guardare il quadro di Matisse; Corvez arrivò con una Porsche Cayenne e quando seppe che Tomic aveva rubato cinque quadri, anziché uno, si innervosì. Ma decise comunque di prendere tutti i quadri. In cambio diede a Tomic, secondo la sua versione, una scatola di scarpe con dentro 40mila euro. Una sorta di acconto in attesa di vendere i quadri.

Durante l’estate del 2010 la polizia, che ancora “brancolava nel buio”, ricevette una soffiata di cui non si sa molto. Qualcuno disse che i quadri li aveva rubati Tomic; misero sotto controllo i suoi telefoni e iniziarono a pedinarlo. Lo videro entrare al Centre Pompidou, uno dei più importanti musei di Parigi, e osservare con attenzione le uscite di emergenza. Il giorno dopo videro anche che comprava colla, guanti, ventose e altre cose che gli sarebbero tornate utili per un furto. In una lettera ad Halpern ha ammesso di aver progettato un furto al Centre Pompidou, ma di averci ripensato temendo di essere pedinato.

Non è ben chiaro perché, ma il 10 dicembre la polizia scoprì anche che Tomic aveva messo un nuovo messaggio di risposta per la segreteria telefonica del telefono di casa. Anziché dire «non sono a casa, lascia un messaggio», la sua diceva: «Se vuoi comprare quadri, opere d’arte o gioielli, sono disponibile. Tra l’altro ho anche cinque quadri di grande valore».

Tomic non fu arrestato subito: la polizia sperava di arrivare ai quadri, seguendolo. Solo che i quadri li aveva Corvez, che nel frattempo aveva smesso di rispondere alle chiamate di Tomic, che però era riuscito a registrare una conversazione in cui Corvez diceva di non avere più i quadri. Li aveva infatti dati a Yonathan Birn, un orologiaio trentenne con una laurea in storia dell’arte.

Nella primavera del 2011, circa un anno dopo il furto, la polizia arrestò Tomic, Corvez e Birn. Tomic confessò subito e il pubblico ministero che lo interrogò ha detto a Halpern che lo fece «con grande orgoglio», parlando di sé come di un «visionario». Birn raccontò invece di essersi spaventato e di aver distrutto tutti i quadri, mettendone quel che ne restava nella spazzatura.

Durante il processo concluso nel 2017 Birn fu condannato a sei anni di prigione, Corvez a sette e Tomic a otto. I tre furono condannati anche a pagare risarcimenti di alcune centinaia di migliaia di euro. Halpern ha scritto di aver contattato anche Birn e Corvez mentre scriveva l’articolo per il New Yorker: il primo si è rifiutato di parlare, mentre il secondo ha detto che si sarebbe fatto intervistare solo in cambio di soldi e quindi non se ne è fatto niente. Il New York Times scrisse che durante il processo Tomic si era sempre mostrato calmo ed educato ma aveva anche evidenziato «grandi capacità di intrattenimento, facendo spesso ridere la corte».

Vjeran Tomic si trova in una cella del Centre de Détention de Val-de-Reuil, a nord di Parigi, ed è tra i tanti che non credono al fatto che Birn abbia distrutto i quadri. «Birn ama troppo l’arte per poter distruggere dei quadri, li deve aver messi al sicuro da qualche parte. E un giorno o l’altro dovrà ridarli alla persona a cui appartengono. A me».

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