Piccola guida per rancorosi

Il primo passo è riconoscerlo e capire che non c’è nulla di male nel provare rancori, anche piccoli, se li vogliamo risolvere

C’è chi tiene un rancore per anni, chi se ne libera in fretta e chi ritiene di non essere rancoroso, anche se inconsapevolmente lo è stato qualche volta nella vita. Il rancore è quasi sempre descritto in modo negativo: un difetto che classifica la stessa persona che lo porta, eppure può essere una virtù e un punto di partenza per migliorare se stessi. Almeno la pensa così la scrittrice britannica Sophie Hannah, che ha da poco pubblicato un libro sul tema: Come serbare rancore (per ora disponibile solo nella versione in inglese How to Hold a Grudge).

Hannah non è una psicologa (scrive romanzi thriller psicologici) ma ha messo a frutto le sue esperienze, comprese quelle di una lunga psicoterapia, per mettere insieme il nuovo libro. Contiene consigli e suggerimenti per riflettere sulle proprie debolezze, su come vediamo le altre persone, cosa pensiamo su di loro e perché sviluppiamo rancori che in alcuni casi ci accompagnano per tutta la vita, impedendoci di avere rapporti con persone che per noi sono state importanti. Questa è una sintesi dei suoi consigli, cui ha lavorato Jolie Kerr sul New York Times.

Imparare dai rancori
Un rancore non è propriamente un sentimento: è piuttosto una storia dalla quale imparare e trarre qualche beneficio. I rancori sono infatti basati sul nostro punto di vista: una storia di un guaio, un incidente o un’incomprensione. È un bene averne memoria, come meccanismo di difesa per se stessi.

I rancori sono promemoria
Un rancore aiuta a ricordare qualcosa di importante. Se invitiamo a casa un amico e quello durante la serata si rivela un beone che diventa un po’ molesto, o ci rovina un tappeto, non dobbiamo per forza interrompere un’amicizia. Il piccolo rancore derivato dalla brutta esperienza può portare a pensare a qualche altra soluzione: visto come si comporta quando beve, è consigliabile vederlo al bar oppure coinvolgerlo in attività dove non siano previste bevute.

Naturalmente l’esempio dell’amico beone riguarda un piccolo rancore, ma lo stesso meccanismo può essere applicato su scale più grandi. Far finta che non esista un rancore non farà altro che portare a un accumulo di rancori, più difficili da gestire. È meglio farsi coinvolgere dal rancore, accettare di avere avuto un’esperienza negativa e cercare di elaborare le emozioni che si è portata dietro.

Chi è più rancoroso
Di solito le persone che sono molto attente ai comportamenti, in modo da costruire una narrazione che spieghi e categorizzi le cose, tendono a serbare più facilmente rancore. Anche le persone attente ai dettagli, e che quindi notano piccole cose in come si comportano gli altri, finiscono per serbare rancore più facilmente (qui trovate un test, in inglese, per farvi un’idea di quanto potreste essere rancorosi da 1 a 10).

Scrivere
Una buona idea per affrontare un rancore è scrivere ciò che lo ha causato: costruire una storia che sia lo spazio in cui analizzare come sono andate le cose. La scrittura crea un distacco che permette di rendere più oggettivo l’incidente che ha portato al rancore, in modo da capire, tra le altre cose, se questo sia stato causato da un’altra persona intenzionalmente per farci del male, oppure se sia avvenuto casualmente. Scriverlo aiuta a vedere meglio le condizioni in cui è avvenuto, l’importanza del torto o del guaio subito e la sua rilevanza rispetto al rancore che abbiamo maturato.

Darsi tempo
Scrivere trasforma il rancore in un oggetto – un foglio o un file sul computer – che può essere mantenuto da qualche parte: l’idea è sapere che c’è, ma al tempo stesso lasciarlo per un po’ e provare a non pensarci. Dopo qualche giorno ci si può tornare sopra, con un maggior distacco, chiedendosi per esempio se ci sia qualche aspetto comico o imprevisto da aggiungere alla storia, che l’alleggerisca.

Rivedere la narrazione
Raggiunto un sufficiente distacco, ci si può chiedere: “Se potessi riscrivere la storia del mio rancore modificando solo il mio comportamento, che cosa cambierei?”. Un confronto tra le due versioni può portare a chiedersi se i sentimenti negativi che si stanno provando siano il risultato di una frustrazione, per esempio per non poter cambiare il passato, o della rabbia per come ci si è comportati. È probabilmente uno degli esercizi più difficili per elaborare i sentimenti negativi, ma è anche il più importante per trarne qualcosa e non portarseli dietro per sempre.

Migliorarsi
Il processo descritto da Hannah non è semplice e naturalmente implica la capacità di riflettere razionalmente su se stessi, cosa non sempre facile da fare soprattutto subito dopo aver subìto (o ritenere di avere subìto) un torto. Capire i rancori aiuta a comprendere quali sono i valori cui teniamo di più, e al tempo stesso a fare meglio: banalmente, una persona che provoca un rancore con il proprio comportamento può essere fonte d’ispirazione per essere più attenti, cortesi e gentili con il prossimo.

Non c’è nulla di male nell’avere pensieri negativi, se la loro presenza è giustificata e può aiutare a evitare che la stessa negatività si fissi e diventi una costante. Infine, scrive Hannah, i rancori sono un’occasione per rendersi conto di essere una parte attiva nel processo, evitando pensieri distruttivi sul subire unicamente le azioni di qualcun altro. È però importante saperli controllare e affrontare, se non ci si vuole ridurre da soli a essere vittime.

Rancori e perdono
I consigli di Hannah trovano in effetti riscontro in alcuni studi scientifici sul rancore e la difficoltà nel superarlo. Una ricerca da poco pubblicata, e condotta presso la York University (Regno Unito), segnala come dopo un torto subìto le tipiche reazioni siano: maturare un rancore, pensare a una vendetta o cercare di perdonare la persona che ci ha fatto del male. L’opzione preferibile è l’ultima, ma viene riconosciuta l’importanza del rancore come meccanismo di autodifesa, per evitare di farsi fare ulteriormente del male mentre si cerca di riconciliarsi con qualcuno.

Dallo studio dell’Università di York si possono ricavare cinque modi possibili per superare un rancore.

1. Essere i primi a riconciliare
Se si percepisce un commento come sgarbato o fuori luogo, è meglio chiedere subito un chiarimento o mostrare perché ha suscitato una determinata reazione, in modo non critico e aperto al confronto. Non è detto che si abbia ragione, spesso tendiamo a dare più importanza a un commento che ci viene fatto rispetto a quanto lo sia per chi lo ha pronunciato, ma questo sistema aiuterà anche l’interlocutore a capire meglio le sensibilità della persona che ha davanti.

2. Riconoscere il proprio ruolo nella situazione
Spesso chi mantiene un rancore ha la percezione di essere in una posizione subordinata rispetto all’altro. Fermarsi e pensare a questa differenza è il primo passo per cercare di ridurla, aprendosi al perdono del prossimo.

3. Cercare le cose in comune
In una situazione conflittuale tendono a emergere soprattutto le differenze tra le persone. Questo può esacerbare il confronto e far moltiplicare i rancori, distogliendo l’attenzione da ciò che conta di più: la ricerca di un obiettivo comune.

4. Non lasciare ingigantire le cose
I ricercatori di York scrivono che serbare a lungo un rancore porta a farlo diventare sempre più rilevante e di valore, per se stessi, nel corso del tempo. Per questo consigliano di affrontarlo e scioglierlo il prima possibile, perché in questo modo ha più probabilità di perdersi e diventare un ricordo lontano e innocuo.

5. Ammettere quando il proprio rancore deriva da una paura irrazionale
Come spiega anche Hannah, il rancore può essere un meccanismo di autoprotezione quando temiamo che una persona possa farci nuovamente male. Il problema è che spesso la paura che ciò possa accadere prevale sulla realtà, rendendo impossibile una rappacificazione. I ricercatori di York consigliano in questi casi di ricorrere a una persona terza, di cui ci si fida, che possa aiutare a sciogliere questo timore, confrontandosi con chi ha portato al rancore.

Come in tutte le cose della vita e dei rapporti interpersonali non c’è una ricetta o un sistema che possa funzionare per tutti, nemmeno nel campo dei rancorosi consapevoli e inconsapevoli. Se si tiene al rapporto con una persona, il tempo investito nel provare rancore dovrebbe essere trasformato in tempo dedicato a cercare una rappacificazione, dove possibile.

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