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  • sabato 19 gennaio 2019

Cosa sappiamo dell’uomo morto durante un fermo di polizia a Empoli

Arafette Arfaoui, 32 anni, era sospettato di aver usato una banconota da 20 euro falsa: è morto mentre era ammanettato e coi piedi legati

L'alimentari dove è morto Arafet Arfaoui. (ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI)

La sera di giovedì 17 gennaio, a Empoli, il 32enne Arafette Arfaoui è morto mentre era tenuto in stato di fermo da alcuni agenti di polizia: l’uomo, cittadino italiano di origini tunisine, era stato segnalato da un commerciante perché sospettato di aver usato una banconota da 20 euro contraffatta. Al momento della morte – oppure subito prima, non è ancora chiara l’esatta dinamica – era ammanettato e con i piedi immobilizzati da una corda, perché – secondo le ricostruzioni dei giornali – in stato di agitazione.

La procura di Firenze ha aperto un’indagine contro ignoti per omicidio colposo, coordinata dalla sostituta procuratrice Christine Von Borries. Le ricostruzioni su quello che è successo sono ancora confuse, e spesso in contraddizione: in parte arrivano dalla polizia, in parte da alcuni testimoni e in parte dalla Associazione contro gli abusi in divisa (ACAD), che si occupa di denunciare le violenze compiute da parte delle forze dell’ordine.

Quello che sappiamo è che Arfaoui, che lavorava al porto di Livorno e che era sposato e con figli, si è presentato verso le 18.30 di giovedì in un alimentari del centro di Empoli, per trasferire 40 euro con un servizio di “money transfer” (altre versioni dicono che volesse soltanto cambiarli). Il commerciante, convinto che una delle due banconote da 20 euro fosse falsa, ha chiamato la polizia, che è arrivata poco dopo e ha chiesto ad Arfaoui documenti e banconota. Da qui le cose si fanno più confuse: La Nazione dice che a questo punto l’uomo avrebbe «perso il controllo», scappando verso una macelleria poco distante.

Repubblica ha pubblicato però il racconto di un testimone che dà una versione diversa: dice che Arfaoui era inizialmente calmo, ma che è stato «perquisito nudo in bagno», e che dopo quasi un’ora voleva andarsene. È corso quindi verso la macelleria, che però si trova a pochi metri di distanza: secondo il testimone, quindi, non voleva scappare. Dopo aver preso una bevanda nella macelleria, secondo questa testimonianza, Arfaoui si è divincolato dai poliziotti che erano intervenuti per fermarlo e si è allontanato entrando di nuovo nell’alimentari. In questa fase, dice il testimone, un poliziotto è caduto rincorrendolo. Arfaoui è poi morto dentro all’alimentari.

Sappiamo un’altra cosa avvenuta dentro all’alimentari: che i poliziotti lo hanno ammanettato e gli hanno legato i piedi con una corda trovata lì, per immobilizzarlo. La Nazione dice che lo hanno fatto per impedirgli di scalciare, perché non si calmava e si mostrava «aggressivo». Non si sa ancora cosa abbia provocato la morte dell’uomo, ma sembra che sarà possibile ricostruirlo con le riprese delle telecamere: Repubblica e La Nazione dice che dovrebbero esserci i filmati, mentre ACAD dice che Arfaoui è morto «nell’unica stanza del locale dove non vi erano telecamere».

I rappresentanti dell’associazione hanno parlato con i familiari di Arfaoui e con alcuni testimoni oculari, sostenendo di aver raccolto informazioni che «raccontano un’altra storia, agghiacciante, di tortura e violenza da parte delle forze dell’ordine intervenute». Un’altra cosa che non è chiara è se l’ambulanza sia arrivata prima o dopo che Arfaoui si era sentito male.

Gli investigatori hanno sentito i testimoni, gli agenti di polizia e i soccorritori, e l’autopsia è prevista per lunedì. Uno dei primi a commentare la vicenda è stato il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che su Twitter ha espresso solidarietà ai poliziotti «aggrediti», sostenendo che «per fermare violento (sic) ed evitare danni si usano le manette, non le margherite».

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