«Ho paura che sia troppo tardi per le orche»

Una piccola popolazione di orche, probabilmente una specie a sé, rischia di estinguersi nello stretto di Puget: lo stato di Washington vuole spendere più di un miliardo di dollari nel tentativo di salvarle

Un'orca dà la caccia a un salmone vicino all'isola di San Juan, nello stato di Washington, nel settembre 2017 (John Durban/NOAA Fisheries/Southwest Fisheries Science Center via AP)

Qualche settimana fa il governatore dello stato di Washington, Jay Inslee, ha annunciato un piano biennale da 1,1 miliardi di dollari (quasi 1 miliardo di euro) per aiutare le orche che vivono nello stretto di Puget, il grande estuario sull’oceano Pacifico su cui si affaccia anche la città di Seattle. È un piano costosissimo che contiene varie misure controverse e dovrà essere finanziato con un aumento delle tasse per i cittadini dello stato, ma l’attuale situazione delle orche dello stretto di Puget è effettivamente allarmante: di una popolazione di circa 200 ne sono rimaste solo 74 e nessuno dei cuccioli nati negli ultimi tre anni è sopravvissuto.

La scorsa estate in tutti gli Stati Uniti si è parlato molto delle orche, dopo che un esemplare femmina noto come J35 o Tahlequah si era portata dietro il corpo di un suo cucciolo nato morto per 17 giorni. La notizia ha avuto particolare risonanza perché ha creato un forte senso di empatia, e ha attirato l’attenzione su altre brutte notizie sulle sue simili. Di orche nel mondo ce ne sono molte altre, ma secondo chi le studia è probabile che ce ne siano in realtà diverse specie e che quelle dello stretto di Puget ne formino una da sole: per questo preservarne la popolazione è particolarmente importante.

Cosa sappiamo delle orche dello stretto di Puget
La popolazione di orche che Inslee vorrebbe salvaguardare non è l’unica che vive nello stretto di Puget, ce n’è anche un’altra: le due popolazioni si distinguono sotto vari aspetti, primo fra tutti il tipo di dieta, e probabilmente appartengono a specie diverse. Le orche come J35 mangiano pesce, quasi unicamente salmoni reali, e sono chiamate “orche residenti meridionali” perché vivono per tutto l’anno nelle stesse acque, vicino alle coste dell’Oregon, dello stato di Washington e della Columbia Britannica, la regione canadese in cui si trova Vancouver. Altre orche residenti, le settentrionali e quelle dell’Alaska, vivono più a nord: non mangiano pesce ma mammiferi marini, per esempio foche, e sono dette “orche transienti” perché si spostano molto di più lungo le coste.

In biologia si considerano appartenenti alla stessa specie quegli animali che accoppiandosi tra loro generano figli fertili: le residenti meridionali e le transienti, oltre a vivere vite molto diverse, non si accoppiano mai pur avendo territori sovrapposti. Per questo anche se nella classificazione scientifica degli esseri viventi c’è una sola specie di orche, Orcinus orca, da molti anni gli esperti pensano che in realtà esistano diverse specie o sottospecie appartenenti a un unico genere, Orcinus. In aggiunta alle residenti e alle transienti ci sono anche le cosiddette “orche offshore”, che vivono in mare aperto, lontane dalle coste, e mangiano pesci, squali e grandi mammiferi marini.

Oltre che per ciò che mangiano e per i territori in cui vivono, i tipi di orche si distinguono per il numero di membri dei loro gruppi – le transienti vivono in piccoli gruppi composti da 2-6 esemplari, le residenti in pod (gruppi familiari) di decine di esemplari, le orche offshore anche in 200 tutte insieme – e per il modo in cui comunicano: è stato osservato che hanno vocalizzi diversi che si possono considerare come diverse lingue.

Attualmente le orche residenti meridionali si dividono in tre pod chiamati J, K ed L. Il più numeroso è L, con 35 esemplari, il più piccolo è il K, che ne ha 21. Ogni esemplare è identificato dagli scienziati con una sigla composta dalla lettera del proprio pod e un numero; ogni pod comunica in un “dialetto” diverso. La maggior parte delle residenti meridionali vive per tutta la vita all’interno del pod in cui è nata, anche se i pod interagiscono tra loro molte volte all’anno. Ogni pod comprende diverse famiglie, ciascuna discendente da un’unica femmina che guida il gruppo. Alla morte di una di queste matriarche, le loro famiglie possono dividersi ma anche restare unite: le orche sono animali sociali e cacciano in gruppo. I maschi rimangono per tutta la vita legati alle proprie madri, tanto che quando un’orca femmina muore le probabilità di sopravvivenza dei suoi figli maschi diminuiscono dalle tre alle quattordici volte nel giro di un anno.

Un servizio su J35 e il suo cucciolo nato morto:

Perché le residenti meridionali rischiano di estinguersi
Prima dell’inizio del Ventesimo secolo, secondo gli scienziati, le orche residenti meridionali erano più 200: oggi ce ne sono 74. In passato erano state anche meno: nel 1976, dopo decine di uccisioni e catture per riempire gli acquari di tutto il mondo, erano solo 71. Con l’interruzione delle catture il numero delle orche era aumentato: a metà degli anni Novanta ce n’erano 96-98. Negli anni successivi però ci fu una nuova grossa diminuzione, poi un aumento fino agli 85-89 esemplari del 2011 e di nuovo una diminuzione fino ai 74 di oggi. Qualche settimana dopo le notizie su J35, un’altra orca del suo pod è morta: una femmina di soli 4 anni. Tra il 2010 e il 2017 il numero di orche morte (31) è stato più alto di quello delle orche nate (21): non era mai successo nei decenni precedenti, da quando nel 1975 il Center For Whale Research dell’isola di San Juan, nello stato di Washington, ha cominciato a raccogliere questo genere di dati.

L’oscillazione del numero di orche dagli anni Settanta a oggi potrebbe far pensare che la situazione attuale non sia così grave, ma basta guardare altri dati della Marine Mammal Commission, un’agenzia federale statunitense che si occupa delle politiche per la protezione dei mammiferi marini, per capire che non è così. Dal 1984 al 2011 la media annuale di nuove nascite era di 3,85. Tra il 2012 e il 2018 la media è scesa a 2 e dei 12 cuccioli nati solo 7 sono ancora vivi. Nel 2017 non nacque nessun cucciolo e l’unico nato vivo del 2018 è morto poco dopo la nascita, a settembre.

Oltre alla scarsità delle nascite poi c’è un problema nel rapporto tra maschi e femmine: negli ultimi vent’anni solo il 26 per cento dei cuccioli vissuti abbastanza perché se ne potesse capire il genere (alcuni ancora in vita, altri no) era femmina. Dato che le possibilità di crescita demografica di una popolazione dipendono di più dal numero di femmine che da quello di maschi, in particolare tra gli animali che come le orche hanno tempi di gestazione e svezzamento molto lunghi e generalmente hanno un cucciolo alla volta, questo squilibrio tra gli esemplari più giovani ha molto ridotto le possibilità di recupero delle residenti meridionali.

Un gruppo di orche nello stretto di Puget, il 18 gennaio 2014 (AP Photo/Elaine Thompson)

Ci sono tre motivi per cui la popolazione delle residenti meridionali diminuisce e ha problemi di natalità, e hanno tutti a che fare con grossi cambiamenti causati dalle persone all’ecosistema dello stretto di Puget negli ultimi cento anni. Il principale è la grossa diminuzione del numero di salmoni reali a disposizione delle orche, a sua volta causata dal comportamento umano. I salmoni reali sono stati pescati in modo eccessivo per decenni, e con la costruzione di dighe per la produzione di energia idroelettrica lungo i corsi dei fiumi in cui si riproducono hanno difficoltà a mantenere stabile il proprio numero. Inoltre anche i piccoli pesci di cui i salmoni si nutrono sono diminuiti, perché a causa delle attività umane molti dei fondali sabbiosi dove deponevano le proprie uova non esistono più. Nel 2017 tra la California e l’Alaska sono stati pescati circa 1,3 milioni di salmoni reali: in passato, quando ce n’erano di più, se ne pescavano fino a 4 milioni l’anno.

Il problema della diminuzione dei salmoni è molto grave perché per risolverlo bisognerebbe ottenere grossi compromessi con molte persone. Innanzitutto gli Stati Uniti si dovrebbero mettere d’accordo con il Canada per un’azione combinata, visto che i salmoni vivono e si riproducono nelle acque di entrambi i paesi. Dopodiché limitare ancora di più le quote di pesca imposte attualmente creerebbe dei problemi a chi lavora nel settore e alle minoranze etniche a cui sono garantite altre quote per la pesca tradizionale. Infine per rimuovere o modificare le dighe sui fiumi dove i salmoni si riproducono bisognerebbe mettersi d’accordo con le società di produzione di energia idroelettrica, con gli agricoltori che irrigano i propri campi grazie alle dighe e con tutte le persone che in qualche modo sfruttano i laghi artificiali formati dalle dighe.

Il secondo grosso problema delle residenti meridionali riguarda tutti i grandi predatori marini, ed è l’inquinamento. Essendo in cima alla catena alimentare, i loro corpi assorbono tutte le sostanze inquinanti assorbite dai pesci di cui si nutrono e da tutti quelli di cui questi si sono nutriti. Tra queste sostanze ci sono pesticidi arrivati in mare dalle coltivazioni attraverso i fiumi, idrocarburi dovuti alle perdite di petrolio in mare e i policlorobifenili (PCB), molto usati un tempo nelle vernici e in tanti altri prodotti e molto persistenti nell’ambiente. Gli inquinanti compromettono il sistema immunitario e quello riproduttivo delle orche, soprattutto perché spesso abbinati alla malnutrizione dovuta alla carenza di salmoni: le sostanze inquinanti si accumulano nelle loro riserve di grasso, quelle che vengono consumate quando le orche soffrono la fame, e passano dalle madri ai cuccioli durante la gestazione e successivamente attraverso il latte.

Secondo uno studio pubblicato a settembre, le orche sono i mammiferi più contaminati dai PCB e circa la metà delle 19 popolazioni di orche studiate nel mondo sono a rischio di estinzione per via di queste sostanze. Nel 2014 la NOAA, l’agenzia federale statunitense che si occupa di meteorologia e ambienti marini, aveva definito le residenti meridionali «uno dei più contaminati mammiferi marini del mondo».

Il terzo problema delle orche è la loro popolarità: ogni anno moltissime persone partecipano ai tour per osservarle e così facendo interrompono più volte le loro battute di caccia. Secondo alcuni studi i rumori delle barche che si spostano nello stretto di Puget, comprese quelle dei “whale watching tour”, disturbano il sistema di ecolocalizzazione con cui le orche individuano i banchi di salmoni, facendo perdere loro molte occasioni di caccia. Per questo quest’estate il dipartimento per la fauna marina dello stato di Washington aveva chiesto a chi si spostava in barca nello stretto di Puget di rimanere volontariamente almeno a 400 metri di distanza dalla costa occidentale dell’isola di San Juan.

Un’orca vicino a un’imbarcazione di whale watching vicino all’isola di San Juan, nello stretto di Puget, il 31 luglio 2015 (AP Photo/Elaine Thompson)

Il piano del governatore Inslee per salvare le orche
Ancora prima della vicenda di J35, a marzo, il governatore Inslee aveva formato un gruppo di studio per capire come preservare e tornare a far crescere la popolazione di orche dello stretto di Puget, ma ora ha un piano molto ambizioso. Prevede prima di tutto che l’equivalente di 575 milioni di euro sia speso per far tornare a crescere la popolazione di salmoni migliorando la qualità dell’acqua e rimuovendo o ristrutturando i canali sotterranei collegati ai fiumi che disorientano i pesci. Altri 10 milioni dovrebbero essere spesi per sostenere e aumentare la produzione di salmone di allevamento, e 650mila euro per studiare come poter rimuovere alcune delle dighe sul fiume Snake in modo che non ci siano troppi danni economici e sociali.

C’è già chi si è opposto al piano di Inslee: i deputati Cathy McMorris Rodgers e Dan Newhouse, Repubblicani (il governatore è Democratico) ed eletti nell’est dello stato di Washington, lontano dalla costa, hanno detto che il governatore non ha l’autorità per prendere decisioni sulle dighe, dato che sono strutture federali. Il piano prevede anche che per tre anni non si possano fare tour di “whale watching” per osservare le orche residenti e che successivamente le barche mantengano dagli animali una distanza di almeno 180 metri. Jeff Friedman, il presidente della Pacific Whale Watch Association, è favorevole all’aumento della distanza di osservazione ma non alla moratoria di tre anni; secondo Inslee però non danneggerà troppo il settore dato che per l’85 per cento del tempo dei tour si osservano altre specie di cetacei.

Se anche Inslee dovesse riuscire a portare avanti il suo piano ambizioso, non è comunque detto che riesca nell’intento di salvare le orche residenti meridionali. Quest’autunno Ken Balcomb, un membro del Center For Whale Research dell’isola di San Juan che studia le orche da più di 40 anni, aveva espresso un profondo scetticismo: «Ho paura che sia troppo tardi per le orche e questo mi rattrista molto. Tuttavia lavorare per recuperare un ecosistema vale comunque la pena».