INA FASSBENDER/AFP/Getty Images

La tecnologia è diventata troppo semplice

L'ossessione di rendere "frictionless", senza attrito, app e servizi online ha fatto qualche danno, scrive il New York Times

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Nel mondo della tecnologia e dei suoi appassionati la parola frictionless – letteralmente “senza attrito” – si usa da qualche anno per sintetizzare l’idea in base alla quale l’uso di un prodotto o servizio tecnologico debba essere il più semplice, facile e veloce possibile. Eliminare l’attrito vuol dire, per esempio, rendere un’interfaccia più essenziale, comprensibile e rapida, ridurre i passaggi per registrarsi a un sito, semplificare le ricerche su un browser o far sì che anche persone inesperte sappiano installare e usare qualcosa di tecnologico. Il giornalista Kevin Roose si è chiesto però sul New York Times se a furia di eliminare l’attrito la tecnologia non sia diventata troppo facile e quindi meno controllabile per gli utenti.

Roose sostiene che «nell’ultimo decennio l’eliminazione dell’attrito è diventata un’ossessione per il settore tecnologico» e la necessità di eliminare questo attrito «è stata presa come se fosse il Vangelo da molte delle più grandi società al mondo». Roose spiega che uno dei primi grandi momenti nella sfida all’attrito fu nel 2011, quando Mark Zuckerberg spiegò che Facebook avrebbe reso più semplice e naturale la possibilità di condividere le proprie attività, e che l’avrebbe fatto permettendo a servizi esterni di raccogliere e pubblicare informazioni su quanto ogni utente avesse corso, su cosa avesse mangiato, su dove fosse stato o su che musica avesse ascoltato. Fino a quel momento le app chiedevano ogni volta il permesso dell’utente per pubblicare informazioni sul suo profilo di Facebook. Zuckerberg disse invece: «D’ora in poi, sarà un’esperienza frictionless». Lo scopo dichiarato era rendere più facile le cose per gli utenti; il motivo implicito era far sì che gli utenti condividessero più cose possibili su Facebook.

Negli ultimi anni molte altre società hanno fatto scelte simili. Pensate all’immediatezza di Netflix, a come i trailer partano da soli durante la scelta di cosa vedere e a come gli episodi inizino da soli dopo la fine del precedente, dando per scontato che vogliate vederne un altro. Ma pensate anche alla facilità e alla velocità con cui è possibile chiamare un autista con Uber (quando siete all’estero), ordinare una pizza con Just Eat, pagare con Apple Pay o con una carta contactless, prenotare una stanza a Hong Kong su Airbnb e comprare qualsiasi cosa su Amazon “con un solo click” (oppure addirittura solo premendo un Dash Button, i tastoni da tenere in giro per la casa per ordinare specifici prodotti). Una società di pagamenti online che si chiama Klarna, il cui motto è smooth payments – pagamenti che filano lisci – ha diffuso per promuoversi un video in cui un pesce scende da uno scivolo e prosegue la sua discesa su un pavimento molto liscio.

Non c’è niente di male, spiega Roose, nel rendere qualcosa più facile: nessuno oggi si lamenterebbe delle auto che si parcheggiano da sole o di come sia facile pagare una bolletta online. Ma l’eliminazione dell’attrito comporta anche dei problemi di privacy e sicurezza.

YouTube permette per esempio di vedere in automatico altri video dopo quello che si è cercato. Lo scopo è far restare gli utenti su YouTube per più tempo: il problema è che in certi casi si arriva a vedere video dal contenuto molto diverso, che possono avere conseguenze sulle opinioni delle persone oppure essere inadeguati per un bambino. Ci sono poi problemi di sicurezza dovuti al fatto che, in nome della lotta all’attrito, le informazioni della nostra carta di credito sono memorizzate su molte app diverse. Sono opzioni che ci semplificano la vita, perché tutti i passaggi che ci chiedono di confermare la nostra identità, inserire una password o ricevere un codice per usare un servizio rappresentano un attrito, una complicazione. Ma è un attrito che serve a garantire la nostra sicurezza.

Roose sostiene che per risolvere questi problemi bisognerebbe provare «a rendere le cose un po’ meno semplici», anziché provare a farle sempre più semplici. E spiega: «Non voglio creare una versione idilliaca della lentezza, spesso frustrante, del passato. Non c’è niente di intrinsecamente buono nelle cose complicate, e c’è ancora molto spazio per ridurre l’attrito di certi sistemi, per esempio nell’istruzione o nei servizi finanziari e medici». Ma aggiunge: «Ci sono ragioni sia pratiche che filosofiche per chiederci se non sia il caso che certe tecnologie siano meno ottimizzate per la nostra comodità. Non ci fideremmo di un dottore che valutasse la velocità come una priorità per la nostra sicurezza. Perché dovremmo invece lasciarlo fare a un’app?».

Roose fa infine tre esempi di scelte che nel breve periodo ridurrebbero la nostra interazione con certe tecnologie, ma che secondo lui permetterebbero di rendere le cose un po’ meno semplici e allo stesso tempo più sicure e appaganti.

La condivisione virale di informazioni false su Facebook si potrebbe ridurre introducendo algoritmi che funzionino come dossi artificiali e rallentino la condivisione, oltre un certo numero di volte, di post di dubbia autenticità, prima che qualcuno li abbia verificati.

La visione di un video suggerito in autoplay su YouTube, dopo la fine di quello che si è scelto, potrebbe essere trasformata nella possibilità di scegliere tra due video diversi, da far partire con un click.

L’uso di Twitter per criticare in gruppo certi utenti potrebbe essere moderato impedendo ai follower di interagire con un profilo se prima non lo hanno seguito per un certo numero di giorni.

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