• Scienza
  • mercoledì 5 dicembre 2018

Il paradosso del polpo

La sua intelligenza è notevole, ma non ha molto in comune con altri animali ugualmente intelligenti, e non sappiamo perché

(Markus Scholz/dpa)

Piero Amodio studia presso l’Università di Cambridge, nel Regno Unito, e insieme ad alcuni colleghi si è appassionato a un paradosso del regno animale che incuriosisce da tempo i ricercatori: l’insolita e a tratti inspiegabile intelligenza dei polpi. Il frutto del suo lavoro di ricerca è stato da poco pubblicato sulla rivista scientifica Trends in Ecology and Evolution e, tra gli altri, ha attirato l’attenzione di Carl Zimmer, uno dei più famosi divulgatori scientifici statunitensi, che ha dedicato ai polpi e al loro modo di elaborare le informazioni un articolo sul New York Times.

Lo studio dell’intelligenza animale è tra i campi più interessanti della biologia e riserva spesso sorprese. Grazie ai numerosi studi condotti in passato, sappiamo che alcuni animali possiedono una spiccata intelligenza, se confrontati con altre specie. Delfini, alcuni uccelli, elefanti e primati hanno tratti in comune, che spiegano le loro capacità cerebrali, eppure ci sono altre specie con caratteristiche molto diverse che mostrano comunque notevoli forme di intelligenza. I cefalopodi – molluschi che comprendono polpi, seppie e calamari – fanno parte di quest’ultima categoria.

Intelligenza animale
E qui è opportuno fermarsi un momento per capire cosa intendiamo con “intelligenza” quando parliamo di animali. I ricercatori non fanno riferimento a capacità complesse e articolate, come saper contare o rimettere insieme i pezzi di una costruzione nel giusto ordine, ma la capacità di sviluppare abilità cognitive utili per consentire a una specie di sopravvivere, riprodursi e prosperare.

L’intelligenza animale si può manifestare in molti modi. Alcuni esemplari serbano il ricordo di una particolare strategia sfruttata per rimediare del cibo, e la sanno ripetere in caso di necessità, altri sono creativi sul momento e si possono inventare un certo comportamento “intelligente” utile per ottenere un obiettivo, senza serbarne un ricordo per il futuro. Spesso la molla per sviluppare queste capacità è proprio la necessità di recuperare cibo e nutrirsi, l’attività più importante per la maggior parte delle specie viventi, oltre all’accoppiamento.

Per capire quanto sia intelligente l’esemplare di una specie, i ricercatori di solito osservano a lungo gli animali, studiandone il comportamento. Lo fanno direttamente in natura, se le condizioni lo consentono, o in ambienti più controllati e con minori variabili come possono esserlo gli zoo o i laboratori di ricerca. La capacità di un delfino di sfruttare uno strumento, come una spugna per proteggersi dalle asperità degli scogli, o quella di un corvo di utilizzare un bastoncino per recuperare del cibo, sono ottimi indizi per distinguere animali più intelligenti da altri. A parità di condizioni, molte specie mantengono comportamenti normali, in un certo senso più “stupidi”, dimostrando di non avere grande dimestichezza con l’elaborazione di strategie complesse.

Nel corso degli anni, le specie classificate come più intelligenti hanno permesso di identificare tratti comuni. Tra questi ci sono la presenza di un cervello grande, rispetto alle dimensioni del corpo, una certa longevità e la capacità di creare rapporti sociali con i propri simili. Sulla base di queste informazioni, sono state sviluppate teorie per spiegare come alcuni animali si siano evoluti diventando via via più intelligenti.

Tra le più condivise, c’è quella secondo cui l’intelligenza sia conseguenza delle forme di adattamento per trovare il cibo. Alcuni animali attingono da riserve di cibo facilmente accessibili, per esempio i ruminanti con l’erba, mentre altri devono fare i conti con un maggior numero di variabili. Un animale che si nutre di frutta deve sapere dove si trovano gli alberi che la producono, in quali periodi ne offrono di matura e come possono essere raggiunti. Deve inoltre serbare il ricordo di queste informazioni, se vuole trovare una fonte affidabile di cibo nel tempo. Alcuni frutti non sono disponibili tutto l’anno, quindi deve sviluppare anche la capacità di comprendere l’importanza di conservarli in qualche modo, creandosi una riserva di cibo. Tutto questo concorre a far sviluppare forme di intelligenza più o meno elaborate, che contribuiscono a garantire la sopravvivenza.

Altri ricercatori dicono invece di non focalizzarsi troppo sul cibo, ricordando che l’aspetto sociale è altrettanto importante per gli animali più intelligenti. Questi, infatti, cooperano tra loro e imparano l’uno dall’altro per raggiungere i loro obiettivi, portando benefici agli esemplari di una intera comunità della stessa specie.

Infine, non deve essere trascurato il fattore della longevità. In linea di massima, buona parte degli animali intelligenti vive a lungo. È possibile che sia stata la capacità di sviluppare cervelli più grandi a portare a una maggiore durata della loro vita: lo sviluppo di strutture nervose complesse richiede tempo, rendendo dipendenti i membri più giovani di una comunità dai più anziani, che hanno già imparato come procacciarsi il cibo. La condivisione dell’esperienza contribuisce a far imparare nuove cose ai più giovani, che intanto sviluppano la loro intelligenza e socialità.

Intelligenti anomali
I polpi e diversi altri cefalopodi mostrano di avere buone capacità cognitive, ma non hanno caratteristiche paragonabili a quelle delle altre specie intelligenti. A parte avere un cervello relativamente grande rispetto al corpo, per il resto sono molto diversi. La maggior parte dei loro neuroni, per esempio, è distribuita nei tentacoli in una sorta di “cervello esteso”. I cefalopodi inoltre muoiono relativamente giovani: alcune specie arrivano al massimo a vivere un paio di anni, altre durano una manciata di mesi. Polpi e simili sono inoltre tipi solitari e non sviluppano legami sociali.

Nel caso dei polpi, le interazioni sociali sono limitate al periodo dell’accoppiamento, o per meglio dire del singolo amplesso. I partner non restano insieme e non si curano nemmeno della prole. È un comportamento molto diverso da quello di altre specie, come delfini e scimpanzé, dove i rapporti sociali sono fitti e si sviluppano comunità ricche di interazioni.

Eppure, gli esempi di comportamenti intelligenti legati ai cefalopodi non mancano. Prendete le seppie, per esempio: per spaventare i predatori, hanno sviluppato la capacità di formare una specie di grande occhio sul loro fianco, in modo da apparire come enormi e minacciosi pesci. Dalle osservazioni è emerso che le seppie usano questa strategia contro i predatori che usano la vista per identificare le prede: nel caso in cui nei paraggi ce ne siano di quelli che sfruttano l’olfatto, preferiscono svignarsela.

In un esperimento condotto all’Università ebraica di Gerusalemme, nelle vasche di alcuni polpi furono inserite scatole a forma di L, con del cibo al loro interno. In breve tempo, i polpi impararono a muovere i loro tentacoli nelle scatole in modo da spostare il cibo, fino a farlo uscire per mangiarlo.

Evoluzione
Il paradosso dell’intelligenza dei cefalopodi può probabilmente essere spiegato con la storia evolutiva di questi animali, ha spiegato Amodio a Zimmer. Se tornassimo indietro nel tempo di mezzo miliardo di anni, potremmo osservare i loro antenati: animali simili alle lumache, che sfruttavano le loro conchiglie per spostarsi in verticale in acqua. Potevano infatti riempire le cavità delle conchiglie producendo gas, in modo da ridurre il loro peso specifico e galleggiare. Alcune specie animali, come il nautilus, usano ancora oggi questa strategia (ma il nautilus non sembra essere nemmeno lontanamente intelligente quanto un polpo).

Il cambiamento più importante per i cefalopodi avvenne circa 275 milioni di anni fa, quando i loro antenati persero la conchiglia esterna. Non sappiamo perché, ma possiamo ipotizzare che questo cambiamento portò qualche vantaggio in termini evolutivi: questi animali divennero liberi di esplorare agilmente i fondali oceanici, infilarsi con facilità tra le fenditure degli scogli e trovare nuove prede senza dare troppo nell’occhio. Persero però un’importante protezione contro gli altri predatori, e probabilmente fu questa condizione a spingerli a diventare più intelligenti per nascondersi e fuggire indisturbati. Il processo evolutivo favorì gli esemplari che avevano sviluppato un sistema nervoso più complesso, rendendoli intelligenti.

L’intelligenza superiore a quella di altre specie è un’ottima risorsa per i cefalopodi, ma non garantisce comunque una completa immunità nell’agguerrito ambiente sottomarino. Prima o poi, un predatore, per quanto meno furbo, riesce comunque a terminare con un solo boccone l’esistenza di un polpo.

Saranno necessari altri studi per trovare conferme alle teorie di Amodio e colleghi che spiegano il paradosso dei polpi e degli altri cefalopodi. Ricerche come queste non sono solo utili per scoprire nuove cose sulle specie animali, ma anche per comprendere meglio come funziona l’intelligenza in termini generali e come questa si è evoluta, nella lunga storia delle specie che hanno popolato e popolano il nostro pianeta, noi compresi.

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