Una storia sul rap e sul 2018

6ix9ine nel giro di un anno è diventato famosissimo, si è affiliato a una gang ed è finito in carcere, mentre gli altri lo guardavano su Instagram

6ix9ine durante un'esibizione alla settimana della moda di Milano, nel settembre del 2018. (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

6ix9ine – si legge six nine – è il nome d’arte di Daniel Hernandez, un rapper americano di 22 anni che nel giro di poco più di un anno è passato dall’essere una marginale personalità di Instagram al diventare uno degli artisti più ascoltati dagli adolescenti di tutto il mondo, con dieci singoli finiti nella classifica Hot 100 di Billboard, per poi finire in carcere con l’accusa di narcotraffico e rapina a mano armata. La rapidissima parabola di Hernandez, raccontata anche dal New York Times, è in qualche modo istruttiva di un nuovo tipo di fama dell’industria musicale americana, strettamente legata alle nuove forme di hip hop, a Instagram e a un’esibizione della violenza che, per quanto possa ricordare la storica anima violenta e gangster del rap, è in realtà profondamente diversa.

Hernandez ha oltre 15 milioni di follower su Instagram, le sue canzoni più famose hanno diverse centinaia di milioni di visualizzazioni su YouTube, ed è molto popolare anche tra gli adolescenti che non vivono negli Stati Uniti: poche settimane fa ha fatto una canzone con il rapper italiano Emis Killa, per esempio. Non ha iniziato strettamente come cantante, ma si è costruito la fama su Instagram come influencer ventenne con un aspetto da cartone animato e un carattere provocatorio e antipatico, che ogni tanto pubblicava qualche canzone. Da subito ha adottato un immaginario colorato e ispirato agli anime giapponesi, indossando abiti appariscenti e i suoi caratteristici grillz multicolore (sono i rivestimenti per i denti, solitamente d’oro, molto diffusi nell’hip hop).

È cresciuto a Brooklyn, con una madre portoricana e un padre messicano che fu ucciso quando aveva 13 anni. Lasciò presto la scuola e si arrangiò insieme a suo fratello con lavori occasionali, finendo poi a spacciare droga, facendosi anche un po’ di prigione. Dopo aver accumulato milioni di follower grazie a una serie di foto e video diventati virali, diventò famoso su internet come “il rapper newyorkese con i capelli arcobaleno e il numero 69 tatuato in decine di posti diversi”. Le canzoni contribuirono poco alla sua fama iniziale, ma a quel punto Hernandez cominciò a pubblicarne diverse, che ebbero un grande successo: alla fine del 2017 era già uno dei più noti cantanti di quello che in gergo viene definito “Soundcloud rap”. Si chiama così la musica che fanno rapper solitamente giovanissimi, a metà tra il pop e l’hip hop, e caratterizzata da basi musicali orecchiabili e di facile ascolto e da parti cantate molto melodiche.

Tra i più famosi cantanti che assomigliavano a Hernandez c’erano Lil Peep e XXXTentacion: il primo, a cui in realtà è riconosciuto uno spessore musicale molto maggiore, morì più o meno un anno fa di overdose, a 21 anni; il secondo è stato ucciso durante una rapina lo scorso giugno, a 20 anni. Charlamagne tha God, un famoso conduttore radiofonico americano specializzato nell’hip hop, sostiene che Lil Peep, XXXTentacion e 6ix9ine siano un esempio di come «i social media creano l’illusione che non ci siano conseguenze per le tue azioni. (…) Tutte queste cose che state glorificando, stanno uccidendo la nostra comunità da anni».

Le storie di rapper come Hernandez e XXXTentacion, infatti, hanno spinto in molti a interrogarsi su come sia cambiata la relazione tra l’hip hop e la violenza e la sua esibizione. Negli anni Ottanta e Novanta, nella cosiddetta “età dell’oro” dell’hip hop, rapper come Tupac Shakur, Notorious B.I.G. e gli N.W.A. intrecciarono le loro carriere musicali al mondo della criminalità, circondandosi di personaggi poco raccomandabili e trasferendo nei propri testi e nella propria immagine messaggi spesso violenti. Se in certi casi era certamente un’esibizione strumentale, erano artisti che provenivano dai ghetti più poveri e violenti degli Stati Uniti, per giunta negli anni del boom dell’eroina e delle repressioni legate alla “lotta alla droga” voluta da Ronald Reagan. Quel mondo violento era la cosa che potevano e volevano raccontare con la propria musica e i propri personaggi.

Anche Hernandez è cresciuto in un contesto svantaggiato, ed è stato esposto alla violenza fin da giovanissimo. Ma il suo rapporto con la criminalità non è stato una necessità di sopravvivenza come lo fu per Tupac o Notorious B.I.G., bensì più un tentativo posticcio di ottenere la cosiddetta “street cred” (cioè la credibilità della strada, il rispetto che la retroguardia dell’hip hop assegna ai rapper che sono anche mezzi criminali).

A 19 anni, nel 2015, Hernandez fu arrestato per aver coinvolto una minore di 13 anni in un atto sessuale: dopo una registrazione in studio seguì un uomo appena conosciuto, con il quale filmò una bambina tredicenne fare sesso con diversi uomini, mentre lo stesso Hernandez la toccava. Hernandez caricò poi il video su Instagram. Disse poi alla polizia che credeva che la bambina avesse 19 anni, ma ricorse al patteggiamento e accettò di prendere l’equivalente di un diploma, di andare in terapia e di stare fuori dai guai e di non pubblicare immagini sessuali o violente sui social per due anni.

Si concentrò quindi sulla musica, ma dopo un paio d’anni entrò nell’orbita di Kifano Jordan, detto Shottie, un gangster che si improvvisò suo manager – un fenomeno molto comune nel rap – con il quale strinse una specie di accordo: in cambio dei soldi che gli avrebbe fatto fare, Jordan gli avrebbe fornito la reputazione da criminale. Ne risentì anche la musica di 6ix9ine, che si allontanò in parte da alcuni tratti infantili per finire sempre più spesso nell’insulto dei rapper rivali (il dissing, come viene chiamato in gergo). Il momento in cui diventò davvero famoso coincise con l’uscita del singolo “Gummo”, nel cui video Hernandez e le comparse indossano la bandana rossa dei Bloods, la celebre gang criminale originaria di Los Angeles.

La figura di 6ix9ine era ormai diventata molto controversa e divisiva, tra gli appassionati dei rapper emergenti. Tra la storia del video alla minorenne e la sua nuova celebrazione della criminalità, sui social network e sui siti specializzati cominciarono ad accumularsi le critiche. Dal rapporto con Jordan arrivarono anche i guai: lo scorso luglio, Hernandez fu rapinato dopo aver registrato un video con la cantante Niki Minaj: a essere incriminato fu un ex socio di Jordan. Ma secondo la polizia, lo stesso Hernandez partecipò ad alcuni crimini con la gang di Jordan: a una rapina a mano armata a Manhattan lo scorso aprile (che secondo la polizia Hernandez filmò col telefono), e in due sparatorie a Brooklyn durante l’estate. In due occasioni, qualcuno sparò sul set di un suo video: una volta mentre stava registrando con il rapper 50 cent, un’altra mentre stava preparando una registrazione con Kanye West e Minaj.

Questi episodi finirono davanti a un giudice, che decise comunque che non violavano il patteggiamento di Hernandez per il reato sessuale. Ma lo esortò a interrompere i rapporti con Jordan, che infatti il giorno stesso fu allontanato insieme ad altri suoi amici da un pranzo di lavoro tra Hernandez e il capo della sua etichetta. Dopo una discussione, le guardie armate spararono a uno dei soci di Jordan, ferendolo. Dopo quell’episodio, Hernandez licenziò praticamente tutto il suo staff e smise davvero di avere a che fare con Jordan, ma questo ebbe delle conseguenze: l’FBI intercettò i membri della gang mentre parlavano di punire Hernandez, e gli offrì quindi una protezione armata, che però rifiutò.

Lunedì scorso Hernandez e altre quattro persone, tra cui Jordan, sono state incriminate per rapina a mano armata, narcotraffico e tentato omicidio, presunti crimini commessi mentre erano nella stessa gang. La prima udienza del processo si è tenuta la settimana scorsa, e il giudice ha deciso il carcere senza cauzione per gli accusati. Se fosse condannato, Hernandez avrebbe violato le condizioni del suo precedente patteggiamento e rischierebbe di dover scontare una pena in carcere.

Mentre è in prigione in attesa del processo, intanto, è uscito il suo ultimo disco, _Dummy Boy_ (letteralmente: ragazzo scemo), che la sua etichetta ha dovuto pubblicare senza preavviso dopo che se ne era diffusa online una copia pirata. Tre canzoni del disco sono attualmente nella classifica Top 50 mondiale di Spotify.

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