La regola dell'accordo del participio passato da «Larousse des difficultés», 1971 (Foto da Le Monde-PIERRE BRETEAU)
  • Cultura
  • mercoledì 5 settembre 2018

Il Belgio potrebbe introdurre una modifica alla lingua francese

Quella dell'accordo del participio passato, in alcuni casi, con il complemento oggetto a cui si riferisce: alcuni sono d'accordo, altri no

La regola dell'accordo del participio passato da «Larousse des difficultés», 1971 (Foto da Le Monde-PIERRE BRETEAU)

La Comunità francofona del Belgio – una delle tre comunità linguistiche del paese, competente sul suo territorio in materia di cultura ed educazione in lingua francese – sta pensando di cambiare la complessa regola dell’accordo del participio passato con l’ausiliare avere: si vorrebbe cioè stabilire l’invariabilità del participio passato con l’ausiliare “avere” in tutti i casi, senza che venga più considerato come un aggettivo. La proposta è stata fatta da due professori di francese della Vallonia, Arnaud Hoedt e Jérôme Piron, in un articolo pubblicato su Libération lunedì 3 settembre. I due hanno ricevuto il sostegno della Comunità francofona del Belgio e di diverse importanti istituzioni linguistiche, ma sono stati anche molto criticati, come avviene ogni volta che si discute dei cambiamenti della lingua.

La regola sui participi passati in lingua francese dice che «il participio passato coniugato con l’ausiliare avere si accorda con il complemento oggetto diretto che si trova prima del verbo». Il participio passato funziona cioè come un aggettivo, in rapporto al nome a cui si riferisce. In francese, per fare il femminile di un participio passato alla fine del verbo già coniugato si aggiunge una -e; per fare il plurale si aggiunge una -s; per fare un femminile plurale, si aggiunge -es, sempre al verbo coniugato. L’accordo del participio passato (cioè la scelta del femminile, del maschile e del plurale, in relazione al soggetto del verbo) dipende soprattutto dal tipo di ausiliare. Deve esserci l’accordo fra il soggetto e il participio passato quando l’ausiliare è “être”, cioè essere: “Elles sont allées danser”, “Sono andate a ballare”. Ma quando l’ausiliare è “avoir”, avere, l’accordo dipende dalla posizione del complemento oggetto, se c’è. Se il complemento oggetto è dopo l’ausiliare non c’è accordo: “J’ai mangé une pomme” cioè “Ho mangiato una mela”: “mangé” resta sempre uguale anche se le mele mangiate sono più di una, perché la mela che è il complemento oggetto è dopo l’ausiliare. Se il complemento oggetto è invece prima dell’ausiliare, deve esserci l’accordo. “J’ai mangé une pomme. Je l’ai mangée. La pomme que j’ai mangée”, cioè: “Ho mangiato una mela. L’ho mangiata. La mela che ho mangiata”: il participio passato si accorda al femminile della mela.

Nel loro articolo su Libération i due insegnanti spiegano da dove deriva la regola dell’accordo, e la legano alla pratica di scrittura dei monaci amanuensi del Medioevo. Quando i monaci scrivevano, per esempio, “Les pieds que Jésus a lavés” (letteralmente “I piedi che Gesù ha lavati”), bastava un solo sguardo a sinistra per identificare ciò che Gesù aveva lavato. Cosa aveva lavato? I piedi. E dunque il monaco accordava. Quando invece scriveva, “Jésus a lavé”, il monaco non sapeva che cosa avesse lavato Gesù e doveva aspettare il resto del testo per saperlo, un testo in cui magari il complemento oggetto arrivava dopo molti incisi. Il monaco dunque proseguiva, ma quando arrivava ai “piedi”, o si era dimenticato di avere un participio da accordare, o non aveva più lo spazio per farlo. Da questa dimenticanza, dicono i due insegnanti, è nata la regola degli accordi con l’ausiliare avere.

I due insegnanti ricordano anche che nel Sedicesimo secolo il poeta francese Clément Marot, osservando lo stesso fenomeno in italiano, scrisse un poema in cui si diceva che dall’Italia erano state importate due cose: il vaiolo e l’accordo del participio passato. E sarebbe stata la seconda cosa «a fare i danni maggiori». La regola è infatti piuttosto complicata, al di là della regola generale, perché ci sono diverse eccezioni: «La regola dell’accordo del participio passato (…) è una delle più artificiose della lingua francese», dice per esempio il Bescherelle, che è uno dei più famosi manuali di ortografia francese.

Anche in italiano, dice l’Accademia della Crusca, quella dell’accordo del participio passato è una questione difficile, ma ci sono alcune differenze rispetto al francese. In italiano ci sono quattro casi principali. Nel primo, l’accordo del participio passato può esserci se l’ausiliare è “avere” con il complemento oggetto messo dopo (“ho scelto le migliori opere” o “ho scelte le migliori opere”). L’Accademia dice che prevale e si deve preferire la prima soluzione, che in francese è obbligatoria. Negli altri tre casi, dice sempre l’Accademia, «la possibilità di scelta è esistita da sempre in italiano e le restrizioni di tanto in tanto indicate da qualche grammatico sono da considerarsi infondate». I tre casi in cui l’accordo può esserci: se l’ausiliare è “avere” e l’oggetto che viene prima è costituito da un pronome personale o relativo (“ci ha ingannato”, “ci ha ingannate”, “la casa che ho comprato”, “la casa che ho comprata”); l’ausiliare è di “essere” o di un verbo copulativo che si accorda con il soggetto o con il nome del predicato cioè con il complemento predicativo (“il suo discorso è stato, è risultato una sorpresa” o “è stata, è risultata una sorpresa”); il verbo è pronominale e si può accordare con il soggetto o con il complemento oggetto, sia che venga prima sia che venga dopo (“la meta che ci siamo prefissati” o “che ci siamo prefissata”). Negli ultimi tre casi, si può dunque scegliere.

La proposta dei due insegnanti belgi ha suscitato molte critiche. “Cambiare la lingua sarebbe come voler radere al suolo tutte le strade di una vecchia città”, ha scritto un esperto di grammatica, e qualcuno li ha anche presi in giro (“perché non lasciar cadere anche la regola del fuorigioco nel calcio?”). Le loro argomentazioni, condivise però da diverse istituzioni linguistiche, si basano sul fatto che nell’uso orale la modifica c’è già. L’invariabilità è insomma una tendenza in crescita. E ancora: «Non si tratta di giustificare un errore, ma di sottolineare che questo uso è legittimo e che sarebbe ingiusto sanzionarlo. I linguisti vi diranno: l’ortografia non è la lingua, ma lo strumento grafico che permette di trasmettere, di trascrivere la lingua, come le partiture per la musica. Dal momento che le lingue evolvono, il loro codice grafico dovrebbe fare lo stesso, cosa che non ha mai smesso di avvenire in francese. Sarebbe assurdo credere che la nostra ortografia ha raggiunto un livello intangibile di perfezione. Sarebbe come considerarla morta».

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