Come inizia “La ragazza con la Leica”

Il romanzo di Helena Janeczek che ha vinto il premio Strega 2018: racconta la storia di Gerda Taro, prima fotogiornalista morta in guerra e compagna di Robert Capa

I fotografi Gerda Taro e Robert Capa a Parigi nel 1936 (Fred Stein/picture-alliance/dpa/AP Images)

La ragazza con la Leica di Helena Janeczek è il romanzo vincitore della 72esima edizione del premio Strega, il più importante premio letterario italiano. Racconta la storia di Gerda Taro, una fotografa tedesca di origini ebree polacche che morì a 26 anni durante la Guerra civile spagnola, investita da un carro armato: è considerata la prima fotogiornalista donna a essere morta in guerra. Alcune delle sue fotografie sono molto note (ad esempio questa) ma per molti anni la fama di Taro è stata legata soprattutto a quella del suo compagno Robert Capa, anche lui fotografo e tra i fondatori dell’agenzia Magnum.

Il romanzo di Janeczek è basato su fonti storiche e sulle biografie scritte dalla studiosa Irme Schaber; oltre a Taro e Capa, ha per protagonisti molti altri personaggi realmente esistiti. Pubblichiamo un estratto di La ragazza con la Leica: è il prologo con cui inizia, sottotitolato “Coppie, fotografie, coincidenze #1”: dentro ci sono due fotografie di Taro (la prima e la quarta) e due di Capa (la seconda e la terza).

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Da quando hai visto quella foto, ti incanti a guardarli. Sembrano felici, molto felici, e sono giovani, come si addice agli eroi. Belli non potresti dirlo ma neanche negarlo, e comunque non appaiono eroici per nulla. Colpa della risata che chiude i loro occhi e mette a nudo i denti, un riso non fotogenico ma così schietto da renderli stupendi.

Lui ha una dentatura da cavallo e la esibisce sino alle gengive. Lei no, ma il suo canino spicca sul vuoto del dente successivo, seppure con la grazia delle piccole imperfezioni attraenti. La luce si spalma sul bianco della camicia a righe, spiove sul collo della donna. La sua pelle limpida, la diagonale dei tendini scolpita dal profilo addossato allo schienale, persino la linea curva dei braccioli, amplificano l’energia gioiosa che si sprigiona da quella risata unisona.
Potrebbero trovarsi in una piazza ma, seduti in quelle poltroncine comode, danno piuttosto la sensazione di stare in un parco, dove lo sfondo si amalgama in una fitta cortina di foglie d’alberi. Ti chiedi, allora, se il riquadro che hanno tutto per sé possa essere stato il giardino di una villa della grande borghesia, fuggita oltre confine da quando Barcellona è in fermento rivoluzionario. Ora appartiene al popolo quel refrigerio sotto gli alberi: a loro due che si ridono addosso a occhi chiusi.
La rivoluzione è un giorno qualsiasi in cui si esce a fermare il golpe che vuole soffocarla, ma senza rinunciare a una tregua che fa festa. Portare il mono azul come un abitino estivo, infilare una cravatta sotto la salopette, per il desiderio di mostrarsi belli agli occhi dell’altro. Lì non serve il mastodontico fucile passato per le mani di chissà quanta infelice soldataglia, prima che lo ricevesse il miliziano anarchico che ora non può sfiorare il collo luminoso della sua donna.
A parte quell’intralcio, nell’attimo presente sono liberi da tutto. Hanno già vinto. Se vanno avanti a ridere così, se continuano a essere così felici, non sembra troppo urgente saper estrarre un colpo da quell’arma vetusta. Prevarrà chi è nel giusto. Adesso possono godersi il sole temperato dalle latifoglie, la compagnia della persona amata.

Ma i due miliziani della fotografia sono così rapiti dalla loro risata da non accorgersi di nulla. Chi li ritrae si sposta, scatta di nuovo, rischia di tradirsi per riprendere più da vicino quella coppia unita dal sorriso largo, molto intimo.

La foto appare quasi identica alla prima, salvo che qui diventa visibile che l’uomo e la donna sono talmente invaghiti da non curarsi della vita che si svolge attorno. La forbice dei passi di qualcuno che, tagliando il selciato alle loro spalle, rivela che non si trovano in un parco, ma forse addirittura sulle Ramblas, dove si raduna la città in mobilitazione. La poltroncina accanto, dove è seduta un’altra donna.
Della sua testa non vedi che un ciuffo di capelli crespi, del corpo soltanto un braccio infagottato. Avresti invece bisogno del suo sguardo, lo sguardo di chi ha visto da vicino ciò che puoi ricavare dalle immagini, ma che si sottrae ai tuoi occhi.
Il fotografo che ha catturato i due compagni non è da solo. Sono un uomo e una donna, appostati sul lato destro della strada, uno di fianco all’altra.

Poi scopri la foto di una donna seduta nelle stesse poltroncine [Janeczek qui si riferisce a questa foto, ndr] e stenti a credere che possa esistere una fortuna così sfacciata. Sinché, in alto a destra, noti una fetta del profilo del giovane miliziano che nelle altre fotografie sorride estasiato alla sua ragazza bionda. Questa operaia che tiene una rivista di moda nelle mani dissonanti e un fucile tra le gambe, non pare davvero il tipo che si fa prendere da curiosità pettegole per l’apparizione di una coppia di fotografi che immortala anche lei, dopo aver gareggiato a non farsi sfuggire la risata fragorosa dei compagni innamorati. No, ti dici, una così vede e non vede le cose che non la riguardano. Rimane un po’ all’erta, perché le hanno dato un’arma, però vuole anzitutto gustarsi quell’attimo di pace.

Ma qualche giorno dopo – così t’immagini – quella miliziana arriva alla spiaggia dove si fa l’addestramento e ritrova i due fotografi. Lui con quell’aria da mezzo gitano o comunque alla buona, lei quasi una figurina uscita dalla rivista letta sulle Ramblas, ma con una in gombrante fotocamera appesa al collo che le arriva alle anche.
Adesso la donna è curiosa: chi sono quei due? Da dove vengono? Hanno una tresca, come le tante che fioriscono in questo clima di mobilitazione e piena estate e libertà, o sono marito e moglie?
Qualcosa di simile, visto che, affiatati e coordinati, si dicono qualche parola in una lingua dura. Lei è sorridente e svelta come un gatto, ma più composta quando impartisce istruzioni su come le compagne devono posizionare le loro armi. Tutti e due si danno molto da fare, sono euforici e allegri, spartiscono persino le Gauloises come gesto di fratellanza e ringraziamento.
«Li ho già visti» interviene la miliziana, quando i fotografi si allontanano e comincia uno scambio concitato di commenti, ma nessuno le dà retta. Le notizie interessanti le ha il compagno giornalista che li ha portati lì. Sono appena arrivati da Parigi e hanno già rischiato il collo perché il bimotore ha fatto un atterraggio d’emergenza sulla Sierra. Un pezzo grosso della stampa francese si è rotto il braccio, ma loro due neanche un graffio, grazie al cielo. Lui, che si chiama Robert Capa, dice che Barcellona è magnifica e gli ricorda la sua città natale, solo che a Budapest non può tornare finché è in mano all’ammiraglio Horthy e al suo regime reazionario. Gerda Taro, la sua compagna, deve essere un’alemana, una di quelle giovani emancipate che non si sono sottomesse neanche a Hitler.
«Si può sapere quando escono le foto?» lo incalzano le miliziane.
Il giornalista promette di informarsi, non però dai fotografi che sono in procinto di partire per le zone in cui si combatte: prima vanno al fronte d’Aragona e poi giù , in Andalusia.

A un anno da quelle fotografie, a Barcellona ci sono stati i primi diciotto morti sotto i palazzi sventrati dal fuoco dell’incrociatore Eugenio di Savoia. Le milizie sono state sciolte, la miliziana è tornata in fabbrica. Magari cuce le uniformi dell’Ejército Popular, dove gli anarchici devono obbedire senza discutere e per le donne non c’è più posto. Ma negli stabilimenti si continua ad ascoltare la radio, a commentare le notizie, a farsi coraggio.
Allora ti figuri che qualcuno legga a voce alta un quotidiano che porta la data del 27 luglio 1937. C’è scritto che Madrid resiste eroicamente, anche se con l’aiuto criminale dell’aviazione tedesca e italiana il nemico è avanzato verso Brunete, dove è successo un fatto tragico. È caduta una fotografa venuta da lontano a immortalare la lotta del popolo spagnolo, un tale esempio di valore che il generale Enrique Líster si è inchinato alla sua bara e il poeta Rafael Alberti ha dedicato le parole più solenni alla compagna Gerda Taro.
«Non è quella che ci ha fotografate sulla spiaggia?» esclama un’operaia, richiamando l’attenzione delle ragazze che sull’uscio del capannone si sono messe a parlare dei fatti propri. Sì, è proprio lei: nell’articolo c’è scritto pure dell’«ilustre fotógrafo húngaro Robert Capa que recibió en París la trágica noticia».
Le operaie della fabbrica di uniformi sono attonite, toccate dai ricordi.

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Il sole sulle spalle, la sabbia nelle scarpe, le risate quando una di loro caracollava sulla battigia sbilanciata dal rinculo dell’arma e, appena un’altra centrava il bersaglio, il boato di esultanza. E poi quella straniera che – lo capivi subito – era stata una senyoreta dalle manine morbide, e avrebbe potuto restarsene a Parigi a immortalare le attrici e mannequin elegantissime, e invece era venuta a fotografare loro che imparavano a sparare sulla spiaggia. Le ammirava pure, sembrava quasi che un pochino le invidiasse. E adesso è morta come un soldato, mentre loro si rovinano la schiena nella fabbrica, e poi corrono a cercare da mangiare, ma sono ancora vive. Non è giusto. Che crepino all’inferno, i fascisti.
Tra le più colpite dalla notizia c’è la donna che era seduta con quella rivista di moda sulle Ramblas. La commozione che l’afferra in quel momento, con il mozzicone riacceso che le affumica le dita, le macchine per cucire che mitragliano alle sue spalle, non è solo quella di chi è scossa di riconoscenza per il sacrificio di uno scricciolo arrivato da un paese freddo. In lei è riaffiorata, nitida, un’immagine colta svagatamente un anno prima, alzando gli occhi dalla sua lettura: un uomo moro e una biondina con il caschetto fotografano una biondina con il caschetto e un uomo moro che ridono felici. La biondina scatta a testa inclinata con una fotocamera che le cela la fronte. L’uomo moro lavora con una macchina così piccola da lasciar scoperte le sopracciglia, folte come quelle del miliziano. Poi, appena finito di scattare, ridono anche loro, esuberanti e complici. Persino gli occhi di un’estranea come lei notano che quei due si sono riconosciuti negli altri due. E sono altrettanto innamorati.

Una piccola coincidenza ha voluto che i fotografi, appena sbarcati a Barcellona, si fossero imbattuti in una coppia a cui somigliavano. Magari era pure un frutto del caso che Gerda Taro fosse riuscita a realizzare la foto di una risata al suo apice, mentre Robert Capa perdeva qualche secondo forse aggiustando il grandangolo. Se lei avesse lavorato con la macchina con cui le aveva insegnato a fotografare – la Leica – anche i suoi negativi avrebbero avuto il formato rettangolare che consente di attribuire a Capa la seconda foto della coppia e quella della donna con la rivista. Gerda non avrebbe ottenuto la perfetta centratura dell’immagine quadrata, non si fosse comprata una reflex economica di medio formato, una Reflex-Korelle. Ma dopo sei mesi le comuni entrate erano sufficienti perché lui potesse procurarsi una Contax e affidare la compagna dei suoi anni affamati, la sua Leica, alla ragazza che lo aveva incoraggiato a lasciarseli alle spalle.
Soldi non ne avevano al momento di partire da Parigi – lei all’inizio della sua avventura come fotografa, lui senza un ingaggio pur cominciando a essere richiesto – ma possedevano una fiducia inesauribile che si sarebbero fatti un nome.
Vivere a Parigi, senza nient’altro che una Leica, era l’arte di arrangiarsi giorno dopo giorno. Avrebbero trovato più lavoro sotto pseudonimo, si erano convinti André Friedmann e Gerda Pohorylle. Si erano persino inventati la storia di Robert Capa che possedeva quello che mancava a loro: ricchezza, successo, un visto illimitato sul passaporto di un paese riverito in virtù di una potenza non funestata da guerre e dittature. Uniti in una società segreta che come capitale di partenza aveva un alias, erano ancora più vicini nella vita, più temerari nei sogni da inseguire nel futuro.
Poi era finito il tempo delle favole. Da quando la Repubblica spagnola era sotto attacco, la sola bravura era trovarsi al momento giusto nel posto giusto per catturare una realtà che doveva scuotere, tenere viva la protesta, forzare l’intervento del mondo libero.

Ma se una fotografia parla anche di chi l’ha fatta, non possono non riflettere i loro autori le due istantanee di una coppia in cui era talmente facile specchiarsi. Nella foto di Taro, l’uomo e la donna condividono lo spazio alla pari, uniti dalla risata che si libera nell’aria, in una composizione così armonica da esaltare per contrasto quell’energia debordante. La foto di Capa pone la donna al centro, ne decanta la fisicità attraente, ma mentre s’inclina verso il compagno e dalla prospettiva del suo sguardo radioso.
Camminavano l’uno accanto all’altra, adocchiarono i due miliziani così simili, così beati. Ma non era il gusto di un gioco degli specchi che li ha spinti a fotografare l’identico soggetto, purché uno dei due azzeccasse un’immagine da mandare ai giornali. È la promessa che s’invera sui volti e sui corpi trasfigurati da quel riso felicissimo, l’utopia vissuta nel volgere di pochi istanti che rendevano quell’uomo e quella donna liberi di tutto. Liberi sì, e affratellati negli ideali e nei sentimenti, ma non uguali. Robert Capa infatti ha colto il desiderio di abbandonarsi senza ritegno l’uno all’altra, Gerda Taro una gioia spudorata che si lancia fuori a conquistare il mondo.
Erano diversi, erano complementari, in quel giorno d’agosto sottratto per sempre a quanto sarebbe accaduto dopo. Lo raccontano loro stessi, involontariamente, schietti come il riso immortalato, attraverso quegli autoritratti rubati ai loro compagni in armi, e in amore, nella breve estate dell’anarchia, a Barcellona.

© 2017 Helena Janeczek
© 2017 Ugo Guanda Editore S.r.l

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