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  • domenica 27 maggio 2018

Il fiume più lungo d’Australia

Qui nessuno sa come si chiami (a scuola non lo chiedono) ma là è un problema

(Robert Cianflone/Getty Images)

Il fiume più lungo d’Australia – il Murray – è lungo 2.508 chilometri (più o meno quattro volte il Po) e insieme al Darling, il suo principale affluente, forma un bacino idrografico di oltre un milione di chilometri quadrati. Le acque del Darling, e soprattutto del Murray, servono alla vita e al lavoro in un’importante parte dell’Australia sud-orientale, che è grande un settimo dell’intera Australia e interessa quattro stati: il New South Wales, il Victoria, l’Australia meridionale e, in parte minore, il Queensland. Senza le acque del bacino idrografico Murray-Darling un’area dell’Australia grande quanto l’Etiopia, e tra le più ricche e abitate del paese, sarebbe arida. E come ha raccontato l’Economist, l’area sta rischiando di diventarlo: sono state prese contromisure, ma ci sono diversi problemi nella loro effettiva applicazione.

L’Economist ha scritto che «il Darling finisce con allarmante regolarità con l’essere fermo e putrido» e il Murray, che dalle acque del Darling è ovviamente dipendente, ha gli stessi problemi. Per il Murray, che nasce nelle Alpi australiane a nord di Melbourne e ha la foce vicino ad Adelaide, tutto andò bene fino agli anni Settanta. Poi le fattorie e gli allevamenti diventarono sempre di più prendendo quindi sempre più acqua dal fiume. Le cose furono complicate ulteriormente dalla grande siccità dei primi anni del Duemila, quando il fiume rischiò di non arrivare all’oceano perché la poca acqua faticava ad arrivare alla foce.

Nel 2012 il governo australiano propose un piano – Murray-Darling Basin Plan – per la salvaguardia e la conservazione del fiume, cercando una difficile mediazione tra gli interessi economici dei vari stati che ne traggono beneficio (e che in Australia hanno molta autonomia decisionale e legislativa) e le necessità ambientali. Il piano, già messo in atto, prevede un elaborato sistema di licenze per l’utilizzo, da parte di allevatori e coltivatori, delle acque del Murray: in base alle loro necessità stagionali e annuali, possono comprare e vendere quote di utilizzo delle acque. Il piano aveva l’obiettivo di risparmiare 2.750 miliardi di litri all’anno: tramite l’acquisto di licenze da parte dello Stato e tramite incentivi a una maggiore efficenza nell’uso dell’acqua per l’irrigazione. Finora il piano è costato molto – 8 miliardi di dollari australiani, circa 5 miliardi di euro – e ha permesso di arrivare a un risparmio pari ai due terzi dell’obiettivo finale. Ma «il fiume continua ad avere poca acqua», ha scritto l’Economist.

L’Economist ha citato alcuni studi secondo i quali ci sarebbero diverse cause per il fatto che il Murray continui ad avere poca acqua: un obiettivo finale di risparmio troppo basso e quindi poco efficace; troppo utilizzo d’acqua da chi sta vicino alla sorgente del fiume, a prescindere dall’utilizzo totale; la possibilità che l’acqua effettivamente prelevata sia più di quella dichiarata.

Il Wentworth Group of Concerned Scientists, un gruppo di analisi indipendente, ha spiegato che sono gli stessi stati a usare diversi “trucchi”: per esempio non prelevano l’acqua ma la fermano comunque nelle dighe. C’è anche un problema dovuto a certi allevatori e coltivatori che prelevano acqua illegalmente o che, anche loro con vari “trucchi”, dichiarano di aver prelevato dal fiume meno acqua di quella effettivamente presa. L’Economist ha anche scritto che «abusi su larga scala sono stati resi possibili perché il governo statale e le amministrazioni locali non hanno saputo far rispettare le regole»: un po’ per i troppi interessi in ballo, un po’ per la difficoltà di coordinare l’attività di controllo di un fiume lungo 2.5000 chilometri, che tocca interessi di quattro diversi stati australiani.

Secondo l’Economist, nel breve periodo le cose difficilmente miglioreranno: «perché il governo federale ha affidato la gestione del piano al National Party», un partito conservatore e storicamente vicino agli interessi di allevatori e coltivatori e perché quattro dei sei membri del consiglio di vigilanza sul piano hanno interessi nell’industria dell’irrigazione. C’è anche chi vede, nell’acquisto da parte del governo di quote per l’uso delle acque, molte possibilità di corruzione.

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