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  • venerdì 6 Aprile 2018

I servizi segreti turchi hanno arrestato e riportato in Turchia 80 cittadini sospettati di legami con il movimento di Fethullah Gülen

I servizi segreti turchi attivi in diciotto diversi paesi hanno arrestato 80 cittadini sospettati di avere legami con il movimento di Fethullah Gülen – il religioso che il governo ritiene responsabile del tentato colpo di stato del 2016 – e li hanno riportati in Turchia.

Il vice primo ministro della Turchia Bekir Bozdag ha accennato agli arresti effettuati negli ultimi giorni all’estero durante un’intervista a una tv turca, ma non ha specificato in che modo queste operazioni si siano svolte né dove le persone rimpatriate a forza siano detenute. Nelle ultime settimane sono avvenuti altri arresti con le stesse modalità (in Bulgaria, Malesia e Kosovo, ad esempio) che hanno causato critiche e proteste. Non è chiaro quali siano i paesi esteri coinvolti negli arresti, ma la  stampa turca fa riferimento all’Afghanistan, al Pakistan e al Sudan: si tratta però di notizie non confermate ufficialmente.

Dopo le dichiarazioni del vice primo ministro, un portavoce di Erdoğan, Ibrahim Kalin, ha detto che gli arresti e le estradizioni sono stati gestiti legalmente e che la Turchia intende realizzarne ancora.

Fin dai giorni seguenti al fallito colpo di stato, migliaia di persone che lavoravano in settori diversi della pubblica amministrazione, della giustizia, dell’esercito, della polizia, dell’istruzione e dell’informazione sono state arrestate o sospese dai loro incarichi per sospetta complicità nell’organizzazione del colpo di stato. Tra le principali accuse mosse dagli osservatori internazionali e dai critici interni del governo di Erdoğan c’è stata quella di aver sfruttato il golpe per attuare una vastissima epurazione delle opposizioni: non sono stati arrestati solo i diretti responsabili del golpe o chi lo ha appoggiato, ma continuano ad essere arrestate ancora oggi anche persone che non avevano collegamenti con gli episodi della notte del golpe.

Un evento pro-Erdoğan a Istanbul, il 5 marzo 2017 (OZAN KOSE/AFP/Getty Images)