Che succede dentro TIM?

Un aggressivo fondo di investimenti americano chiede la rimozione del presidente e di parte del CdA, accusandoli di scarsa indipendenza

(Vincenzo Livieri - LaPresse)

Negli ultimi giorni c’è stata una certa agitazione ai piani alti di TIM, la società conosciuta fino a due anni fa come Telecom Italia, cioè la principale azienda di telecomunicazioni in Italia. Un noto fondo di investimenti americano ha aumentato sensibilmente la sua quota di azioni di TIM passando dal 2 al 5 per cento, e ha fatto sapere di voler proporre al prossimo CdA la rimozione del presidente della società e di cinque consiglieri, accusandoli di scelte sbagliate e scarsa indipendenza. La riunione è in programma il 23 aprile, e da qui a un mese potrebbero succedere ancora diverse cose.

Il fondo di investimenti in questione si chiama Elliott, è uno dei più potenti al mondo ed è già noto al pubblico italiano: la scorsa estate ha prestato 303 milioni di euro all’imprenditore cinese Yonghong Li per permettergli di acquistare il Milan, dopo che aveva avuto difficoltà a reperire i soldi necessari. Li deve rifinanziare il debito o restituire i soldi entro ottobre: se non ci riuscirà, il fondo Elliott diventerà il nuovo proprietario della squadra. Il Milan è solo una delle aziende a cui è interessato Elliott, che gestisce azioni per più di 30 miliardi di dollari, e non è nemmeno l’unica in Italia. In passato Elliott aveva gestito importanti quote di Ansaldo STS, una nota azienda genovese che produce sistemi di segnalamento ferroviario. Ora è il turno di TIM.

Stando ai giornali economici, Elliott ha iniziato a comprare azioni di TIM a inizio marzo. Le sue intenzioni però sono diventate chiare solamente stamattina, quando in una lettera agli azionisti di TIM ha confermato di controllare circa il 5 per cento delle azioni disponibili sul mercato e di voler proporre un cambio ai vertici dell’azienda. Nella lettera, ottenuta da alcuni giornali, si legge che un CdA «realmente indipendente» è necessario «per migliorare sia la governance che la performance di TIM». Elliott proporrà la rimozione nel prossimo CdA del 23 aprile: ha potuto farlo perché qualsiasi azionista che supera il 2,5 per cento delle azioni può modificare l’ordine del giorno.

Elliott ce l’ha in particolare con la società francese Vivendi, l’azionista di maggioranza relativa di TIM. Grazie alla sua quota del 23,94 per cento delle azioni – il resto è distribuito fra altri investitori italiani e stranieri – Vivendi esprime il presidente, l’amministratore delegato e vari consiglieri del CdA. Sono proprio quelli che Elliott chiederà di rimuovere: il presidente Arnaud de Puyfontaine, il vicepresidente Giuseppe Recchi, e i dirigenti Hervé Philippe, Frédéric Crépin, Félicité Herzog e Anna Jone. Secondo il Corriere della Sera, «Elliott vuole sostituirli con l’ex amministratore delegato dell’Enel e già Cfo di Tim, Fulvio Conti, l’ex direttore generale del gruppo telefonico, Rocco Sabelli, l’attuale commissario Alitalia, Luigi Gubitosi, l’economista Paola Giannotti De Ponti, il banker Dante Roscini e il direttore generale di Salini Impregilo, Massimo Ferrari».

In sostanza Elliott ritiene che Vivendi stia volontariamente frenando TIM per concentrarsi sulla propria azienda di telecomunicazioni, o che comunque non stia agendo completamente per fare gli interessi dell’azienda italiana. Sempre secondo il Corriere della Sera, il CEO di TIM nominato da Vivendi, l’israeliano Amos Genish, «ritiene prioritaria la sostenibilità dei conti prima del ritorno al dividendo» e soprattutto sarebbe contrario al cosiddetto deconsolidamento della rete telefonica, cioè la creazione di una società separata e quotata in borsa che contenga la rete di TIM (cioè il bene più prezioso di cui dispone la società). Elliott invece, scrive Milano Finanza, «è convinto che una “quotazione separata o una vendita parziale” della rete dopo la separazione ne massimizzerebbe il valore».

Lo spacchettamento della rete, oppure la fusione con la società Open Fiber di cui si vocifera da mesi, avrebbe altre due conseguenze: la diminuzione del debito di 26 miliardi di euro accumulato finora da TIM – che negli ultimi anni non è calato di molto, nonostante l’azienda abbia ripreso a fare utili – e il ritorno della spartizione dei dividendi agli azionisti.

Non è chiaro cosa succederà da qui al prossimo CdA di aprile: secondo Reuters il presidente De Puyfontaine è disponibile a sospendere le sue deleghe esecutive, mentre un portavoce di Vivendi ha dichiarato che la società francese è disposta «se necessario, a valutare strategie alternative che portino a un rialzo del prezzo delle azioni nel breve termine». Gernish, scrive il Sole 24 Ore, sta invece cercando il sostegno di altri investitori per evitare di essere rimosso insieme ai consiglieri vicini a Vivendi.

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