Chi vinse gli Oscar del 2008

C'era uno dei film più citati nelle classifiche dei migliori del 21esimo secolo, ma vinse un altro: foto, video e storie (già dieci anni!)

Il 24 febbraio del 2008 ci fu la cerimonia che assegnò i premi Oscar di dieci anni fa, come al solito al Kodak Theatre di Los Angeles. In Italia c’era il governo Prodi, esattamente come agli Oscar di dieci anni prima, anche se erano i suoi ultimi mesi: e in mezzo ne erano successe di cose. Negli Stati Uniti si parlava di una sparatoria alla Northern Illinois University, in cui vennero uccisi cinque studenti, come in queste settimane si parla di quella nella scuola in Florida. Le primarie dei Democratici statunitensi erano nel loro momento cruciale, e Barack Obama era da poco diventato a sorpresa il favorito.

Quell’anno uscì uno dei film che tuttora compare spesso al primo posto delle classifiche dei migliori film del 21esimo secolo: Il Petroliere di Paul Thomas Anderson, che racconta l’ascesa di un minatore che trova il petrolio in California, e della sua maniacale ricerca della ricchezza. Eppure, un po’ sorprendentemente, a essere giudicato miglior film fu un altro: i premi per il miglior film e quello per la regia andarono a Non è un paese per vecchi di Joel ed Ethan Cohen. Gli altri film candidati erano Espiazione di Joe Wright, Juno di Jason Reitman e Michael Clayton di Tony Gilroy.

La cerimonia fu presentata dal comico Jon Stewart, storico conduttore del Daily Show, che l’aveva già condotta due anni prima e che di nuovo fu criticato per gli ascolti bassi: fu seguita da 32 milioni di persone, il dato più basso dal 1977. Anche il suo monologo, nonostante lui fosse uno dei più acuti e apprezzati anchorman televisivi, fu piuttosto debole, o almeno fu accolto come tale.

La cerimonia arrivò dopo un periodo complicato per Hollywood. Tra il 5 novembre del 2007 e il 12 febbraio del 2008, infatti, ci fu il famoso sciopero degli sceneggiatori della Writers Guild of America, la più importante organizzazione sindacale di sceneggiatori di tv e cinema statunitense. Fu una cosa enorme, per l’industria dell’intrattenimento americana: gli sceneggiatori chiedevano che fosse aumentata la loro percentuale sugli incassi di film e serie tv, e non avendo ottenuto le condizioni che volevano nella rinegoziazione dei propri contratti, scioperarono in massa.

I principali talk show subirono ritardi, le stagioni di molte serie tv furono accorciate, altre furono portate avanti senza i loro principali autori. La prima stagione di Breaking Bad per esempio durò due episodi di meno, la seconda di Friday Night Lights seguì una storia diversa da quella originariamente pensata, e molto meno apprezzata, e la terza stagione di Lost durò solo 13 episodi. Lo sciopero finì il 12 febbraio, quando sceneggiatori e case di produzione trovarono un accordo, secondo molti anche per evitare che la cerimonia degli Oscar fosse danneggiata dall’assenza degli autori che stavano scioperando.

La cerimonia premiò soprattutto i film d’autore, rispetto ai blockbuster: nessuno dei candidati all’Oscar come miglior film era tra i primi dieci per record di incassi, e quello che aveva avuto più successo era Juno. Fu un’edizione addirittura un po’ snob, per quanto possibile: tutti e quattro i premi per la recitazione andarono infatti ad attori europei, per quanto famosissimi e da anni nel giro di Hollywood. Fu una delle volte (la seconda) in cui vinse l’inglese Daniel Day Lewis, per la sua interpretazione da protagonista in Il Petroliere. Il premio per la migliore attrice protagonista andò invece alla francese Marion Cotillard, per La Vie en Rose, in cui aveva interpretato la cantante Edith Piaf. Il migliore attore non protagonista fu lo spagnolo Javier Bardem, per il suo ruolo del sicario psicopatico in Non è un paese per vecchi, mentre la migliore attrice non protagonista fu l’inglese Tilda Swinton, che aveva recitato in Michael Clayton e che fu la sorpresa della serata: tra le altre candidate, più accreditate, c’erano Cate Blanchett per Io non sono qui e Amy Rian, per Gone Baby Gone.

Tra le nomination che a guardarle oggi fanno effetto, la prima è probabilmente quella di Saorsie Ronan: cioè una delle attrici più “del momento”, candidata due anni fa all’Oscar come migliore attrice per Brooklyn e quest’anno per Lady Bird. Allora non aveva nemmeno 14 anni ed era stata apprezzatissima per la sua interpretazione della protagonista da piccola in Espiazione. Quell’anno ci fu anche un “Oscar italiano”, come si dice: lo vinsero Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per le scenografie di Sweeney Todd di Tim Burton.

Tra i momenti divertenti della serata ci fu l’assegnazione del premio al miglior montaggio sonoro, vinto da The Bourne Ultimatum. Stewart annunciò come presentatrici Halle Barry e Judi Dench ma sul palco salirono Jonah Hill e Seth Rogen, che litigarono per chi sarebbe dovuto essere l’una e chi l’altra.

Non ci furono molti momenti memorabili, ma qualcuno ricorda ancora quello che successe con Marketa Irglova e Glen Hansard, che vinsero il premio per la migliore canzone originale per “Falling Slowly” del musical a basso budget Once. Hansard fece un discorso con un fortissimo accento irlandese, e quando venne il turno di Irglova partì la musica senza che potesse parlare. Più avanti Stewart la richiamò sul palco, e lei tenne un discorso che piacque molto.

Tra gli altri premi assegnati, Juno vinse per la miglior sceneggiatura originale, Non è un paese per vecchi per quella non originale (si ispira all’omonimo romanzo di Cormac McCarthy). E fu l’anno di Ratatouille, che vinse per il miglior film di animazione, mentre il miglior film in lingua straniera fu l’austriaco Il falsario – Operazione Bernhard.