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  • Giovedì 1 marzo 2018

Gabriele D’Annunzio morì 80 anni fa

80 anni fa morì Gabriele D’Annunzio, uno dei più celebrati e illustri poeti e scrittori italiani, insegnato a scuola ma sempre controverso e capace di generare estese diffidenze anche dopo la fine della Guerra Mondiale per la sua adesione alla dittatura fascista e le sue posizioni nazionaliste e belliciste da una parte, e per la sua passione estetica e spesso vanagloriosa per i piaceri di ogni genere e la loro esibizione.

Col tempo le diffidenze si sono attenuate, e di D’Annunzio è rimasta soprattutto la più tenace bellezza di molti versi, in particolare quelli in grado di associare la scelta dei suoni con le immagini della natura (“Fresche le mie parole ne la sera ti sien come il fruscìo che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie”, La sera fiesolana; “Su la docile sabbia il vento scrive con le penne dell’ala”, Il vento scrive) come nella sua poesia forse più famosa, La pioggia nel pineto, responsabile tra l’altro di avere insegnato a generazioni di italiani il nome delle tamerici.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,

piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.

Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.

E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.

Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.

Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Gabriele D’Annunzio era nato nel 1863 a Pescara, dove la sua casa ospita oggi un museo, e cominciò a scrivere poesie da ragazzo. Nel 1889, stabilito a Roma, pubblicò il romanzo Il piacere, con grande successo. Da lì in poi ebbe una vita vivacissima e ricca di esperienze, amicizie, popolarità, culti, amori e partecipazione alle vicende nazionali e alla I Guerra Mondiale, compresa “l’impresa di Fiume” come è rimasta famosa la sua azione di occupazione della città allora contesa, che poi rimase italiana fino al 1945. Negli anni successivi sostenne il fascismo e ne fu adottato (pur con successive diffidenze di Mussolini nei suoi confronti), ma si ritirò progressivamente dalla vita pubblica ed ebbe crescenti problemi di salute. Morì il primo marzo 1938 per un’emorragia cerebrale nella sua villa di Gardone Riviera, chiamata il Vittoriale degli italiani.