• Cultura
  • mercoledì 24 gennaio 2018

Cosa sono gli Istituti Italiani di Cultura all’estero

Come funzionano e a cosa servono i centri culturali presenti in più di 50 paesi del mondo, che dovrebbero diffondere la cultura e la lingua italiana

di Ludovica Lugli – @Ludviclug
L'Istituto Italiano di Cultura di Londra, al 39 di Belgrave Square (Italian Cultural Institute)

Tra le cose di cui si occupa il ministero degli Esteri c’è anche la cosiddetta «diplomazia culturale», cioè il mantenimento di buoni rapporti con gli altri paesi attraverso la promozione e l’organizzazione di attività culturali di vario genere, compresa la diffusione della lingua italiana. A occuparsene sono soprattutto gli Istituti Italiani di Cultura all’estero, la versione italiana dei British Council e dei Goethe Institut: sono centri culturali controllati dal ministero. Gli italiani che vivono in Italia li sentono nominare solo quando si parla di costi e leggi di bilancio, ma in molte città del mondo – in più di cinquanta paesi – sono un punto di ritrovo culturale per chi è interessato alla lingua, alla letteratura e all’arte italiane, tra cui molti italiani che vivono all’estero.

Gli Istituti Italiani di Cultura (IIC) sono 83: diciotto in America (di cui cinque negli Stati Uniti), otto in Africa, quindici in Asia, due in Australia e gli altri in Europa. Furono creati, con un regio decreto, nel 1926, sia per ragioni diplomatiche che per mantenere un legame con tanti italiani emigrati nei decenni precedenti, ma furono aperti quasi tutti dopo la Seconda guerra mondiale. Tra i primi ci furono quello di Bruxelles, aperto nel 1932, e quello di Madrid, nel 1939. Non tutti si trovano in città capitali e in alcuni paesi ce n’è più di uno: in Germania per esempio sono cinque, in Francia quattro.

Il giardino dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi:

Il sito del ministero degli Esteri li definisce luoghi «di incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, per gli italiani all’estero e per chiunque voglia coltivare un rapporto con il nostro paese». Nei fatti questi enti organizzano conferenze, concerti, presentazioni di libri, spettacoli e mostre, ma anche corsi di lingua e cultura italiana. Per capire meglio cosa fanno e come lo fanno abbiamo chiesto di farci qualche esempio a Marco Delogu, direttore dell’Istituto di Londra, e Francesco Ziosi, addetto reggente dell’Istituto di Monaco di Baviera.

Tra le cose in programma all’IIC di Londra nei prossimi mesi c’è un programma di lezioni di storia contemporanea e attualità che leghino avvenimenti importanti del passato a questioni di oggi: una per parlare delle leggi razziali del 1938 e dei partiti di estrema destra di oggi, una per raccontare la legge Basaglia, entrata in vigore nel 1978, e delle differenze tra i sistemi sanitari italiano e britannico con lo storico John Foot. Un’altra serie di eventi in programma a Londra è dedicata al teatro italiano e prevede letture e performance di attori italiani e britannici su testi italiani. Delogu ha in progetto di realizzare un festival su questo tema, in primavera, al Coronet Theatre, un teatro cittadino che lo scorso ottobre ha ospitato la prima edizione del Festival of Italian Literature in London (FILL). Questo evento, organizzato da un gruppo di scrittori italiani che vivono a Londra, ha avuto molto successo: con soli 6mila euro di finanziamento da parte dell’IIC sono stati organizzati dieci incontri in due giorni cui hanno partecipato 1.500 persone che hanno sempre riempito le due sale del teatro.

Uno degli eventi della prima edizione del FILL, quello a cui ha partecipato Pietro Bartolo, il medico responsabile delle prime visite a tutti i migranti che arrivano a Lampedusa (Italian Cultural Institute)

L’IIC di Monaco organizza un minor numero di iniziative rispetto a quello di Londra, avendo pubblico e risorse più ridotte, ma comunque ogni settimana propone un evento culturale: nel programma Ziosi cerca di mettere insieme cose più “pop”, più interessanti per un vasto pubblico, ad altre di maggiore approfondimento per fare promozione di artisti o di aspetti della cultura italiana poco conosciuti. Martedì prossimo per esempio verrà presentato il programma del Festival Verdi di Parma, un’importante manifestazione dedicata alla musica lirica. Iniziative come questa, pensate anche per favorire il turismo in Italia, sono pensate tenendo conto del panorama culturale della città: a Monaco la musica classica è molto apprezzata e ci sono numerose istituzioni dedicate. Per la parte “pop”, l’8 marzo Roberto Saviano presenterà la traduzione tedesca di La paranza dei bambini: i biglietti per l’evento sono stati già tutti venduti. Per la parte di approfondimento, a maggio ci sarà una conferenza sul più antico rotolo manoscritto integro della Torah e sulla più antica copia a stampa del Corano, entrambi conservati in Italia, anche se pochissime persone lo sanno.

La legge che regola l’esistenza e il funzionamento degli Istituti Italiani di Cultura è la 401 del 1990, che tra le altre cose stabilisce che ogni anno il ministro degli Esteri stanzi una certa quantità di fondi per ogni istituto e che questi possano creare delle proprie sedi distaccate da loro dipendenti con un’autorizzazione da parte del ministero. I fondi variano a seconda della città in cui si trova ciascun istituto – quelli delle capitali ricevono fino a 3 o 4 volte i fondi di quelli delle città più piccole – e sono maggiori nel caso in cui gli IIC siano in affitto nelle loro sedi. La sede di quello di Monaco di Baviera, un palazzo ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e inaugurato nel 1954, è di proprietà dello stato italiano. L’istituto riceve circa 88mila euro all’anno per coprire le spese di manutenzione (la maggior parte dei costi) e quelle di programmazione culturale. Ziosi ha spiegato al Post che negli anni Novanta e Duemila i fondi a disposizione di ciascun istituto erano più alti, sono calati circa del 20 per cento, ma che comunque dall’anno scorso sono un po’ aumentati grazie al contributo del ministero dei Beni Culturali per alcuni obiettivi specifici.

In totale il ministero degli Esteri finanzia tutti gli Istituti Italiani di Cultura all’estero con 11-12 milioni di euro all’anno. Non è semplice capire se una certa somma sia poco o tanto, considerando che siamo nell’ambito della diffusione della cultura, in cui i risultati non sono facili da misurare. Può però essere utile fare dei confronti con le versioni straniere degli IIC. Il British Council riceve circa 150 milioni di sterline all’anno in finanziamenti pubblici, e anche le sedi dell’Institut Français e dell’Instituto Cervantes ricevono di più rispetto agli IIC. La grande differenza è soprattutto in termini di personale: all’IIC di Monaco ad esempio lavorano cinque persone, all’Institut Français della città 19, all’Instituto Cervantes 20. Un altro aspetto che differenzia le diverse istituzioni è la loro indipendenza rispetto allo stato: il British Council è un ente privato (e la maggior parte dei suoi fondi arrivano da privati), così come il Goethe Institut; l’Instituto Cervantes dipende dal ministero degli Esteri spagnolo, ma è più indipendente; l’Institut Français, come gli IIC, sono enti pubblici.

Un concerto all’Istituto Italiano di Cultura di New York:

Gli IIC organizzano corsi di italiano, a pagamento, ed eventi culturali di vario genere, nella maggior parte dei casi gratis. La programmazione culturale dei diversi istituti è totalmente affidata ai loro direttori, che possono ricevere il proprio incarico partecipando a un concorso pubblico oppure venendo nominati in virtù di una “chiara fama”. I direttori che appartengono alla seconda categoria – tra cui Delogu – possono essere al massimo dieci e solitamente sono scelti per gli IIC più importanti, dove il nome di un intellettuale noto e i suoi contatti possono contribuire al successo delle iniziative. I mandati della maggior parte dei direttori durano sei anni; quelli dei direttori “di chiara fama” durano quattro e devono essere confermati dopo i primi due anni. Attualmente circa metà dei direttori degli IIC sono donne.

Per quanto riguarda i programmi culturali degli IIC, il ministero degli Esteri si limita a fissare alcuni obiettivi comuni e iniziative globali come la Settimana della Lingua italiana nel mondo, in cui ogni istituto deve organizzare iniziative sullo stesso tema. Le direttive del ministero vengono date nelle Conferenze dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura, che ultimamente hanno avuto cadenza annuale; l’ultima è stata a fine dicembre.

Gli eventi organizzati dagli Istituti Italiani di Cultura si possono distinguere tra quelli che promuovono la cultura italiana che si trova nei libri di storia dell’arte e della letteratura da una parte, e quelli che cercano di far conoscere le opere di autori e artisti contemporanei dall’altra. Il programma che Delogu ha proposto quando si è candidato a diventare direttore dell’IIC di Londra – lo è dal 2015 – era molto incentrato sul secondo tipo di eventi. Un po’ perché nel Regno Unito la cultura italiana classica è già molto apprezzata: negli ultimi anni le mostre che hanno avuto più successo a Londra sono state Life and death in Pompeii and Herculaneum del British Museum, nel 2013, e Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan della National Gallery, tra il 2011 e il 2012; un po’ per contrastare il «colonialismo culturale» di tutto ciò che viene prodotto in lingua inglese.

Per quanto riguarda la letteratura, il programma di Delogu sembra molto al passo con una tendenza più generale: grazie al successo dei romanzi di Elena Ferrante, negli ultimi anni l’editoria anglosassone ha tradotto un maggior numero di libri italiani. Tra il 2015 e il 2017 nel Regno Unito si è passati da 15 a 65 libri italiani pubblicati. Per quanto riguarda il teatro, un altro degli ambiti molto cari a Delogu, la situazione è più complessa, ma nel programma di luglio del National Theatre c’è Lehman Trilogy di Stefano Massini, il consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, per la regia di Sam Mendes.

Gli scrittori, gli artisti, i musicisti e gli attori che vanno all’IIC di Londra per presentare i propri lavori o partecipare a conferenze non lo fanno per guadagnare, ma per conoscere la scena culturale britannica e farsi conoscere dove non sono conosciuti: Francesco De Gregori per esempio ha fatto un concerto per sole mille persone. L’impegno di Delogu e dei suoi colleghi è aiutare gli artisti a farsi conoscere, e gli scrittori a trovare una casa editrice. L’anno scorso ha cercato di far conoscere Fuocoammare di Gianfranco Rosi, dato che molti membri dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che assegna i premi Oscar, vivono a Londra. Lo stesso ha fatto con La scuola cattolica di Edoardo Albinati, vincitore del premio Strega del 2016, che sarà pubblicato da Picador nel Regno Unito. Lo scopo principale dell’IIC è creare dei collegamenti tra la scena culturale italiana e quella britannica più che intrattenere la comunità italiana a Londra.

Una lezione sui formaggi italiani all’Istituto Italiano di Cultura di Giacarta:

«A Londra tutti i cineasti vogliono venire, i teatranti vogliono venire, gli scrittori vogliono venire, gli artisti contemporanei vogliono venire, i fotografi vogliono venire, i musicisti anche», dice Delogu, e per questo da un certo punto vista il suo lavoro è un po’ più semplice di quello di Ziosi, che dalla sua ha però la vicinanza tra Monaco e l’Italia e il poter collaborare con altri quattro IIC: oltre a quello di Monaco, in Germania ci sono quelli di Amburgo, Berlino, Colonia e Stoccarda. Ce n’erano altri due, a Francoforte e a Wolfsburg, ma sono stati chiusi nel 2014 per ridurre le spese. Ce ne sono tanti «perché la Germania è un paese importante», dice Ziosi, e anche molto interessato agli scambi culturali: nel paese l’Instituto Cervantes ha cinque sedi, l’Institut Français addirittura tredici. A nostra volta in Italia abbiamo sette Goethe Institut: a Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, Trieste e Palermo.

Grazie alla possibilità di fare rete, gli IIC tedeschi spesso organizzano delle specie di tour per gli artisti che ospitano: l’istituto di Londra a volte fa qualcosa di simile con quello di Edimburgo o quello di Dublino. Ogni anno poi i loro direttori e gli altri responsabili si riuniscono all’Ambasciata di Berlino per confrontarsi e preparare insieme una parte del proprio programma, quella basata su un tema comune. Quella di quest’anno è il patrimonio culturale dato che il 2018 è stato dichiarato appunto anno del patrimonio dall’Unione Europea: proprio per questo programma a Monaco si parlerà del più antico rotolo della Torah e della più antica copia stampata del Corano.

Come Delogu, anche Ziosi cerca di dare spazio a intellettuali italiani contemporanei, soprattutto scrittori: un po’ perché è l’ambito culturale più legato alla lingua, un po’ perché a Monaco hanno sede alcune importanti case editrici tedesche. Per Ziosi la sfida di chi dirige un IIC è «portare in un altro paese qualcosa che in Italia c’è e in quel paese no» riuscendo a «parlare di cose difficili, non banali, che possono mettere dei semi». Un esempio è la presentazione di Leggenda privata di Michele Mari, un romanzo di un autore non semplicissimo e non ancora tradotto in tedesco, presentato da poco a Monaco. Un altro esempio sono gli eventi in cui l’IIC cerca di far capire al suo pubblico tedesco, molto appassionato al tema delle mafie, viste un po’ come qualcosa di esotico, che la criminalità organizzata non è una cosa che definisce il carattere degli italiani.

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