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  • giovedì 4 gennaio 2018

Cosa prevede la legge sulla parità salariale tra donne e uomini in Islanda

Obbliga tutte le aziende e gli uffici governativi con più di 25 dipendenti a non pagare in modo diverso uomini e donne per le stesse mansioni

Il parlamento islandese a Reykjavík, il 24 ottobre 2017 (HALLDOR KOLBEINS/AFP/Getty Images)

In Islanda è entrata in vigore una legge che prevede sanzioni per le aziende e alle agenzie governative che non pagano donne e uomini allo stesso modo, a parità di mansione, e impone alle aziende di certificare periodicamente di rispettare la parità salariale. L’Islanda è il primo paese al mondo ad applicare una legge del genere. Nello specifico la legge prevede che ogni tre anni tutte le aziende con almeno 25 dipendenti impiegati a tempo pieno debbano certificare al governo di pagare lo stesso stipendio a uomini e donne che svolgono lo stesso lavoro. La proposta di legge sulla parità salariale era stata annunciata lo scorso 8 marzo dal primo ministro conservatore Bjarni Benediktsson e approvata a giugno. Il governo islandese ha promesso di eliminare completamente le disparità salariali sulla base del genere entro il 2022.

Le aziende con più di 250 dipendenti dovranno fornire al governo le prime certificazioni entro la fine di quest’anno, mentre le aziende più piccole dovranno farlo nei prossimi anni, in tempi diversi sulla base delle loro dimensioni. Le multe possono arrivare a più di 400 euro al giorno per i giorni in cui la parità salariale non è stata rispettata. La legge non comporta che le aziende debbano pagare lo stesso stipendio a tutte le persone che svolgono lo stesso lavoro: possono scegliere di regolare gli stipendi in base all’esperienza dei lavoratori, alle loro prestazioni e ad altri aspetti. Ciò che però devono fare per legge è dimostrare che le differenze salariali non sono dovute al genere dei lavoratori.

Nonostante l’Islanda da nove anni sia il miglior paese al mondo per la parità di genere nella classifica del World Economic Forum ( la fondazione che organizza il Forum di Davos in Svizzera), e anche prima di questa legge fosse illegale discriminare in base al genere in materia di lavoro e contratti, molte aziende non si impegnavano a rispettare la parità salariale. Sempre secondo le stime del World Economic Forum, in Islanda nel 2017 il reddito medio delle donne è stato pari a circa 10mila euro, contro i più di 17mila degli uomini. Secondo statistiche del governo islandese relative al 2015, le donne guadagnano dal 14 al 20 per cento in meno rispetto agli uomini. Questi dati non tengono conto della parità di mansione, quindi sono anche influenzati dal fatto che in media donne e uomini svolgono lavori di diversa responsabilità e hanno orari di lavoro diversi, ma anche la disparità salariale per lo stesso lavoro è uno dei fattori che influiscono sulle statistiche.

Secondo gli esperti, la nuova legge permetterà di individuare tutti i casi di ingiustizia che finora erano emersi per caso. Per esempio quello di Jofridur Hanna Sigfusdóttir, una contabile di un ufficio municipale di Kópavogur, la seconda più grande città islandese, che nel 2013 aveva denunciato il fatto che un suo collega che svolgeva le sue stesse mansioni veniva pagato più di lei; la commissione governativa che si occupa di pari opportunità le aveva dato ragione e come conseguenza lo stipendio del suo collega era stato abbassato.

La nuova legge è stata approvata con il sostegno di tutti i partiti politici, ma ci sono comunque state delle critiche. Halldór Benjamín Þorbergsson, direttore di un’associazione di datori di lavoro, sostiene che la legge creerà delle difficoltà alle aziende e comporterà costi aggiuntivi. Þorgerður J. Einarsdóttir, una professoressa di gender studies dell’Università dell’Islanda, pensa che la nuova legge sia utile ma che non sia una «bacchetta magica» perché non risolve il fatto che esistano degli stereotipi per cui gli uomini sono più adatti delle donne a fare certi lavori.

Una critica simile a quella di Einarsdóttir l’ha fatta anche l’editorialista di Bloomberg Leonid Bershidsky, argomentando che la legge islandese non risolve davvero i divari salariali tra uomini e donne – e dicendo perché in paesi diversi dall’Islanda, più indietro sulle pari opportunità, una legge analoga avrebbe effetti diversi. Secondo Bershidsky una legge come quella islandese può avere l’effetto indesiderato di spingere le aziende ad assumere meno donne per via del modo in cui funzionano i congedi parentali. In Islanda è più difficile che succeda perché donne e uomini hanno tutti diritto a tre mesi di congedo parentale non trasferibile quando hanno un figlio (oltre a tre mesi aggiuntivi che i genitori possono dividersi e che in più dell’80 per cento dei casi vengono sfruttati dalle donne), mentre nei paesi in cui il congedo di paternità è poco usato (come l’Italia) o non esiste (come gli Stati Uniti) i datori di lavoro continuerebbero a considerare meno conveniente l’assunzione di una donna invece che di un uomo.

«Mentre è relativamente facile fare una legge di pari opportunità, provare che una donna non è stata assunta per via del suo genere può essere scoraggiante», dice Bershidsky, secondo cui servirebbero in primo luogo dei congedi parentali non trasferibili sia per le donne che per gli uomini per eliminare il principale degli stereotipi dannosi che le donne subiscono quando cercano lavoro: a quel punto leggi come quella islandese eliminerebbero gli altri.

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