Famiglie che si fanno spiare per risolvere i loro problemi

L'azienda americana Cognition Builders pratica uno strambo e costoso metodo che prevede telecamere di sorveglianza e "architetti familiari"

Regole ferree, duri rimproveri e telecamere di sorveglianza non sono le prime cose a cui penserebbe qualsiasi genitore occidentale di oggi (tranne quelli che seguono gli insegnamenti delle tiger mom) per crescere i suoi figli come persone serene, equilibrate e pronte ad affrontare il mondo adulto. Eppure sono la soluzione proposta da un’azienda americana di successo per risolvere la discordia in famiglia e i disturbi comportamentali di bambini problematici: dai capricci, alla rivalità particolarmente intensa tra fratelli, a questioni più serie come dipendenze da tv e videogiochi, aggressività e depressione.

L’azienda si chiama Cognition Builders (abbreviato in CB), è stata fondata nel 2006 da Ilana Kukoff, e da allora è cresciuta del 125 per cento ogni anno, assumendo centinaia di operatori e offrendo i suoi servizi in tutto il mondo, da «New York alla Svizzera, dall’India all’Australia», si legge sul sito. Sempre sul sito, che si apre con una foto di una famiglia bianca e soddisfatta, l’azienda si presenta come «l’organizzazione che aiuta a costruire individui e famiglie di successo», insieme ad altre frasi motivazionali come «siamo qui per te attraverso tutti gli stadi dello sviluppo della vita». Se ne riparla negli Stati Uniti dopo un articolo pubblicato sul New York Magazine della scrittrice Kim Brooks, che da due anni lavora a un libro su com’è cambiato e su com’è psicologicamente faticoso essere genitori negli Stati Uniti; verrà pubblicato nel 2018 col titolo Small Animals: Parenthood in the Age of Fear.

Brooks ha parlato con quattro famiglie per farsi un’idea dei metodi di CB, che nonostante il successo non fa parlare molto di sé e si promuove solo attraverso il passaparola e le raccomandazioni di un gruppo di psicologi e psichiatri americani. I toni di Brooks sono abbastanza critici verso l’organizzazione: per il metodo che utilizza, la poca trasparenza e le tariffe decisamente esose, dato che il costo del servizio complessivo raggiunge gli 80 mila dollari (quasi 70mila euro). È chiaramente un metodo riservato a una fascia benestante della popolazione – Elizabeth, la madre di una delle famiglie intervistate da Brooks l’ha definito «una cosa per miliardari, non per milionari, con quei soldi avrei potuto pagare cinque baby-sitter» – anche se la sua fondatrice ha intenzione di renderlo alla portata di tutti. È anche vero che, dice sempre Kukoff, queste famiglie si sono spesso già rivolte ad assistenti sociali, psicologi e specialisti vari, e CB è l’ultima spiaggia.

Per quelli che possono permetterselo, preoccupati dal comportamento maleducato o sofferente dei figli, funziona così. Dopo aver ascoltato il problema, Kukoff e Sarah Lopano, la direttrice clinica dell’associazione, fanno una riunione con altri consulenti e decidono un piano per rieducare la famiglia e insegnarle a comportarsi nel modo più adatto; in base alla sua dimensione, al budget, alle esigenze e ai problemi stabiliscono quali e quanti family architects inviargli. Non si tratta di psicologi con anni di esperienza, annota Kukoff, ma di giovani laureati che hanno il compito di seguire e osservare la famiglia e le sue interazioni, trascorrendo del tempo con loro, in casa, in giardino, durante gli acquisti. Vengono pagati circa 125 dollari l’ora, più o meno 100 euro; per dare un’idea: la famiglia di Elizabeth se n’è servita per quattro mesi, dalle 40 alle 50 ore settimanali. Gli architetti familiari annotano le interazioni problematiche tra i membri della famiglia e ogni sera inviano ai genitori un rapporto che le descrive passo passo, sottolineando i comportamenti corretti e quelli sbagliati, sia dei figli che degli adulti. In base a quello che hanno osservato gli architetti familiari stilano un elenco di regole che viene incorniciato e appeso in ogni stanza, e ogni volta che una regola viene infranta ammoniscono il colpevole.

Il lavoro degli architetti è facilitato dalla presenza di telecamere di sorveglianza, che vengono installate in tutte le aree comuni della casa – se i genitori acconsentono anche nelle camere dei figli – e che permettono a genitori e bambini di osservare le proprie interazioni in modo oggettivo e senza filtri, e agli architetti di monitorare continuamente i comportamenti familiari e correggerli in tempo reale. Secondo Jessica Yuppa, assistente della direttrice clinica di CB, «le famiglie pensano di conoscersi ma non è così» e le telecamere permettono di analizzare passo passo cosa non funziona nei rapporti. La loro presenza, spiega inoltre, per quanto possa sembrare invasiva viene rapidamente dimenticata dalle persone, che dopo un po’ «vanno avanti con le loro vite» e si comportano come nulla fosse. Adattarsi però non è sempre facile, soprattutto all’inizio: Brooks racconta che uno dei figli di Elizabeth era piuttosto infastidito dalla videosorveglianza, tanto che un giorno piazzò uno sgabello davanti a una telecamera, ci mise la faccia davanti e cominciò a urlare «ehi stronzi, perché non ci lasciate in pace?». Dopo qualche istante di silenzio una voce rispose dall’altra parte dello schermo: «Cartellino giallo».

Brooks riporta altri aneddoti legati all’esperienza di Elizabeth e della sua famiglia. Un giorno in cui una sua amica era andata a trovarla, uno dei suoi figli disse qualcosa di irrispettoso verso la madre e l’architetto familiare intervenne sgridandolo. L’amica la prese da parte dicendo che erano regole troppo rigide, che stava esagerando, e inizialmente Elizabeth le diede ragione. Poi però si accorse che le cose stavano migliorando e che i suoi figli erano più ubbidienti e rispettosi. Tra le regole che erano tenuti a seguire c’erano cose piuttosto basilari come: «Non uscire da una stanza se un adulto ti parla» o «Se hai bisogno di tua mamma la chiami dicendole “Mamma, scusa” non mettendoti a urlare quello che ti serve in tutta la casa».

Sarah Ahlm, un’assistente sociale di Chicago, ha spiegato a Brooks che il metodo di Cognition Builders ricorda l’approccio dell’Analisi comportamentale applicata, una disciplina che osserva il comportamento delle persone e interviene per renderlo socialmente accettabile, e che viene utilizzata soprattutto per insegnare ai bambini autistici i comportamenti da tenere con gli altri. Ahlm si è mostrata scettica verso l’applicazione di questo metodo con persone non autistiche, e ha spiegato che bisognerebbe controllare la tenuta e i risultati a distanza di tempo.

Nonostante le critiche, le famiglie con cui ha parlato Brooks hanno visto un miglioramento nella loro vita familiare. Un ragazzino autistico che aveva tentato il suicidio è riuscito, dopo otto mesi di terapia, ad andare a scuola e trovare un lavoro. Un altro con problemi di depressione e affetto dalla sindrome da deficit di attenzione e iperattività ha finito le superiori, ha fatto richiesta di ammissione in sei università ed è stato accettato in una. Anche nella famiglia di Elizabeth, quella su cui Brooks si sofferma di più, ci sono stati buoni risultati: i genitori avevano cercato l’aiuto di CB perché dopo il trasferimento da Londra agli Stati Uniti uno dei loro tre figli adolescenti, il 14enne Shep, si era chiuso in se stesso e passava le giornate davanti al computer. Una volta Elizabeth gli confiscò il computer e l’iPad e il mattino dopo lo scoprì chiuso in uno sgabuzzino mentre giocava con una vecchia Xbox rotta che aveva trovato e aggiustato, un’altra volta scoprì che le aveva rubato delle carte regalo per scaricare giochi e musica da iTunes. Gli altri figli invece avevano reagito bene al trasferimento e non avevano problemi, ma gli architetti familiari non intervennero soltanto su Shep ma si imposero su tutta la famiglia, spiegando che qualsiasi beneficio individuale passava per un cambiamento radicale e complessivo.

Shep è un ragazzino «dolce, sensibile, minuto per la sua età, un po’ timido e un po’ strambo», scrive Brooks, che ha provato a farsi raccontare da lui come ha vissuto l’intervento degli architetti familiari: «Alcuni mi piacevano. La maggior parte di loro mi faceva semplicemente scrivere cosa dovevo fare tutto il tempo. Mi hanno aiutato ad andare meglio a scuola e comportarmi meglio». Shep ha anche spiegato che «a Londra potevo sempre andare a piedi dai miei amici. Qui invece bisogna andare in macchina. L’unico momento per stare insieme è a scuola o grazie al telefono, i videogiochi o la Xbox. È così che parlo coi miei amici la maggior parte del tempo. A Londra li potevo vedere ogni giorno, ma qui no».

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