Le 14 migliori canzoni di Vasco Rossi

Da riascoltare oggi che dappertutto si parla del suo concerto a Modena

Vasco Rossi in concerto a Napoli nel 2015 (LaPresse)
Vasco Rossi in concerto a Napoli nel 2015 (LaPresse)

Come forse avrete sentito, stasera al Parco Ferrari di Modena c’è il mega-concerto di Vasco Rossi, al quale sono attesi più di 220 mila spettatori (potrebbe diventare il più grande concerto di un singolo artista con pubblico pagante di sempre). Il concerto è sold-out da tempo ma verrà trasmesso in parte su Rai 1 e integralmente in quasi duecento cinema in tutta Italia. Luca Sofri, peraltro direttore del Post, per il suo libro Playlist scelse le sue 14 migliori canzoni: queste qui.

Il primo e unico mito rock della musica italiana. La versione disimpegno anni Ottanta della canzone cosiddetta d’autore, e decisamente rivista nei suoi modelli tipici. Adesso è Vasco e basta. Con la modestia e il qualcosa di malinconico che hanno certi miti musicali, come Bob Dylan. Ha fatto anche diverse canzoni brutte, ma chi se le ricorda?

Albachiara
(Non siamo mica gli americani, 1979)
Se facessero la classifica delle canzoni più cantate in gita scolastica, “Albachiara” stravincerebbe. Invece se la batte con “America” di Gianna Nannini, per la prima canzone italiana a parlare di masturbazione femminile: “con una mano, una mano ti sfiori…”.

Ogni volta
(Vado al massimo, 1982)
«Il meccanismo diventa contagioso e il gioco può prendere la mano, specie se si è in coda in autostrada e non si sa come passare il tempo: si può iniziare a improvvisare. “Ogni volta che manca il sale”, “ogni volta che il gatto sta male”, “ogni volta che ho male a un dente”, “ogni volta che leggo Gente”, e così via. Provate: le possibilità sono infinite» (Paola Maraone e Paolo Madeddu, Da una lacrima sul viso, Kowalski editore).

Colpa d’Alfredo
(Colpa d’Alfredo, 1980)
“Ho perso un’altra occasione buona stasera” e “mi son distratto un attimo” sono ormai citazioni letterarie comuni. Il problema è che Alfredo con “i suoi discorsi seri e inopportuni mi fa sciupare tutte le occasioni: e prima o poi lo uccido”. Alfredo è uno di quegli amici che non sanno stare in discoteca e invece di ballare e lumare le pupe, se ne vanno in giro ad attaccare bottoni agli altri per non annoiarsi. E così lei “è andata a casa con il negro (la troia)”. “L’ho vista uscire mano nella mano con quell’africano che non parla neanche bene l’italiano (ma si vede che si fa capire bene, quando vuole)”. Il suo successo fu aiutato da una stroncatura bacchettona e stizzita di Nantas Salvalaggio, che vide Vasco in tv e lo definì un “ebete bruttino e drogato” da mandare in Siberia, alla pari di “quel tale Lou Reed”.

Siamo solo noi
(Siamo solo noi, 1981)
Grande manifesto di non allineamento, che si sottrae a tutti i luoghi comuni del genere: nessuno snobismo, nessuna pretesa superiorità morale, nessuna vanità, “generazione di sconvolti”. Punk di casa nostra, ribelle ma con grazia melodica.

Splendida giornata
(Vado al massimo, 1982)
Come gli venne, di fare “Splendida giornata”? Come gli venne, che non c’entra niente con tutto il resto delle sue cose? Eppure è fantastica, gran momento di dance italiana, con giro di basso funky funky. Io ho scoperto tardissimo che non dice “uuuuna splendida giornata”, ma “oooh, splendida giornata”.

Vita spericolata
(Bollicine, 1983)
Steve McQueen non avrebbe mai immaginato che il suono del suo nome lo avrebbe reso un campione delle citazioni pop (c’è il disco dei Prefab Sprout, la canzone dei Lambchop, quella di Sheryl Crow e quella dei Drive-by truckers; e poi Vasco).

Ciao
(C’è chi dice no, 1987)
“Sai cosa ti dico? Ciao. Io posso stare senza te”. Ballata lenta, sull’emancipazione da una relazione sentimentale che non quaglia: “questo è un amore grande, sì: vuoi che ti dica così, ma io non sono come te”.

Liberi liberi
(Liberi liberi, 1989)
“Son convinto che se fosse stato per me, adesso forse sarei laureato” è un verso fantastico, visto com’è andata.

Stupendo
(Gli spari sopra, 1993)
Messo in canzone suona meglio, ma il luogo comune per cui quelli che volevano “al potere la fantasia” adesso sono “queste facce qui”, e si intende occupate in qualche potere o entrate in banca pure loro, è ingenuo e superficiale. Quasi tutti quelli che volevano “al potere la fantasia” hanno fatto delle vite più normali e faticose di quella di Vasco, o della mia. E non risulta che invece Berlusconi o Prodi abbiano fatto il Sessantotto. Ma il refrain sdegnato è melodicamente fantastico: “Sììììì! Stupendo! Mi viene il vomito, è più forte di meeeee… Non lo so, se sto qui, o se ritorno, se ritorno…”.

Vivere
(Gli spari sopra, 1993)
Il più bel testo di Vasco, dichiarazione di stanchezza, di desiderio di staccare la spina – “oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento” – ma anche della volontà di tener duro e non mollare, tutta sintetizzata in quel verbo. Vivere!, “anche se sei morto dentro”; vivere!, “e sperare di star meglio”.

Senza parole
(1994)
“E ho guardato la televisione, e mi è venuta come l’impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu mi rubi l’amore”. Era già successo in “Satellite of love” di Lou Reed, che lui guardava la tv e gli veniva un accesso disperato di gelosia: Vasco riesce a virarla costruttivamente, e invece di incazzarsi esce di casa, “c’era un grande sole”, e gli passa. “Senza parole” uscì solo in tiratura limitata per i fans, e rientrò in una raccolta qualche anno dopo.

Rewind
(Canzoni per me, 1998)
“Rewind” è una grande canzone del periodo maturo di Vasco (il periodo maturo di Vasco, è un’espressione fantastica). La madre di tutti i suoi rocchettoni ballabili, il più grande e perfetto: “Vorrei stringerti le braccia, le braccia attorno al collo e baciarti, baciarti dappertutto… vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind (rewàind!)”.
Parla di lui che vede lei in televisione, e lei lo fa impazzire e insomma lui lavora parecchio di videoregistratore e parecchio di immaginazione.
“Quante espressioni di godimento sul tuo volto, si vedon solo con lo scorrimento lento (del nastro, del nastro, del nastro, del nastro)”.
Non si sa cosa lei esattamente faccia, in televisione. Io l’ho sempre immaginata un’attrice porno, ma voi che siete dei sentimentaloni potete pensare – “quando ti vedo ballare vorrei morire” – che sia una Velina (di sicuro non conduce la Melevisione). Ma il momento davvero geniale della canzone è invece proprio lì, dove dice “rewind, rewàind”. Che qui, a leggerlo, ci si vede poco di geniale, siamo d’accordo. È che. È che da ragazzi, appena sapemmo un po’ meglio l’inglese – avevamo appena smesso di scrivere i titoli delle canzoni come li pronunciava Lelio Luttazzi – ci chiedevamo sempre due cose. Una era: che accidenti vorrà dire “ffwd”, una specie di sputo (“ffwd a te!”) emesso leggendo sopra il tasto dell’avanzamento veloce. E l’altra era: si dice “reuìnd”, o “reuàind”? Ce lo siamo portato dietro tutta la vita, per via di quel “wind” traditore che soffiava (ffwd!) in un sacco di canzoni, ma che non c’entrava niente.
Poi abbiamo imparato, e abbiamo dimenticato, e siamo diventati adulti, e ci siamo imborghesiti, e adesso diciamo reuàind e usiamo dei deodoranti sprèi.
Ma nel 1998 arrivò Vasco, che ancora se lo ricordava quel dilemma: “Con il reuìnd (reuàind)”.

Amico fragile
(Faber, Amico fragile, 2003)
Quando nel 2000 a Genova arrivarono tutti per ricordare Fabrizio De André e cantare le sue canzoni, Vasco scelse quella che disprezza le ipocrisie e le supponenze degli ambienti perbenisti («anch’io sono sempre dalla parte di quelli più sfortunati»). Per un po’ la recita con grande sincerità e passione, ma la rivelazione arriva alla coda urlata: dove sembra un pezzo di Vasco Rossi. E vederlo stringere i denti e gettare in aria le pagine fu emozionante.

Un senso
(Buoni o cattivi, 2004)
Ho incontrato Vasco Rossi di persona una volta sola. Avevo appena ascoltato il suo nuovo disco, e mi chiese cosa ne pensassi, come se gli interessasse davvero. Gli dissi la verità, che al primo ascolto la canzone che mi aveva colpito era l’ultima, quella più morbida: le prime erano forse troppo rumorose per
me. «Già, piace a tutti quelli della nostra età» mi rispose lui, e non so se la presi bene. (Quando nel 2005 accettò di tornare al Festival di Sanremo da eroe – dopo esserci passato da concorrente trascurato molti anni prima – per cantare “Un senso”, l’attacco sembrò premeditato: “Voglio trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha”).