Cosa vuol dire “apodittico”

È sinonimo di incontrovertibile e inconfutabile, ma può anche definire un discorso dogmatico o un ragionamento non supportato da prove

di Massimo Arcangeli

Sinonimi di apodittico sono inconfutabile, irrefutabile, incontrovertibile, indiscutibile, indubitabile, innegabile, inoppugnabile, irrecusabile, ma un discorso apodittico, o una persona che ragiona apoditticamente, possono invece lasciare intendere che il modo di procedere dell’uno e dell’altra sia categorico oppure dogmatico, in quanto non supportato da alcuna prova e, dunque, indimostrabile.

Nel primo significato, dunque, apodittico ha tutta l’evidenza di una verità che non ha bisogno di dimostrazione, tanto appare pacifica. Se però il latino tardo apodicticus da cui apodittico discende, di epoca tarda, deriva da un aggettivo greco (ἀποδεικτικός “probante, dimostrativo”) risalente a un verbo (ἀποδείκνῡμι) che significò “indicare”, “mostrare”, “dimostrare”, ecc., anticamente era la “ragion pura”, anziché la “ragion pratica”, a imporre le sue leggi a guida dell’operazione mostrativa (e dimostrativa).

Nella Critica della ragion pura, nel contrapporlo ai giudizi assertori e a quelli problematici, Kant definisce apodittico un giudizio (o un enunciato, una proposizione, ecc.) che esprima il carattere necessario, e perciò assolutamente dimostrabile, di un’affermazione o di una negazione: “Tutti i cerchi hanno un centro”. Un giudizio assertivo esprime invece, di una determinata cosa, la verità (o la falsità) contingente, una verità di fatto (anziché di diritto): “L’uomo è dotato di ragione”; un giudizio problematico che quella cosa, semplicemente, può essere possibile: “Il libero arbitrio può consentire di scegliere il male”.

La distinzione fra assertivo, problematico e apodittico era già in Aristotele, per il quale apodittico si contrapponeva a dialettico (e a didattico, e a didascalico). Era come dire opporre la logica della verità del metodo deduttivo – l’unico allora ritenuto scientificamente valido – alla logica della probabilità (o della verosimiglianza) del metodo induttivo. Il primo procedeva da ciò che è più conosciuto per natura, ma meno conosciuto a noi, a ciò che è più conosciuto a noi, ma meno conosciuto per natura; la seconda da ciò che è meno conosciuto per natura, ma più conosciuto a noi, a ciò che è meno conosciuto a noi, ma più conosciuto per natura (cfr. Cristina Cerami, Génération et Substance. Aristote et Averroès entre physique et métaphysique, Boston-Berlin, De Gruyter, 2015, p. 321).

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni: una al giorno.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, è uscito il primo giugno per il Saggiatore.

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