Cosa vuol dire “pantagruelico”

Descrive la smodatezza nel mangiare o l'esagerata sontuosità di un banchetto, e ha origine dal personaggio di un famoso romanzo

di Massimo Arcangeli

Se c’è un aggettivo in grado di rappresentare in modo ottimale la smodatezza nel mangiare o l’esagerata sontuosità di un banchetto, e non sia facilmente sostituibile per efficacia ed espressività, questo è pantagruelico, termine di provenienza francese (pantagruélique). Un appetito pantagruelico è un appetito esagerato, insaziabile, smodato, spropositato. Dire luculliano, quando il riferimento è a un’occasione (e a un luogo, e a un momento) per gozzovigliare, non è dire esattamente la stessa cosa: se un pranzo pantagruelico è perfetto per famelici ghiottoni, un pranzo luculliano è più adatto a commensali che siano dei raffinati buongustai.

L’origine di pantagruelico è letteraria, come quando usiamo donchisciottesco per dire di qualcuno che è inutilmente (e ingenuamente) sfrontato, spavaldo, temerario, e si collega alla figura di François Rabelais. Il primo dei cinque romanzi del suo straordinario ciclo, nel quale lo scrittore aveva usato lo pseudonimo di Alcofribas Nasier, era intitolato Pantagruel (1532) dal nome del gigantesco personaggio protagonista, dalla smisuratissima fame. Alcofribas Nasier è l’anagramma del nome e cognome dell’autore, e dell’uno e dell’altro è un quasi anagramma anche Séraphin Calobarsy – la versione originaria del personaggio di maistre Theodore – nella prima edizione del secondo romanzo della saga: Gargantua (1534).

Anche da Gargantua, il padre di Pantagruel, è nato un aggettivo: gargantuesco, in francese gargantuesque (rari o disusati gargantualesque, gargantuelique, gargantuelico, ecc.). In questo caso può essere smodato l’appetito, può essere spropositata una bella mangiata, può essere gigantesco un corpo (un significato non sconosciuto nemmeno a pantagruélique), ma non basta ancora: può essere gargantuesco, fra molte altre cose, un amore, un piacere o un carattere. Resta comunque centrale, anche per gargantuesco, la dimensione gustativa: Gargantua contiene la stessa radice (*garg-) da cui si sono sviluppati il latino gargăla (“trachea”), l’italiano gargarozzo, lo spagnolo garganta (“gola”) o il francese gargoter (“gorgogliare” o “cucinare male”). Un’area sensoriale, quella del gusto, che ha molto in comune con la sfera del tatto fin dall’antichità. Se il cristianesimo ha identificato il peccato originale come un peccato di gola, soltanto dopo aver commesso il quale Adamo ed Eva scoprono il senso lubrico della loro nudità, coprendosi le “vergogne” con una foglia di fico, la filosofia greca antica aveva costruito sull’intreccio tra cibi, bevande (in particolare vini) e attività sessuale, fondamentali per la sopravvivenza della specie e alla base delle più elementari forme di vita sociale, la sua teoria del dispendio e dell’eccesso corporeo come forme colpevoli di allontanamento dalla morale. Secoli dopo, nella psicanalisi freudiana, abitudini alimentari e pratiche sessuali sarebbero state ricomposte insieme dall’esperienza di un neonato, il quale, suggendo il latte dal seno materno, sperimenta per la prima volta il valore di una duplice eccitazione che si rivelerà fondamentale nel processo di formazione che lo condurrà all’età adulta.

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni: una al giorno.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, è uscito il primo giugno per il Saggiatore.

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