Cosa vuol dire “protervia”

È una parola che contiene tutti insieme i significati di superbia, prepotenza, boria, sfrontatezza, insolenza e alcune altre brutte cose

di Massimo Arcangeli

Protervia, come decoro o sussiego, è una delle tante parole dell’italiano che si riuscirebbe con difficoltà a sostituire con un sinonimo su misura. Il termine, che discende dall’omonima voce del latino tardo, indica quell’ostinata, sfacciata e audace superbia, quel misto di prepotenza e alterigia, sfrontatezza e insolenza, boria e arroganza che solo un vocabolo così preciso riesce a racchiudere per intero in sé.

Alla superbia, la protervia aggiunge talora l’imperioso disprezzo di chi, mai dubitando delle proprie capacità, preferisce ostentare la sua superiorità anziché trattenerla in un altezzoso silenzio. Una persona insolente, sfacciata o sfrontata è spudorata come chiunque appaia protervo, ma quest’ultimo può aggiungere, all’impudenza, la particolare furia, ferocia o violenza con cui porta il suo attacco (o controbatte) all’interlocutore del momento (la stessa già contemplata dal latino protervus). Il tentativo di sopraffare gli altri di un prepotente è lo stesso di un protervo, ma mentre il comportamento del primo è indotto da una semplice, occasionale e un po’ infantile volontà di imporsi, che ne esaurisce l’azione, dietro l’aggressività del secondo c’è la piena consapevolezza che ogni suo atto sia la manifestazione di una superiorità permanente, quella di chi ribadisce l’incolmabile distanza che lo separa dagli altri già prima di agire, e ben oltre l’agire.

Quest’ultima immagine si adatta perfettamente alla Beatrice dantesca. Nell’apparire al poeta, pur coperta in viso dal velo, la donna gli si mostra «regalmente ne l’atto ancor proterva» (Purg. XXX, 70). Si direbbe, più che rigida o impetuosa, come qualcuno ha spiegato, perfettamente compresa di sé e del suo ruolo di guida salvifica; fiera, maestosa e severa, come l’ammiraglio cui Dante l’ha paragonata un momento prima (v. 58). Protervo era già stato adoperato da Dante appena tre canti prima. Lì delle capre, prima di ruminare tranquille (mane), erano state «rapide e proterve»  (Purg. XXVII, 77). Di quella protervia che, in questo caso, è indocilità e ribellione.

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni: una al giorno.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, esce il primo giugno per il Saggiatore.

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