Il logo dell'African Summer School
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La scuola di business sull’Africa a Verona

Un corso intensivo per incontrare pensatori africani, conoscere punti di vista africani sulle cose e avviare progetti imprenditoriali

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di Marina Petrillo
Il logo dell'African Summer School

Esiste in Italia una scuola estiva che insegna a impostare nuovi progetti, imprese e startup con radici o ispirazioni africane, per giovani di origine africana, e per giovani italiani appassionati d’Africa. Ekutsu Mambulu, trentenne e originario della Repubblica Democratica del Congo, è il direttore del Business Incubator for Africa, e quest’anno la sua African Summer School a Verona arriva alla quinta edizione, che si svolgerà a Villa Buri dal 24 al 30 luglio 2017. Mambulu ha riunito nel progetto della Summer School diverse intuizioni: che i giovani “afrodiscendenti” avessero sete di riscoprire le loro radici, che fosse possibile aiutarli a scrivere progetti molto concreti uscendo però dai luoghi comuni, e che esistesse anche nei giovani italiani una curiosità per il business africano. La scuola estiva, nata nel 2013, accetta 50 o 60 persone per edizione (ci si può iscrivere qui fino a esaurimento dei posti), e propone lo studio della cultura africana fra economia, geostrategia, imprenditoria, e visioni alternative rispetto a quelle coloniali.

Nel panorama difficile dell’imprenditoria in Italia, in cui gli stranieri fanno ancora più fatica degli italiani (per esempio ci sono meno laureati, e gli stranieri vengono impiegati meno nell’industria tecnologica), i dati sull’imprenditoria del 2014 che l’Istat ha analizzato a fine 2016 dicono però che nella fascia di imprenditori under 35 le proporzioni fra italiani e stranieri corrispondono. Gli under 35 sono il 37,3 per cento dei lavoratori in proprio stranieri e il 38,5 per cento dei lavoratori in proprio italiani, mentre fra gli imprenditori stranieri con dipendenti, gli under 35 superano in proporzione la quota degli italiani (34,6 per cento contro 26,2 per cento). Intanto, in diversi paesi africani a forte aumento demografico, i giovani stanno mettendo in piedi startup nuove e a volte visionarie, con una crescita notevole in alcuni paesi e nuovi investimenti da parte delle grandi multinazionali tecnologiche e del governo americano. Mambulu fa proprio riferimento al cosiddetto “rinascimento africano”, e ha deciso di puntare sulla spinta verso «un business su base identitaria» che ha già molti seguaci fra i giovani afrodiscendenti in altri paesi europei e negli Stati Uniti. «L’intercultura nell’imprenditoria è una realtà certa del futuro», dice, «quello che per ora manca in Italia è una preparazione che incoraggi i giovani a ritrovare le loro radici, e a fare tesoro della loro doppia esperienza».

Nel 2011, mentre lavorava nella radio Afriradio come giornalista economico specializzato sull’Africa, Mambulu aveva organizzato con l’associazione degli studenti africani dell’università di Verona un incontro con lo scrittore e pensatore Jean Paul Pougala sulle guerre in Libia e Costa d’Avorio. Pougala ha una posizione decisa sull’intervento occidentale in Libia, che considera un’aggressione militare della Nato contro un paese sovrano, ingiustificata dal punto di vista umanitario. Alla conferenza, Mambulu si è accorto che gli studenti ascoltavano Pougala con grande interesse, e che restavano in sala anche dopo la fine della lunga conferenza. In quel momento, il discorso generale sull’intervento in Libia era di approccio completamente diverso, ed era la prima volta che questi studenti sentivano un punto di vista differente. Mambulu ha colto il loro interesse, e ha immaginato una scuola estiva in cui si potesse andare a lezione di “leadership africana”.

Ha proposto il progetto alla Fondazione Nigrizia, che in quel momento non era interessata. «Forse il progetto non era nemmeno scritto tanto bene, non lo so, comunque l’ho messo nel cassetto, e poi nel 2012 l’esperienza con Afriradio è finita e mi sono trovato senza lavoro». Con un po’ di tempo a disposizione, Mambulu si è rimesso a lavorare sul progetto per strutturarlo meglio. «Sentivo che gli studenti avevano bisogno di incontrare pensatori africani, di conoscere un punto di vista africano sulle cose». Allo stesso tempo, voleva offrire loro anche un percorso pratico, che li aiutasse a far emergere idee, a dare forma ai loro progetti e a scriverli. Per potersi mantenere, Mambulu ha completato il percorso da dottore commercialista che aveva abbandonato, ma dopo sei mesi ha deciso che non faceva per lui, così ha lasciato, per dedicarsi a una borsa di studio per un master sulle politiche migratorie e l’educazione interculturale. «Allora ho pensato di rilanciare il progetto della African Summer School, e per tastare il terreno, ho chiesto un po’ di opinioni su Facebook, e mi è sembrato che l’interesse ci fosse. Un’amica mi ha aiutato a scrivere il progetto e pian piano ho ottenuto il patrocinio del Comune di Verona e l’appoggio della UIL e di altri soggetti, tanto che ho potuto fare un contratto a Pougala», che oggi è uno dei tanti docenti della scuola.

Lavorando al progetto, a Mambulu sono venute in mente altre questioni a cui la scuola poteva rivolgersi. «Alcuni giovani afrodiscendenti vogliono tornare in Africa, ma questa idea resta loro in testa senza mai trovare una forma, un’espressione concreta». Da lì ha pensato di sviluppare la didattica anche con l’appoggio di alcuni incubatori sociali, come Mag di Verona, e alla fine la scuola estiva ha assunto una fisionomia a metà fra scienze umanistiche e pratiche imprenditoriali. «E poi non volevamo assolutamente precludere l’accesso agli italiani, perché sono tantissimi quelli che hanno il desiderio di viaggiare, di spostarsi e di fare un’esperienza in Africa», dice. Oggi sono diversi i giovani italiani che frequentando la scuola hanno inaugurato i loro progetti di startup, fra cui una ragazza sarda di cui Mambulu dice che «in Senegal è diventata una specie di rockstar con il suo progetto di sostegno all’agricoltura biologica locale attraverso le app tecnologiche».

La scuola estiva dura una settimana, «in un bel posto, con 48 ore complessive di didattica, molto seria, molto disciplinata, si vive lì insieme e vengono anche degli uditori che possono contribuire alla discussione». Dopo la settimana di full immersion, per gli iscritti l’esperienza continua per altri quattro mesi, durante i quali scrivono recensioni ragionate dei manuali del corso e vengono seguiti nei loro progetti personali di micro-impresa. Alcuni allievi propendono più per un utilizzo teorico del corso, come un giovane che, appassionandosi a una lezione sull’importazione del cristianesimo in Africa, ci ha scritto una tesi che è stata poi pubblicata. Altri sono più pragmatici e incanalano l’esperienza della scuola in un’idea concreta di micro-impresa: un progetto di itticoltura in Togo, o la diffusione in Burundi di assorbenti lavabili realizzati con materiali biocompatibili. «L’idea è che alla summer school sentano idee che non troverebbero facilmente altrove, che non si sentono ovunque», dice Mambulu, «lì scoprono anche le nuove tendenze del business africano, ma studiano anche la storia africana, che non comincia certo col colonialismo. Ogni anno abbiamo un tema diverso, nel 2015 era il rinascimento africano, nel 2016 era più focalizzato sull’epistemologia, nel 2017 ci concentreremo più su questioni filosofiche».

Il programma di quest’anno, intitolato “Religione, sapere & afro-business”, si sviluppa fra “decolonizzazione del pensiero, oralità, uscita dal vittimismo, filosofia africana, analisi dei collegamenti nascosti fra religione e business”. Viene spontaneo chiedere a Mambulu se la scuola pensa che si possa fare imprenditoria con valori diversi, più connessi alla spiritualità africana. «Vogliamo coltivare il dubbio, altrimenti diventerebbe una setta. Va bene se ci sono dei valori da conoscere e da recuperare, e se la scuola aiuta a scoprirli, ma poi ognuno fa un percorso unico e autonomo, che nasce dalla contaminazione fra tutte le sue influenze: è imprevedibile e anche molto bello vedere cosa ne viene fuori». E se il rinascimento africano passa anche dall’orgoglio identitario, la nuova inventiva imprenditoriale passa un po’ anche dalla crisi economica: «non c’è solo l’ondata degli afrodiscendenti che dall’Italia vogliono tornare a fare almeno un’esperienza nel paese d’origine o in un altro paese africano; vogliamo far scoprire ai giovani italiani che le loro prospettive professionali legate all’Africa non sono soltanto in campo umanitario».