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  • sabato 29 aprile 2017

Si riparla del “caso Bergamini”, di nuovo

Per la seconda volta, e senza che si capisca bene perché, sono state riaperte le indagini sulla morte di un calciatore del Cosenza nel 1989

Donato Denis Bergamini in una foto del 1987 con la maglia del Cosenza (ANSA)

Dopo alcune recenti dichiarazioni del procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, si è tornati a parlare della morte del calciatore emiliano Donato Denis Bergamini, il cui cadavere fu trovato nel novembre del 1989 al chilometro 40 della strada statale Jonica, nei pressi di Roseto Capo Spulcio, dopo essere stato investito da un camion. Della morte di Bergamini, che all’epoca giocava in Serie B con il Cosenza, si riparla con regolare frequenza fin da quando avvenne, perché nonostante sia stata inizialmente giudicata un suicidio, nel corso delle indagini – vecchie e nuove – sono emersi dei dubbi su quella ricostruzione.

In un’intervista a Rai Sport, Facciolla ha detto: «Procederemo con la riesumazione del cadavere perché vogliamo approfondire con le tecniche di cui oggi si dispone tutti i possibili aspetti di quello che non è un suicidio, non è ipotizzabile come un suicidio». Il caso è stato già riaperto una volta nel 2012, e il procedimento si è concluso con l’archiviazione. Ora, senza che siano emersi nuovi elementi, Facciolla lo ha nuovamente riaperto: e si dice convinto che sia stato un omicidio, prima ancora di indagare ulteriormente. A Rai Sport Facciolla ha detto che il corpo di Bergamini verrà riesumato il 2 maggio, poiché la maggior parte dei dubbi che persistono sul caso riguardano proprio le condizioni del corpo al momento del ritrovamento.

Scrive Repubblica:

Il procuratore della Repubblica di Castrovillari, Eugenio Facciolla, ha infatti notificato un avviso di garanzia all’allora fidanzata, Isabella Internò, e a Raffaele Pisano, il camionista che quella sera investì e uccise Denis sulla statale Ionica 106. Sono accusati di omicidio con l’aggravante della premeditazione. L’obiettivo è capire cosa accadde quella sera: al momento il racconto ufficiale è fermo alla versione fornita dalla fidanzata Isabella ai Carabinieri di Roseto Capo Spulico. «Erano in macchina – annotò il militare – Bergamini voleva andare via. La ragazza gli raccomandava di desistere, ma Bergamini usciva dall’auto senza indossare il giubbotto. (…) In quel momento la statale 106, in direzione Taranto, veniva percorsa dall’autocarro Fiat 180 condotto da Pisano Raffaele, il quale aveva visto l’auto parcheggiata fuori strada e una persona che vi stava davanti. Appena il pesante autocarro era giunto in corrispondenza della Maserati, Bergamini repentinamente si è lanciato buttandosi sotto la ruota anteriore del mezzo trascinandolo in avanti».

La morte e la prima riapertura del caso

Il 18 novembre del 1989 Donato Denis Bergamini fu trovato morto sulla statale 106 Jonica, nei pressi di Roseto Capo Spulcio, in provincia di Cosenza. Bergamini aveva 27 anni e all’epoca si disse che si fosse suicidato gettandosi sotto le ruote di un camion in corsa, come poi confermarono le testimonianze della sua fidanzata, Isabella Paternò, che era con lui quando morì, e dell’autista del camion che lo avrebbe investito, Raffaele Pisano. Le indagini furono archiviate e nel 1992 il camionista, accusato di omicidio colposo, fu assolto. Le ricostruzioni dei magistrati, che avevano portato alla chiusura del caso, non avevano però convinto amici, colleghi e familiari di Bergamini, molto dubbiosi sulla possibilità che il calciatore avesse deciso di uccidersi.

Nel giugno del 2012 il caso fu già riaperto dalla procura di Castrovillari. A far cambiare idea alla magistratura furono in particolar modo due nuove perizie, una del RIS di Messina, un’altra dei medici legali Roberto Testi e Giorgio Bolino, richiesta personalmente dal padre di Bergamini. Entrambe sostennero la stessa tesi, e cioè che le ferite mortali ritrovate sul cadavere di Bergamini non fossero compatibili con quelle di un impatto così violento contro un camion in corsa. In particolare, come riportò il Quotidiano della Calabria, secondo Testi il corpo del calciatore era stato adagiato in precedenza sull’asfalto della statale. Anche i rilievi dei RIS di Messina sugli effetti personali di Bergamini non trovarono traccia del presunto salto sotto al camion: le scarpe, la catenina e l’orologio di Bergamini rimasero pressoché intatti nell’impatto.

La perizia Avato

Soprattutto, le due nuove perizie ripeterono alcuni elementi fondamentali di un’altra perizia preparata nel 1990 dal medico legale Francesco Maria Avato, che all’epoca non fu presa in considerazione dai magistrati. Secondo la perizia di Avato, Bergamini sarebbe stato evirato, torturato e ucciso prima di essere portato sulla statale 106. I colpi e le ferite al basso ventre di Bergamini sarebbero le presunte prove di una vendetta per qualche motivazione sessuale. Così scrisse il Quotidiano della Calabria:

Colpi, insomma, emblematici e carichi di una simbologia arcaica e ben nota in Calabria fino agli anni Cinquanta, e che oggi solo gli anziani e gli antropologi ricordano: il delitto d’onore che culmina nel macabro e plateale taglio del pene e dei testicoli: evirazione (…). A dimostrazione che il giovane che piaceva alla ragazze doveva pagare per qualcosa legata al sesso. O, almeno così ha voluto far intendere chi lo ha ammazzato.

Non è chiaro perché all’epoca la magistratura ignorò la perizia Avato. Tuttavia l’allora procuratore di Castrovillari, Franco Giacomantonio, nonostante la riapertura del caso disse di credere ancora nella validità della sentenza del 1992 e disse che «Bergamini subì una devastazione di tutta la zona del bacino. La perizia fatta a suo tempo non dimostrò che le lesioni subite dal giocatore, che sono quelle descritte, fossero state provocate volontariamente, ma furono piuttosto la conseguenza di uno schiacciamento della zona del bacino da parte delle ruote di un mezzo pesante». Il caso comunque fu archiviato perché non si ottenne abbastanza materiale per andare a processo.

Le nuove indagini
Nelle nuove indagini, ha detto Facciolla, non verrà esclusa nessuna ipotesi fatta nel corso degli ultimi anni, dallo spaccio di droga al coinvolgimento di alcuni ‘ndranghetisti. «Le variabili ipotizzabili possono essere tante. Sembrerebbe una vicenda chiusa in un rapporto tra pochi soggetti che evidentemente hanno goduto di protezione», ha detto Facciolla, che ha anche raccontato due episodi accaduti nei giorni successivi la morte di Bergamini, che secondo lui sarebbero sospetti. «Il giorno del funerale sul pullman del Cosenza c’era anche la fidanzata di Bergamini con una busta che conteneva i vestiti del calciatore. Questa busta se la passarono, per un fatto affettivo, i calciatori. Poi però sparì. Gli abiti di Bergamini, infatti, non ci sono più. Subito dopo il funerale, inoltre, Padovano accompagnò la fidanzata di Bergamini a casa, e fu invitato a salire con insistenza. Lui andò sopra e si trovò di fronte a una festa. C’erano delle paste. Il giorno del funerale, quindi, stavano festeggiando. È un omicidio in concorso». Ammesso che siano accaduti in questi termini, naturalmente nessuno di questi fatti di per sé dimostra che Bergamini sia stato ucciso, come dice invece Facciolla, ed è ampiamente possibile che i vestiti siano stati dimenticati da qualche parte, senza che ci fosse niente di sospetto, e che la “festa” con “le paste” fosse un semplice rinfresco offerto dalla fidanzata di Bergamini a chi aveva partecipato al funerale.

Nonostante siano passati più di 27 anni, comunque, il caso Bergamini viene spesso ricordato da familiari e amici affinché venga fatta completa chiarezza sulla sua morte. Dal 2009 a Cosenza si celebra in suo onore il “Bergamini Day” e la curva Sud dello stadio San Vito di Cosenza, dove giocava Bergamini, porta il suo nome. All’interno dello stadio San Vito c’è anche un busto che lo ricorda.

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