Lo scrittore si diverte

Il nuovo libro di Ian McEwan, raccontato da lui e "dal suo personaggio più giovane di sempre"

di Luca Sofri

Ian McEwan ora ha un po’ paura di nuotare, e pensa sia la vecchiaia, si diventa più consapevoli dei pericoli. Lo racconta in una stanza della sede Einaudi a Torino, dove nel pomeriggio ha risposto alle domande di un gruppo di blogger e instagrammer di libri, mediamente con un terzo della sua età. Lui ne compie settanta l’anno prossimo e ha voglia di una vacanza, dice. Anche se c’è questa cosa del nuoto, che una volta faceva bracciate e bracciate arrivando al largo, non vedendo più la costa, e ora si sente meno sicuro: “preferisco nuotare parallelo alla riva”. Pensa anche che sia colpa della letteratura, le paure che abbiamo, e di tutte le storie che leggiamo: conveniamo che se non ci fosse stato “Lo squalo”, gli squali non sarebbero mai diventati così spaventosi e presenti nella nostra immaginazione marina. Lui ne ha visto uno mentre era in acqua, una volta: un “reef shark”, quasi mai pericoloso. “Ma me lo hanno spiegato dopo”. Un’altra volta ha preso un windsurf ma non sapeva manovrarlo e così è andato dritto al largo per qualche chilometro, prima di decidersi a buttarsi in acqua: è andata a recuperarlo sua moglie con una barca.

Parlare di squali e onde nelle auguste stanze di via Biancamano a Torino, tra pile di carta e manoscritti e collane di libri bianchi e librerie bianche e porte verniciate di bianco, è rinfrescante. Aiutano ad animare anche le bottiglie di vino procurate dall’editore per essere all’altezza della raffinata sapienza enologica del protagonista del romanzo di McEwan che Einaudi ha appena tradotto, “Nel guscio”. McEwan ha spiegato in realtà di non essere così esperto, e che il vino è l’unica cosa di questo libro su cui ha dovuto fare delle ricerche, peraltro sbrigative, per citare dei nomi di buone bottiglie: “ma ho esagerato, ho scoperto poi su una rivista che una che ho citato costa 20mila dollari”.

“Nel guscio” (che si chiama Nutshell, in inglese) è un libro notevole e particolare nella pur ricca produzione di romanzi di Ian McEwan, inglese di padre scozzese (si pronuncia Ìan, con l’accento sulla “i”, ci spiega): un modo di spiegarlo esatto ma fuorviante è dire che è una moderna riscrittura dell’Amleto. In realtà è una storia che deve la sua riuscita e originalità, e il divertimento e curiosità che genera, a un’invenzione che poteva essere maldestra e goffa ed è invece diventata formidabile: rendere protagonista e narratore della storia un feto a pochi giorni dalla nascita, che racconta da “dentro sua madre” i piani di uxoricidio di lei e del suo amante: ma malgrado il tema sanguinario e drammatico, “Nel guscio” è un libro molto divertente, perché il narratore – già anomalo come narratore – è dotato di eccezionali capacità di analisi e sarcasmo, di un’intelligenza che non ha nessuno dei suoi parenti e coprotagonisti, e di un livello di cultura e informazione, di sensibilità e gusti, eccezionali, derivati vuoi dal frequente ascolto di podcast da parte di sua madre (che condivide da dentro) vuoi dal di lei consumo di vini (che condivide da dentro).

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McEwan stesso ammette di essersi molto divertito a scrivere il libro, con qualche senso di colpa: “Si ritiene che l’artista debba essere tormentato, e quindi mi sentivo una specie di impostore, timoroso che questa leggerezza fosse svelata: a mia moglie avevo detto, finito il libro andiamo in Australia per un po’, per non essere in giro quando lo leggeranno”. Più seriamente, nella presentazione pubblica serale del libro in una sala gremita di almeno cinquecento persone (la fila fuori lo meraviglia, imprevedibilmente, e ne manda la foto a qualche suo interlocutore, chiedendo aiuto ai presenti nell’uso di WhatsApp) racconta della genesi del libro: “È tutto nato dalla frase iniziale. Ero a una riunione molto noiosa, di quelle che devi stare seduto ore e fare la faccia attenta e interessata, e mi si è formata in testa: “Dunque, eccomi qui, a testa in giù in una donna”. Era un periodo in cui stavo rileggendo l’Amleto, e le due cose sono andate insieme”.

McEwan ha una faccia familiare e riconoscibilissima, soprattutto per i suoi fans. Quando si vedevano in giro insieme in terzetto formidabile, lui, Christopher Hitchens e Martin Amis, lui era quello più bruttino e meno affascinante, viso magro, occhiali goffi sugli occhi stretti, una calvizie iniziata presto e che ora gli crea una originale divisione in due del capo, sulla cui metà posteriore si innalza in un’onda una chioma grigia inesistente sulla parte anteriore. Ha una giacca morbida e stazzonata blu sopra una altrettanto trascurata polo col colletto alla russa, che si impiglia con delle pieghe sotto il bavero della giacca. E sembra sempre che gli scappi da ridere: per tutta la giornata pare pensare alle implicazioni divertenti di quello che dice e quello che sente. Nell’incontro del pomeriggio ha sottolineato la prevedibilità delle domande che riceve in Italia, sul ruolo della mamma nel suo romanzo: ma è riuscito a farlo con sufficiente allegria da non offendere nessuno. E anche la sera, alla presentazione pubblica, un sorriso accompagna tutte le considerazioni spiritose, da entertainer, che formula rispetto alla storia del libro, al suo buffo protagonista, all’avere tutti i presenti condiviso la sua condizione (“i feti non mentono!”), e poi al pur criticato referendum su Brexit (“ci vorrà tempo, ma potremmo tornare, dalla deriva nell’Oceano a cui ci siamo consegnati”), o alla monarchia “di cui farei tranquillamente a meno: non credo sia uno dei prodotti migliori della nostra civiltà”.
“Non prendetemi troppo sul serio, è la mia risposta stupida”, ha detto a uno dei blogger impegnati in considerazioni e domande di troppa involuzione.

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“Nel guscio” è un libro non lungo – scritto in sedici mesi – ma molto denso, e molto scritto. McEwan non è un autore di bestseller o un costruttore di storie: è uno scrittore (uno dei più importanti al mondo, detto di passaggio), nel senso in cui il termine definisce qualcosa di più dello scrivere, ovvero un grande lavoro di ricerca e scelta delle parole, che ha tra le sue priorità alti obiettivi stilistici ed artistici. Il risultato, anche in questo libro, è straordinario: perché non sono molti gli autori capaci di perseguire questi obiettivi senza suonare barocchi o artificiosi. Nell’edizione italiana è merito anche del lavoro formidabile – da vera scrittrice – fatto dalla traduttrice Susanna Basso (che riscrive i libri di McEwan dai tempi di “Bambini nel tempo”, 1988), che ha reso il tono e l’attenzione di McEwan senza mai sbavature e cadute, e non è una cosa facile (per completare le riuscite dell’edizione italiana, Einaudi ha avuto una bella idea di copertina, propria, in cui un apparente strappo della carta lascia affacciare l’occhio azzurro di un neonato).

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Quando McEwan ha concluso il giro delle interviste del pomeriggio, si è alzato rapidamente per raggiungere Susanna Basso, che aveva notato con la coda dell’occhio a un certo punto, seduta su un lato della famosa “biblioteca” della sede Einaudi – quella col camino, di leggendarie riunioni – e abbracciarla forte. Una casa editrice straniera può essere un posto molto ospitale, per un autore, vino compreso.

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