Una ricostruzione digitale realizzata dalla NASA che mostra il possibile aspetto del sistema solare TRAPPIST-1, basata sui dati attualmente conosciuti (NASA/NASA via Getty Images)

I 7 nuovi pianeti non sono come li avete visti

Perché non possiamo ancora osservarli direttamente: le illustrazioni si basano sui dati raccolti e non è una cosa sbagliata, ma andrebbe spiegata chiaramente

di Jay Mathews - The Washington Post
Una ricostruzione digitale realizzata dalla NASA che mostra il possibile aspetto del sistema solare TRAPPIST-1, basata sui dati attualmente conosciuti (NASA/NASA via Getty Images)

Quando avevo tredici anni volevo diventare un astronomo. Non sono mai andato oltre i libri di fantascienza, ma sognavo le stelle e prima che il mio sogno fosse interrotto nel 1986, dopo il disastro del Challenger, finii tra i finalisti del concorso “Journalist in Space”, un programma statunitense che avrebbe dovuto mandare un giornalista nello Spazio. Per questo ho accolto con entusiasmo adolescenziale l’annuncio del mese scorso sulla scoperta di sette pianeti che orbitano intorno alla stella nana TRAPPIST-1, a poco meno di 40 anni luce di distanza. I nuovi pianeti sono più o meno delle dimensioni della Terra. Tre di loro potrebbero essere abitabili. Le foto erano sbalorditive – globi blu, verdi e arancioni, con nuvole e oceani. Poi, ho letto gli articoli e mi sono insospettito. Come ha evidenziato saggiamente la giornalista del Washington Post Sarah Kaplan, gli scienziati rilevano questi pianeti soltanto come «piccoli cali di luce» che si creano quando attraversano il loro sole. «Con l’attuale tecnologia non siamo in grado di ottenere immagini dirette del nuovo sistema solare», ha scritto Kaplan. Conosciamo soltanto il loro raggio, la massa, i periodi orbitali e la distanza dalla loro piccola e – relativamente – fredda stella.

Come facciamo a sapere che aspetto hanno? Noi giornalisti smaniamo per ricevere attenzioni. Oggi il nostro sostentamento dipende dal numero di persone che cliccano sui nostri articoli. E non c’è niente che catturi i lettori come delle immagini efficaci. I dati che conosciamo sui nuovi pianeti sono noiosi. Ma le immagini digitali dei nuovi mondi realizzate con quei bei colori sono irresistibili, nonostante siano soltanto supposizioni. Nelle didascalie i giornali, Washington Post compreso, hanno descritto le immagini come «raffigurazione artistica», «rendering» o «illustrazione». Non sono i giornalisti come Kaplan a scrivere le didascalie: lo fanno gli editor. Non penso però che queste didascalie segnalino a sufficienza ai lettori che le immagini sono opere di fantasia. La maggior parte dei consumatori di notizie – in special modo quelli di lingua inglese – non si prende la briga di cercare la definizione precisa di quei sostantivi latineggianti. A molte persone, ai bambini in particolare, le immagini sembrano reali. Ci servono didascalie migliori, come per esempio: «Queste immagini sono frutto dell’immaginazione. Gli scienziati non conoscono ancora il colore e le caratteristiche della superficie dei pianeti».

Fortunatamente non siamo ai livelli delle illustrazioni dei libri di testo. Nel suo libro Tyranny of the Textbook Beverlee Jobrack scrive che «può capitare che i contenuti vengano sacrificati per soddisfare esigenze di illustrazione o che gli autori siano costretti a inserire in un testo alcuni aspetti che potrebbero non avere senso ma che sono necessari per le illustrazioni». Gli scienziati che sono specializzati nello spiegare le nuove scoperte ai non addetti ai lavori come noi capiscono il problema: «Lo svantaggio dell’arte astronomica è che può facilmente essere fuorviante rispetto a quello che sappiamo davvero e cosa invece è pura immaginazione», ha detto Bruce Betts, direttore scientifico e tecnologico della no-profit Planetary Society. «Qualsiasi dettaglio legato al colore, alle caratteristiche della superficie o alla nuvolosità è immaginato o basato liberamente su congetture scientifiche».

David L. Evans, direttore esecutivo della National Science Teachers Association ha detto che «non c’è dubbio che le immagini e le opere d’arte catturino l’attenzione delle persone e che un grafico che riporta i dati sia invece poco entusiasmante. Sono d’accordo sul fatto che le didascalie dovrebbero fare di più per chiarire le componenti artistiche di un’immagine». Robert Huth, però, lo scienziato della visualizzazione del California Institute of Technology che ha realizzato le belle immagini di TRAPPIST-1 insieme al produttore multimediale Tim Pyle, mi ha convinto ad apprezzare la sua arte. «I dati conosciuti non sono sufficienti a motivare una comprensione dettagliata della composizione della superficie e delle proprietà atmosferiche», ha detto Huth, «la nostra immagine potrebbe essere considerata come una delle molte ipotesi plausibili sull’aspetto di ognuno di questi pianeti». Due dei pianeti, per esempio, sono stati illustrati con toni di blu perché in base alle «approssimative caratteristiche di densità» sono stati «identificati come candidati validi per essere “mondi d’acqua”», ha detto Huth, secondo cui un lavoro del genere può essere ricondotto a Chesley Bonestell, l’artista astronomico che ha ispirato sia astronomi che scrittori di fantascienza. La cosa mi è piaciuta: ultimamente la mia attività preferita per svagarmi è rileggere le opere di Robert A. Heinlein, Joe Haldeman, John Varley, Ursula K. Le Guin e Arthur C. Clarke per la quarta o quinta volta. Discutere di quali sono i colori giusti per i nuovi pianeti è una buona lezione di astronomia. Andiamo pure a vedere come è fatto il resto della galassia, ma scriviamo anche le didascalie nel modo giusto.

© 2017 – The Washington Post

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