(Getty Images)
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  • mercoledì 1 Marzo 2017

L’Italia ha cambiato il rugby?

Interpretando diversamente una parte del regolamento, la nazionale più debole del Sei Nazioni ha sorpreso e rischiato di battere la più forte

di Pietro Cabrio
(Getty Images)

Non è perché l’Italia nel rugby vince talmente poco che anche quando rischia di farlo per una volta, e contro i più forti, pensiamo di aver compiuto un’impresa: domenica, allo stadio Twickenham di Londra, la Nazionale maschile ha mostrato al pubblico un altro modo di giocare a rugby, che le ha permesso di mettere in difficoltà e a tratti ridicolizzare la squadra più forte d’Europa, imbattuta da più di un anno e seconda nel ranking mondiale.

Questa cosa nel rugby non accade mai: nella è successo raramente che una squadra data perdente di cinquanta punti arrivasse giocarsela a tal punto da rischiare di vincere contro avversari di gran lunga superiori. E quanto conti essere semplicemente più forti nel rugby – quindi più preparati sia fisicamente che tecnicamente — lo dimostra il fatto che l’Inghilterra, nonostante non ci abbia capito nulla per quasi tutto l’incontro, sia riuscita comunque a vincere con uno scarto di sedici punti, dopo aver segnato sei mete e ottenuto un punto addizionale in classifica per averne segnate almeno quattro.

Ma domenica, per una volta, aver vinto nettamente una partita di rugby non è significato averla vinta con merito. Nei paesi dove si gioca a rugby non si parlava così tanto di una partita dall’incredibile vittoria del Giappone contro il Sudafrica alla Coppa del Mondo del 2015. Ma quello fu un caso isolato, di cui si conoscevano le cause: la bravura di Eddie Jones, allora allenatore del Giappone, e il pessimo periodo del rugby sudafricano. Lo stesso Eddie Jones, ora allenatore dell’Inghilterra, dopo aver passato ottanta minuti nel box di Twickenham cercando in tutti i modi di evitare quella che sarebbe potuta essere la sconfitta più clamorosa nella storia dell’Inghilterra, e dopo essere riuscito a scamparla, ha criticato duramente il rugby giocato dall’Italia: si è congratulato per la sorprendente competitività della squadra ma allo stesso tempo ha minacciato il ritiro se il rugby dovesse diventare così.

Domenica a Twickenham
La nostra Nazionale è una squadra sulla carta nettamente inferiore alle altre cinque avversarie nel Sei Nazioni: ha giocatori meno preparati, commette più errori, gioca con meno sicurezza e ha grosse difficoltà a rimanere in partita per ottanta minuti, tutti difetti che messi insieme dividono le squadre forti da tutte le altre. Nonostante questo, non solo ha giocato alla pari dell’Inghilterra per quasi un’ora, ma sfruttando a proprio favore una parte del regolamento ha fatto andare completamente nel pallone gli avversari. In pochi fra gli 80mila spettatori presenti a Twickenham hanno capito quello che stavano guardando in quel momento, e per i primi venti minuti gli spettatori sono rimasti in un silenzio che in quello stadio si sente di rado.

Ma anche chi ha visto la partita con la telecronaca ci ha messo del tempo a rendersi conto di cosa stava realmente succedendo in campo. Vittorio Munari, uno dei due commentatori della partita – e fra i più grandi esperti italiani di rugby – se ne è accorto quasi subito e ha cercato di farlo capire ai telespettatori urlando: «Non stanno rientrando nei raggruppamenti!». Un suo collega telecronista inglese è dovuto andare a rileggersi in diretta le regole del rugby per capirne qualcosa. Nel secondo tempo Munari si è messo addirittura a spiegare le regole del rugby ad alcuni tifosi inglesi seduti dietro di lui.

E non è un’esagerazione dire che in tanti non lo hanno capito, perché Dylan Hartley, il capitano dell’Inghilterra, cioè la nazione che più di cento anni fa inventò il rugby e che poi lo fece conoscere al resto del mondo, ha dovuto chiedere spiegazioni all’arbitro per capire quello che stava succedendo. Hartley ha chiesto in che modo avrebbero potuto reagire al gioco dell’Italia, ma l’arbitro gli ha risposto: «Sono l’arbitro, non l’allenatore». E senza l’aiuto del compagno di squadra James Haskell, che ha avuto l’ottima idea di spiegare all’arbitro come avevano interpretato loro quello che stava succedendo, probabilmente ci avrebbe messo ancora del tempo a capirlo. L’arbitro, quindi, ha spiegato loro alcune regole del rugby, lo sport che entrambi giocano ai massimi livelli da oltre quindici anni.

Fin lì il capitano dell’Inghilterra non stava capendo cosa stessero facendo gli italiani in campo, e soprattutto, non aveva una mezza idea di come rispondere. Ma l’Italia giocava secondo le regole.

Cosa ha fatto di preciso l’Italia?
Nei primi venti minuti di partita l’Italia ha tenuto il possesso e l’Inghilterra si è limitata a difendere, commettendo diversi falli tecnici. Poi però l’Italia ha scoperto le proprie carte, usando una tattica vista raramente agli alti livelli del rugby moderno: solamente una volta in campo internazionale e in alcuni spezzoni di partite fra squadre di club o nel rugby a 7.

Nelle situazioni difensive, dopo che l’Inghilterra aveva cominciato ad attaccare, i giocatori italiani hanno iniziato a non rientrare nei raggruppamenti a terra per non creare la linea del fuorigioco, sfruttando alla lettera le regole su placcaggi e ruck, cioè le mischie aperte: quel momento in cui un giocatore viene placcato, finisce a terra e sopra di lui si forma un raggruppamento. Infatti, perché si venga a creare una ruck, ci devono essere uno o più giocatori a contatto fra di loro sopra la palla – che deve stare rigorosamente a terra – i quali restano però in piedi sulle proprie gambe.

L’Italia ha lasciato che il proprio placcatore rimanesse a terra da solo, disinteressandosi del raggruppamento per evitare che si venisse a formare una ruck (di media in una partita se ne formano circa duecento) e il conseguente fuorigioco, cioè la linea immaginaria che divide i due schieramenti e non permette a nessuno di oltrepassarla. Così facendo gli inglesi sono rimasti spiazzati: hanno continuato a fare tutto quello che si fa solitamente in una ruck, portando almeno sei dei propri giocatori nel raggruppamento, inutilmente.

Non rientrando nei raggruppamenti e non essendoci più il fuorigioco, i giocatori italiani hanno potuto mettersi in mezzo alle linee di passaggio dell’Inghilterra, isolando Danny Care, il mediano di mischia inglese (quello che fa uscire la palla dalla ruck), che per non perdere palla e non potendola nemmeno passare ai compagni ha iniziato a buttarsi contro la linea difensiva dell’Italia.

Come si vede in questa azione, nessun giocatore italiano, se non il placcatore, entra nel raggruppamento. Rimangono tutti in piedi e così il mediano di mischia italiano, Edoardo Gori (numero 9), può posizionarsi davanti a Care per intercettare il passaggio. In quel momento il pubblico di Twickenham inizia a contestare rumorosamente l’Italia e l’arbitro, non sapendo però che quello che sta succedendo in campo è perfettamente regolare. Nel secondo raggruppamento, invece, sembra che si stia formando una ruck, perché oltre al placcatore italiano ce n’é un altro in mezzo: ma è a terra e non in piedi, e in pochi secondi riesce anche a rotolare fuori dal raggruppamento. A quel punto l’arbitro dice “tackle only”, per indicare che quella non è una ruck, e lo farà ancora molte volte nel corso della partita.

Nel proseguimento dell’azione alcuni giocatori inglesi chiedono spiegazioni all’arbitro per quello che sta accadendo, ma si sentono rispondere: «Non c’è la linea del fuorigioco. Posso capire la frustrazione, ma questo è il regolamento». Un primo chiarimento fra gli inglesi e l’arbitro è avvenuto solamente a cinque minuti dall’intervallo. Fino agli ultimi dieci minuti l’allenatore Eddie Jones non ha mai smesso di dare costantemente indicazioni ai propri giocatori. E probabilmente è stata una sua idea trattenere con la forza i giocatori italiani nei raggruppamenti, in modo che si formasse finalmente una ruck e il gioco tornasse alla normalità.

Perché è potuto succedere?
Per comprendere le ragioni bisogna allontanarsi dal modo più diffuso in cui si intendono le regole degli sport principali. Le regole del rugby sono tante, complicate, e soprattutto lasciano molto spazio alle interpretazioni, perché non entrano nei dettagli dello svolgimento del gioco. Nel regolamento, infatti, si trova scritto: «È difficile a prima vista comprendere i principi che guidano questo gioco che sembra comportare una serie di contraddizioni. Per esempio, è perfettamente accettabile esercitare una pressione fisica estrema su un avversario, con lo scopo di ottenere la conquista del pallone, ma senza l’intenzione di ferirlo».

Proprio per queste contraddizioni, prima di ogni partita giocatori e allenatori, per non farsi trovare impreparati, devono cercare di comprendere l’atteggiamento dell’arbitro che la dirigerà, dato che a seconda del suo modo di interpretare il regolamento può non permettere alcune cose e concederne altre. E questo senza mai infrangere il regolamento, ma semplicemente interpretandolo in maniera diversa.

Difficilmente l’Italia avrebbe potuto giocare così senza aver prima messo al corrente l’arbitro. E infatti lo stesso Conor O’Shea, l’allenatore irlandese dell’Italia, al termine della partita ha detto che lui e il suo staff avevano parlato con l’arbitro Romain Poite prima della partita, e solo dopo aver ricevuto una sorta di via libera avevano deciso di attuare le loro tattiche.

Con Poite, nel corso della partita, non hanno parlato solo gli inglesi ma anche gli italiani. Sergio Parisse, il capitano, lo ha fatto per tutta la durata dell’incontro, per capire meglio come muoversi seguendo le nuove tattiche senza infrangere qualche altra regola. In questo è stato aiutato dalla lingua: spesso, in presenza di giocatori inglesi nelle vicinanze, Parisse ha parlato a Poite in francese, che conosce molto bene in quanto gioca e vive a Parigi da dodici anni. Così non si è fatto capire dagli avversari, dato che fra i giocatori inglesi in pochi parlano francese. Diversamente, quando gli inglesi hanno parlato in inglese all’arbitro, ad ascoltare nelle vicinanze c’era sempre l’italiano Abraham Steyn, che è sudafricano.

Un po’ tutti si aspettavano una sconfitta schiacciante dell’Italia, che non vince una partita del Sei Nazioni dal 2015 e nelle prime due partite di questa edizione, entrambe perse, ha concesso 96 punti, che sono tantissimi. All’Inghilterra invece bastavano altre due partite vinte (ora una sola) per eguagliare il record di vittorie consecutive nella storia del rugby, stabilito dagli All Blacks nel 2016.

Ora, giorni dopo la fine della partita, si parla ancora di un incontro a suo modo storico, anche se l’Italia ha perso. Gli artefici di tutto questo, oltre ai giocatori in campo, sono l’allenatore Conor O’Shea e i suoi assistenti, in particolare l’ex rugbista sudafricano Brendan Venter. O’Shea, nelle interviste del dopo partita, ha spiegato quando gli è stata proposta l’idea di giocare così: «Contro l’Irlanda avevamo subito una situazione del genere che non era stata penalizzata, e ci aveva incuriosito. Quando Brendan Venter me l’ha proposto, mi ha detto: “Non prendermi per matto, prima ascoltami”. Guardandola ho pensato: “Questa cosa sembra così sbagliata che dev’essere giusta” e prima della partita ci siamo confrontati con l’arbitro. Gli abbiamo chiesto se avremmo potuto farlo e lui ci ha detto di sì».

La tattica “no ruck, no fuorigioco” messa in atto dall’Italia, infatti, non è una novità assoluta. Era stata vista per la prima volta nella metà degli anni Duemila in alcune partite disputate dalla Nazionale inglese di rugby a 7, su intuizione dell’allenatore Ben Ryan. Gli Chiefs di Hamilton, squadra neozelandese di altissimi livello, la usano saltuariamente dal 2015 nel Super Rugby, il campionato a cui partecipano anche franchigie australiane, sudafricane, argentine e giapponesi. Lo scorso novembre la tattica era stata usata dall’Australia nel test match di Dublino contro l’Irlanda.

Venter ha poi spiegato che il “no ruck, no fuorigioco” è stato usato dall’Italia per vincere, non per perdere con uno scarto minore: e, sempre secondo Venter, l’Italia avrebbe potuto vincere se non fosse arrivata senza energie agli ultimi dieci minuti.

venter

In un articolo pubblicato ieri su Planet Rugby, uno dei siti specializzati più seguiti, Andy Jackson, ex arbitro inglese, oltre a criticare duramente le parole di Eddie Jones al termine della partita, ha scritto: «Non c’è nessuna colpa in tutto questo, è pura progettazione. La bellezza del rugby risiede nelle vaste aree di grigio che si trovano tra il bianco e il nero. È un gioco per i pensatori in cui l’invenzione e l’astuta interpretazione delle regole non solo vengono ricompensate, ma sono fortemente incoraggiate». E poi ha aggiunto: «Se questa non è la vostra interpretazione, controllate la prima pagina del regolamento».

Domenica l’Italia ha capovolto le regole del rugby e ha fatto così tanto rumore perché lo ha fatto per la prima volta davanti al grande pubblico, nel torneo più prestigioso del rugby, nello stadio di chi lo ha inventato.

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A un anno di distanza, la federazione mondiale del rugby ha cambiato il regolamento e tra le altre cose ha vietato la tattica “no ruck”.