(Sascha Steinach/picture-alliance/dpa/AP Images)
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  • venerdì 17 febbraio 2017

Vi ricordate di Luca Volonté?

L'ex deputato dell'UdC è stato rinviato a giudizio con l'accusa di aver ricevuto soldi dall'Azerbaijan per affossare un rapporto sui diritti umani

(Sascha Steinach/picture-alliance/dpa/AP Images)

Venerdì scorso il tribunale di Milano ha deciso di rinviare a giudizio Luca Volontè, ex parlamentare dell’UdC a lungo influente e visibile nella politica italiana, accusato di riciclaggio in un caso che coinvolge il governo dell’Azerbaijan e il Consiglio d’Europa, una delle principali istituzioni a tutela dei diritti umani al mondo. Secondo l’accusa, Volontè avrebbe ricevuto del denaro per influenzare alcuni suoi compagni di partito durante un voto all’assemblea del Consiglio d’Europa sugli abusi commessi nei carceri azeri.

Non è il primo caso del genere: diversi articoli usciti negli ultimi mesi hanno parlato di una specie di “diplomazia del caviale” portata avanti dal governo dell’Azerbaijan nei confronti dei membri del Consiglio. Con questa espressione indulgente si intendono tecniche ai limiti della corruzione con cui l’Azerbaijan cercherebbe di comprare il silenzio delle istituzioni internazionali sulle violazioni dei diritti umani che avvengono dentro i suoi confini. Come hanno raccontato diverse inchieste giornalistiche, non ci sarebbe nessun delegato al Consiglio d’Europa che non abbia ricevuto in regalo almeno una volta una scatoletta di caviale pregiato da parte degli azeri.

L’ultimo scandalo che ha coinvolto il Consiglio d’Europa ha anche dato nuovi argomenti a chi, come le ONG Amnesty International e Transparency International, accusa l’istituzione di essere finita nelle mani degli “autocrati”. Oltre all’Azerbaijan, del Consiglio fanno parte anche altri due stati non completamente democratici: Russia e Turchia. Il Consiglio d’Europa non è affiliato all’Unione Europea ed è finanziato principalmente dalle donazioni dei suoi 47 stati membri. Le sue principali decisioni vengono prese da un’assemblea alla quale partecipano delegazioni parlamentari dei vasi paesi che partecipano al Consiglio.

Nel 2013 era in corso una di queste assemblee, che aveva il compito di discutere e decidere se approvare un rapporto molto critico sul modo in cui nelle prigioni azere venivano trattati i prigionieri politici. L’Azerbaijan è di fatto un regime autoritario, dove la stampa è sottoposta al controllo del governo e lo spazio per l’opposizione politica è praticamente inesistente. Secondo gli investigatori, Volontè, all’epoca deputato dell’UdC, era stato incaricato dal governo azero di convincere la maggioranza del suo gruppo politico, i Popolari Europei, a votare contro il rapporto, che fu respinto con 125 voti contro 79.

A quel punto, ricostruisce Jacopo Barigazzi in un articolo su Politico, Volontè iniziò a ricevere donazioni sui conti della fondazione politica Novae Terrae, che aveva fondato a Saronno, in provincia di Varese. I versamenti arrivavano tutti da paradisi fiscali, dopo essere partiti da banche dei paesi baltici. Secondo Milena Gabanelli, che ha dedicato al caso un lungo articolo sul Corriere, i versamenti si sono interrotti dopo che la banca di Volontè ha fatto una segnalazione alle autorità per attività sospette. A quel punto sul conto di Novae Terrae erano stati versati 2 milioni e 390 mila euro.

Gli avvocati di Volontè, sentiti da Barigazzi, sostengono che il denaro ricevuto dalla fondazione sia il frutto legale di consulenze e attività culturali (Gabanelli le chiama “due brochure”) e che l’accusa di riciclaggio non ha fondamento, visto che i documenti forniti ai magistrati italiani dai loro colleghi azeri dimostrano che le società che hanno fatto i pagamenti hanno utilizzato denaro legalmente in loro possesso. Anche i magistrati di Milano non sono soddisfatti dell’accusa di riciclaggio, però: la settimana scorsa la procura ha fatto appello affinché nel rinvio a giudizio di Volontè sia inclusa anche l’accusa di corruzione.

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